Divino

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La parola gettata nel vuoto di incredibili distanze, l’eco della stampa che attraversa spessori di tempo, urta orecchie straniere, risplende in blocchi di taglio differente, dalla plica mongolica degli occhi estremo-orientali alle grandi rotondità liquide dello sguardo indiano, l’impatto del suono e del senso che lampeggiano e risuonano nel timpano e nella fovea, traducendosi sempre in esiti imprevisti, annientandosi quasi come anime predestinate a divenire altro nella trasmigrazione incessante delle forme e dei significati. Eppure dall’altra parte del pianeta qualcuno ogni tanto sente, senza poterlo nemmeno spiegare, un rapporto inesplicabile con l’autore, si scopre destinatario di un messaggio inimmaginabile, come una folata di vento pervenuta dal mare oscuro degli spazi o un ritmico riverbero dal brillio delle notti che scandiscono il tempo, e così sulla pagina avviene di nuovo il vero incontro, si compie ancora una volta il destino.

Quando si parla di uno dei testi fondativi della lingua e dell’identità italiana, come è la Divina Commedia, e del suo transito in differenti lingue e culture c’è da sentir tremare le vene e i polsi, in particolare se si è cultori della religione delle parole. A raccontare venerdì scorso a Ravenna il suo rapporto con la Commedia è stato il glottologo Emanuele Banfi, uomo dall’insaziabile appetito intellettuale che nei suoi studi è passato dall’area greca e balcanica sino al mondo arabo per impegnarsi poi in significativi affondi nella storia linguistica e culturale della Cina e del Giappone. All’interno del Caffè Letterario, grazioso bar di via Diaz, centro di gravitazione di diverse rotte culturali, siano pellegrini curiosi o stelle fisse del firmamento artistico (I migliori sono appesi alle pareti sub forma aeternitatis…), l’insigne studioso, che detiene la cattedra di glottologia all’università di Milano-Bicocca, ha ricordato la sua prima infatuazione per la Commedia, svoltasi attraverso l’insolita mediazione del fumetto Topolino che nei primi anni Cinquanta ne ha fornito una versione allegra e vivace, ma anche attenta e ben curata sul piano poetico e lessicale. Dopo aver fatto partecipare i presenti alle atmosfere divertenti e surreali di queste colorate rese fumettistiche del poema, il professore ha ricordato anche l’influsso pedagogico delle letture del testo della Commedia da parte del padre che gli ha così instillato precoce curiosità per quei personaggi tormentati da oscure colpe e dall’ibrida natura di quei demoni degli abissi dai cacofonici nomi. Un altro gradino dell’ascesa verso Dante per il giovane Banfi sono state le illustrazioni di Gustav Doré, che correlavano l’edizione in suo possesso della Commedia, stupenda imago di quel viaggio oltremondano che con il suo potere evocativo ha suggestionato il bambino catturandone per sempre la fantasia. E’ stato come ascoltare gli episodi che nella vita di un futuro santo orientano lo spirito verso il  divino, ma in questo caso le piccole epifanie hanno progressivamente aperto spiragli verso la vocazione del futuro filologo che si dilettava già in età precoci a tematiche linguistiche e valori fonetici, godendo fin da fanciullo delle parole sia come singole unità semantiche sia nel loro concatenarsi in articolati segmenti di senso sempre più complesso.

Il bambino che leggeva la versione topolinesca dell’opera del Sommo Poeta oppure ascoltava le coinvolgenti letture dantesche del padre mi fa pensare con nostalgia a una realtà che non ho mai conosciuto ovvero alla ricchezza dell’era pretelevisiva, dove l’infante in casa non spegneva la propria fantasia davanti alla tv ma si attivava sulle parole e le immagini in forme più vitali e personali. Il rapporto con Dante ha assunto poi una valenza ancora più originale in età più mature, quando l’interesse di Banfi, perseguito stavolta nelle vesti del letterato professionista, si è esteso alla Commedia nel mondo, quasi come se fosse un test suscettibile di saggiare i limiti della traducibilità e della comprensione interculturale tramite la resa di un testo così denso di significati e valori simbolici.

Un esempio concreto è fornito dallo stesso glottologo, il quale ha sottolineato la difficoltà di rendere alcuni concetti che nella nostra cultura europea sono marcati positivamente con termini cinesi o giapponesi, come jishu o shizen che hanno lo stesso significato letterale, ma sono termini connotati negativamente, in quanto in questi paesi l’indipendenza di atto, giudizio e pensiero dell’individuo a dispetto del più ampio contesto non è valutata come un pregio. Così quella libertà che “è sì cara, come sa chi per lei a vita si spense” ed è forse uno dei massimi ideali della nostra civiltà, è un difetto in un mondo, come quello nipponico, dove il nocciolo dell’identità è dato dal gruppo di appartenenza, nell’ordine nazione, ditta, famiglia e l’individuo, quel Singolo che l’ispirato Kierkegaard scrive con la maiuscola o quell’unico esaltato da Stirner, non conta proprio nulla, anzi sarebbe giudicato un’aberrazione, piuttosto che un ideale (Sinceramente sulla concezione di Stirner ha delle riserve anche il sottoscritto, mentre condivido il sentire del grande e solitario danese, sfrondandolo però dal cristianesimo e proiettandolo in un ardito e vibrante esistenzialismo senza neppure un Dio nella sera d’amore di viola).

Anche da questa considerazione si comprende la complessità di rendere le coordinate di un’opera che è la quintessenza della nostra cultura a beneficio di tradizioni culturali fondate su presupposti così diversi. La mia insegnante di Teatro Giapponese all’Università Ca’ Foscari ripeteva argutamente che per lingue così lontane bisognerebbe parlare di trasduzione più che di traduzione come se si trattasse di distinti sistemi fisici, diversi stati della materia o differenti disposizioni dell’energia spirituale. Tutto ciò testimonia la difficoltà e l’importanza di queste necessarie transazioni simboliche, alla cui realizzazione contribuiscono geni come uno dei traduttori giapponesi della Commedia, Fujitani Michio della Keio University, amico e collega del professor Banfi.

Altro che facili ammiccamenti alle culture diverse, promiscuità immediata delle fedi e dei credi, apertura dei porti e lancio dei ponti, ci vuole un lungo processo di acclimatamento, familiarizzazione tra popoli divisi dalla storia e prima ancora dalla geografia, occorre sviluppare gradualmente una conoscenza reciproca se vogliamo evitare devastanti collisioni tra mentalità radicalmente opposte, shock e psicodrammi per reiterati fraintendimenti. Al bellissimo ideale, in perenne divenire, della fraternità universale uniamo una insistente curiosità reciproca e un rispetto per le diversità che non significa adesione a visioni che ci estranierebbe dalla nostra identità: solo a chi conosce se stesso attraverso l’altro e il prossimo tramite se stesso si può dischiudere un’era di pace duratura.

L’inferno sembra essere più traducibile del paradiso, il che era anche prevedibile. Tuttavia esiste il paradiso anche in ambito buddhista, ad esempio quello della Terra Pura allestito dal Buddha Amithaba a beneficio dei fedeli che in punto di morte ne invocano il soccorso, tanto che venivano predisposti altari a parete davanti ai letti dei moribondi i quali potevano afferrare fili di seta che partivano da una raffigurazione del più pietoso bodhisattva del pantheon giapponese ed avevano così la sensazione quasi fisica di essere afferrati dal salvifico e misericordioso abbraccio per venire trasportati nell’eden ornato di fiori di Loto da lui generato con la forza della meditazione. Se il purgatorio è un concetto molto più difficile da esportare, sfuggente persino per molti cristiani, l’inferno è un’idea già globalizzata da millenni e infatti il professor Banfi ha accennato ad illustrazioni della versione giapponese della prima Cantica tratte da rappresentazioni buddhiste dell’inferno, in cui come in una truculenta  macelleria i demoni autoctoni fanno a pezzi i corpi dei poveri dannati e ne ricavano sushi infernale, o sublime orrore dell’eterno contrappasso. Per quanto riguarda il limbo so che ci sono dei precedenti nell’immaginario nipponico nell’idea che vi sia una dimensione dedicata ai bambini mai nati, dove queste creature che non hanno mai incontrato i loro genitori costruiscono sulla riva del mare castelli di sabbia che dei maligni demoni custodi si affrettano ad abbattere non appena sono completi, a simboleggiare questa condizione di attesa infinitamente posticipata della propria nascita, un’immagine di poesia assoluta e sopraffina malinconia che non sarebbe venuta in mente nemmeno a Keats.

Con signorilità Banfi ha salutato riconoscendo ai romagnoli rare doti di empatia e calore umano. Ha infine sottolineato come a Ravenna sia sempre fatidico e significativo imbattersi nel sepolcro di Dante: non è una tomba qualsiasi, è il luogo di una presenza o di un’assenza che interpellano. E’ vero, anch’io mi sento spesso sfidato come uomo e poeta da quel tumulo muto a viaggiare in me stesso e ritrovare le ombre e le luci additate dal geniale fiorentino.

Ognuno ha il suo rapporto con Dante, un particolare punto di contatto come tra due epidermidi che trovano un magico incastro a seconda della conformazione cellulare della propria anima, del modo e del punto dell’incontro, diverso per ciascuno. Questa scorribanda per le contrade del mondo di un dantista sui generis è stata uno degli ultimi incontri della serie di appuntamenti introduttivi all’edizione di quest’anno di Dante2021, ciclo di sostanziose conferenze e spettacolari eventi guidati dalla direzione artistica del dottor Domenico De Martino che inizia oggi presso gli Antichi Chiostri Francescani a Ravenna a partire dalle ore 17.  

Emanuele Palli

 

Caro Richard, la vita non è un film.

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Diventa facile la parte del buono, se è un consumato attore come Richard Gere a interpretare quel ruolo. Quando la recitazione esce dallo schermo ed entra nella vita, prende purtroppo il nome di ipocrisia. È semplice apparire il buon missionario di turno, staccare un attimo dalla vacanza in Toscana col figlioletto e la moglie trentanovenne, inizialmente ospiti in una villa di amici a Cecina, e organizzare un inedita variazione pseudo-umanitaria del classico soggiorno nel Bel Paese di un milionario americano. È come salire sul podio del buonismo e dire “eccomi qua”, non è difficile fare gli eroi davanti alle telecamere e ai riflettori puntati, lo sa bene lui, mettersi in posa, sfoderare un sorriso accattivante o velare gli occhi profondi ed enigmatici di qualche strato di opportuna compassione, mentre i fedeli fan attendono che il divo si esprima. E poi le opinioni di un attore possono avere una speciale rilevanza? Perché tutti dovrebbero essere pronti ad ascoltare qualcuno solo perché è un personaggio famoso e una faccia universalmente nota. Il fatto che sia un volto amato, non implica che dietro ci sia anche un pensiero strutturato o un’anima intensa e veridica. Quali titoli ha costui per dire agli italiani quali leggi approvare e quali respingere, per avere la presunzione di dedurre un mutamento quasi antropologico nel nostro popolo, giudicando i provvedimenti presi da un governo nel libero esercizio delle sue funzioni in un Paese che probabilmente conosce solo nei termini di un insieme di esclusive località per turisti di lusso. Recitare implica lo sviluppo di un’abilità, l’apprendimento di una tecnica, l’adesione a un metodo o la consapevole trasgressione di una tradizione, a volte è semplicemente un’attitudine innata che l’esperienza e la pratica affinano, non implica, e naturalmente non esclude il possesso di un’intelligenza eccezionale. Di certo ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione, ma è sempre disdicevole quando un individuo si erge a vate solo perché è risultato accattivante, bravo e convincente in un certo numero di ruoli, perché è acclamato come attore, musicista o rockstar. Penso, ad esempio, a talentuosi professionisti come Tom Cruise, che si fa occasionalmente portavoce di singolari visioni religiose, di Gwyneth Paltrow che si fa promotrice su internet di innovativi metodi di manutenzione degli spazi intimi, come la famosa sauna vaginale che ha recentemente provocato ustioni in una credula signora, come il summenzionato Richard Gere che giudica gli italiani, li trova mutati, come se, dopo l’approvazione del decreto Sicurezza non fossero più all’altezza della sua bontà e del suo buon cuore di buddhista operante per il bene dell’umanità. Il nostro Richard deve essere proprio un bodhisattva che ha promesso di non lasciare la terra finché anche l’ultimo dei mortali non avrà accesso al suo stesso Nirvana. L’arcangelo brizzolato ha però lasciato rapidamente la nave della Ong spagnola e ha ripreso la sua vacanza che aveva come meta successiva l’isola del Giglio, dove, appena arrivato, ha fatto un giro con un elegantissimo motoscafo modello Riva, carico di bellissime amiche e bottiglie di champagne, d’altronde dopo l’eroismo ci vuole un po’ di sano relax, come ci insegna dagli anni ’60 ogni episodio di James Bond.
E così cala un’ombra di perplessità in noi poveri mortali che non siamo ancora stati illuminati dalla fama, dal successo e dalle verità spirituali che evidentemente chiarificano la visione esistenziale del divo nordamericano: dobbiamo sorbirci le immagini di Richard che sale sulla Open Arms (Non sto a specificare la vicenda, perché, a parte le periodiche crisi di governo, le questioni dell’immigrazione sono le uniche cose di cui ci parlano i mezzi di informazione) e abbraccia i fratelli africani insegnandoci la fratellanza, dispensando a favor di telecamera quel savoir faire e quel fascino impossibile dal celare, stringendo le mani del prossimo con l’intensa e controllata fisicità che lo caratterizza, il dominio del sorriso e dello sguardo, le parole di chi sa di essere in un teatro vasto quanto il mondo, conscio che la sua realistica performance contribuirà ad arricchire la sua immagine di attore impegnato, di ispirato benefattore e messaggero di pace, probabilmente a beneficio del pubblico americano e dei colleghi del milieu cinematografico orientato quasi universalmente su posizioni sinistroidi, ovvero quelle linee di pensiero simili a maligni meridiani d’ombra che coprono trasversalmente i continenti diffondendo l’ipocrisia dei finti buoni, dei radical chic e delle masse degli ignoranti veri che si riconoscono tra le altre cose nella legalizzazione in materia di droghe più o meno leggere e in un simulato antirazzismo (Sono questi ormai i due pilastri d’un sistema di pensiero originariamente molto più articolato), laddove il buon senso ci dice che le droghe fanno male e l’immigrazione incontrollata va arginata per evitare conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Che venga a vivere in Italia il nostro Richard, l’amico del mondo, provi a capire i problemi legati a un’immigrazione incontrollata negli anni, si accerti dove approdano molti di questi individui alla ricerca d’un mondo migliore che finiscono per diventare bassa manovalanza per la criminalità, lavorando in condizioni di illegalità e sfruttamento al soldo di scaltri negrieri,  per non parlare di quei minori che scompaiono nel nulla, verosimilmente preda dei trafficanti di organi. Verso quali sogni vuole inviare i giovani immigrati questo buddhista che a giudicare dal numero di mogli e relazioni ignora quel distacco dalla matassa dei desideri che la sua religione prescrive: è meglio che si informi sui probabili destini e dalle verosimili destinazioni di questi sognatori clandestini sedotti da scafisti senza scrupoli e ingannati da vaste e ramificate organizzazioni criminali. Chi promette di accogliere chiunque in Europa rende concreta la promessa dei traghettatori infernali, che sarebbero impotenti e innocui se qualcuno non completasse il loro lavoro di maldestro trasporto. Quei politicanti che da anni ci parlano come Richard sono i veri responsabili dei problemi di convivenza in superficie e dei morti sottomarini, anime in pena che hanno creduto alle favole dei buonisti, come voci di sirena i fiumi della retorica li attraggono verso l’alto mare e poi, dato che non c’era reale bontà, sia chi sbarca sia chi affonda naufraga nel vuoto dell’ipocrisia. E muore, perché di ipocrisia si muore. Poi non bastano le argute opere teatrali ad hoc, le canzoni, i talk show per redimerli. Tanto dopo i morti diventano tutti buoni, mentre il vivo viene ritenuto così facilmente cattivo se ha il coraggio di dire quello che pensa…
Accogliere questi profughi indiscriminatamente significa essere l’ultima componente della filiera che parte dalla criminalità dei mercanti d’uomini e dei famigerati scafisti con rapporti consustanziali col terrorismo islamico. Se invece di persone trasportassero droga, la lasciassero alla deriva e noi italiani ci occupassimo dell’ultima parte del viaggio e poi la mettessimo noi in circolazione sul mercato del nostro paese, non saremmo noi altrettanto responsabili del successo di questa attività criminosa, non ne saremmo palesemente laidi complici? Non è complice di tutte quelle morti in mare proprio chi propone come Richard Gere l’ospitalità ad oltranza, il salvataggio e l’accettazione aprioristica, rendendo concreta la speranza che anima questa gente a salpare? Se costoro sapessero che il respingimento è la norma, l’immigrazione clandestina è un reato, nessuno rischierebbe vanamente la vita per una missione impossibile, spendendo per il viaggio cifre considerevoli che sono poi sistematicamente reinvestite nelle attività criminali, nel terrorismo e nelle alleanze strategiche con differenti mafie, e si sarebbero così evitate le infinite morti nel mediterraneo.
 Caro Richard, liberati dalla retorica! Vai in Africa, aiuta questa gente, sporcati la faccia e le mani senza trucchi cinematografici, con i tuoi soldi quattro Stati africani possono risorgere, si vive anche con poco, lo sanno anche molti italiani che forse non sono quelli che conosci tu: non venirci a dire che leggi dobbiamo promulgare o come risolvere i nostri problemi, è un po’ presuntuoso indicarci la via dal tuo limbo di irrealtà tra Pretty Woman, Cindy Crawford e il Dalai Lama, residenze sfavillanti dove per vicini hai solo i tuoi pari di censo e di fama; non sfruttare la figura pubblica per esprimere opinioni che la gente potrebbe approvare solo perché proviene dal loro divo. Non tutti distinguono tra l’uomo e il personaggio, è facile essere eroi dove il copione è già scritto e ogni ciak dura pochi minuti.
Non sei neanche venuto apposta, hai approfittato della vacanza in Italia per regalarti questo siparietto umanitario…
Non so se il nostro maestro dell’umanità sta ancora proseguendo le sue vacanze italiane o se è già tornato in una delle sue ville hollywoodiane, dove, volendo, il buon samaritano brizzolato potrebbe stipare più immigrati clandestini di un centro  d’accoglienza, non mi interessa. Il buddhista dall’animo equanime può stare tranquillo, ha accumulato tanto successo, fama, capitali e karma positivo che sarà un privilegiato anche nelle prossime cinque reincarnazioni.
Emanuele Palli

L’opinione è epilessia, diceva Eraclito detto l’Oscuro

Premetto che solitamente non leggo i giornali, non lascio che un tale rito mi usurpi una fetta della mattinata per confondermi con una rassegna dell’umana bassezza. Ci sono poi talmente tanti campi del sapere da esplorare che decidere di perdere tempo con le elucubrazioni dozzinali dei vari editorialisti o con la lista delle malefatte umane riproposte nella prosa insipida dei cronisti di giudiziaria non è degno dell’umana intelligenza. Sinceramente trovo stucchevole aggirarsi sui crinali infidi di quei titoli altisonanti, quegli articoli di spalla decadenti, per poi capitombolare su tagli bassi che non dicono niente o avere un frontale con aperture piene di boriose enunciazioni, che sono la vetrina dell’ego vanitoso di chi crede che la redazione di un grande giornale sia la sede dell’intellighenzia d’una nazione, come se le rotative rappresentassero un acceleratore di particelle a beneficio dei neuroni e delle relative sinapsi. In realtà a girare in paraboliche direzioni sono, sulla sponda dei lettori pensanti, sfere ben più pesanti arricchite al plutonio… Ammetto che ogni tanto in passato sbirciavo in altri giornali per confrontare le mie erezioni letterarie degne del miglior Tolkien, che uscivano su una testata locale, con i miseri riassunti o reimpasti del fatidico comunicato stampa elargiti da altri organi di informazione.

Ci potremmo consolare pensando che ciò che compare una volta e poi scompare nell’oblio non è così dannoso, perché “Eimal ist keinmal”, in realtà la pagina di giornale, cartaceo o meno, resta un potente strumento di condizionamento e livellamento delle opinioni: per il povero lettore la pagina diventa un ballattoio traballante dove incede sospinto dagli spadini dei bucanieri verso un’occulta persuasione di cui non si rende conto, fino al tuffo finale nel vuoto, che è il completamento d’un interrotto lavaggio del cervello. Facciamo finta allora che inauguri oggi una mia rubrica dedicata alla prima pagina d’un giornale preso a caso, un’eviscerazione del non senso quotidiano dei mezzi di disinformazione. Affacciamoci dunque sulla grigia grafia del mondo dei quotidiani: trasecoliamo sulla stretta passerella di parole sopra le acque dominate da caroselli di orche periodiche e ciclici squali. Direte che drammatizzo inutilmente, probabilmente è tutto normale per chi è abituato a leggere questa roba, ma io ho la mano sensibile perché poco usata, gli occhi abituati ai vapori di vaga poesia dell’atmosfera venusiana, l’animo per nulla assuefatto allo schifo corrente e si offende facilmente la mia pelle agli insulti di questa rozza atmosfera terrestre… Oggi all’arte di pensare si è sostituita quella di fare battutine in tv, innescare polemiche tendenziose e aggiungere il proprio ruttino al baccanale generale. Non siamo in una monarchia e lo scrittore odierno dovrebbe essere svincolato dall’esigenza di sostenere il sovrano di turno insultando i suoi nemici ed esaltando la sua stirpe, ma proprio perché siamo in democrazia, aumenta il numero dei detentori d’un potere distribuito dove capita, si allarga così il lezzo dello scambio di favori, si moltiplica, invece di azzerarsi, il numero dei ruffiani e degli adulatori o dispregiatori prezzolati. Preferisco essere espunto come un errore da questo regno di cartacce. Non mi interessano la politica e le sue sorti orrorifiche e progressive, voglio solo difendere la libertà di essere me stesso senza autorizzare nessuno a governarmi. So che il mondo è nemico alla categoria del Singolo, a parte qualche anima nascosta da qualche parte tra gli alberi e le montagne, tra pagine e ideali, creature pure ma non inermi.

Li chiamano editoriali, elzeviri, articoli di fondo ma spesso al loro confronto le scritte di ignoti pornografi che campeggiano sulle pareti dei peggiori bagni pubblici sono una lettura più dignitosa e raccomandabile: quello che è più preoccupante non è tanto la mancanza di libertà di pensiero, che è palesemente assente, bensì l’assenza stessa del pensiero, tanto più marcata, quanto più proliferano le opinioni.

E’ stato qualche giorno fa (domenica 11 agosto) che ho avuto l’ardire di soffermarmi su una prima pagina, che apparteneva casualmente al Corriere della Sera, mentre al bar mi reidratavo con una spremuta d’arancia. Quindi il fortunato giornalista che mi è capitato sotto gli occhi stretti a tenaglia è stato Ferruccio de Bortoli; tra l’altro l’editoriale si intitola eloquentemente “Sabbia gettata negli occhi”, che può essere letto anche come un avvertimento al lettore nei riguardi delle incognite della propria tecnica giornalistica. E’ chiaro che certi “capolavori” meriterebbero un commento e parafrasi interlineari riga per riga, ma io mi accontenterò di estrarre due frasi da un articolo dedicato all’ipotesi di elezioni anticipate da poco ventilata con chiarezza da Matteo Salvini.

A tradire i poeti dilettanti non è tanto la frivolezza dei contenuti o la grossolanità delle forme che potrebbero essere emendate, ma è proprio l’inesattezza del sentire da cui derivano formulazioni fuorvianti oppure l’uso di espressioni sovrabbondanti e tautologiche, come sarebbe il dire che il fiore profuma, che l’estate è calda, che il fuoco brucia o l’attribuire, come fa de Bortoli nella colonnina dell’articolo di fondo, a un politico, in questo caso Salvini, “una bulimica voglia di potere”; si è mai visto un politico che non volesse il potere, che dica: “Sono a posto così, pur avendo i voti, non voglio governare, per umiltà personale e attestata incompetenza preferisco restare a fare il mio lavoro di sindaco o di comico o di avvocato, non mi sento proprio all’altezza”; no, non sono cose che succedono al di sotto del sessantesimo parallelo.

Dire politico equivale ad alludere a una carriera basata sulla ricerca del potere per motivazioni che possono variare grandemente da un individuo all’altro, anche se oggi hanno più a che fare con l’avidità e con l’esibizionismo che col senso di giustizia sociale o altri ideali: comunque se tu usi quell’espressione che associa l’ambizione a un tipo di fame morbosa desunta dal lessico psichiatrico, riferendola a un uomo politico lo fai solo per denigrarlo, enfatizzando un aspetto che appartiene per definizione a qualunque esponente di quella specie.

L’altra frase che vorrei estrapolare dal testo del sorprendente politologo assomiglia a un monito apocalittico: “Se si dovesse andare al voto autunnale ci sarebbe un vincitore annunciato. Una persona sola. Mai accaduto. Già questo aspetto dovrebbe sollevare qualche inquietante interrogativo”. Se prima la Musa Inquietante aveva per molti i connotati plastici di Berlusconi, ora è il viso burbero ma bonario del leader della Lega a costituire il nuovo spauracchio.

Possiamo essere contro o a favore di Salvini o persino indifferenti, ma come si può arrivare a dire che il rischio è di trovare stavolta un uomo solo al potere, quando il problema è sempre stato forse da sempre l’indecidibilità per l’assenza di una forza con i numeri per governare autonomamente senza continue ingerenze ricatti e defezioni interne? Presentare come un problema e un pericolo quello che sarebbe evidentemente un fattore positivo, anzi una benedizione, specialmente dopo anni di governi di ispirazione tecnica, provvisoria, promiscua, non è segno di un acuminata analisi ma la prova di un gioco di parole, un esercizio di prestigiazione per riplasmare attraverso il linguaggio la realtà.

L’occhio cade poi dall’articolo di fondo del direttore al taglio basso in cui a farmi ridere stavolta è il personaggio bersagliato giustamente da Aldo Grasso, il filosofeggiante Diego Fusaro che avrebbe compiuto una strana gaffe, tentando di criticare l’esibizione di Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima, effettuando una strana e stonata discriminazione rispetto a chi, tra i critici di quell’atteggiamento salviniano, si esibisce baldanzoso ai gay pride con “fondoschiena ignudi” e “parrucconi fucsia”, come se ciò li privasse del diritto di esprimere un’opinione. “Grottesco” è il termine che usa Grasso e in questo caso devo dare ragione al redattore, anche se grottesca è pure una realtà giornalistica che si occupa di quello che dice Fusaro, il quale continuerà certamente ad assillarci dagli schermi televisivi, i suoi titoli occhieggeranno, aggrottandosi come il suo sguardo in una gravità surreale, dalle vetrine delle librerie più aggiornate, ma non credo che nulla della sua produzione si conserverà sugli scaffali del futuro. Perché soffermarsi sui gesti o le parole di certi personaggi che hanno un’importanza pubblica solo attraverso la ripetizione delle loro apparizioni televisive e non per un loro intrinseco valore intellettuale?

Emanuele Palli

La monotonia del grigio senza sfumature: reportage dal presente della psicoanalisi

Sono un caso clinico. Sono l’unico a cui non è piaciuta la conferenza di Massimo Recalcati tenuta ieri sera nel cuore di Bologna, nella Cappella Farnese in Piazza Maggiore. E’ stata una di quelle non infrequenti occasioni in cui la bellezza del contesto supera con un balzo testo e contenuto dell’incontro.

Già la presentazione da parte del collega psicoanalista Mario Giorgetti Fumel mi aveva insospettito per i toni altisonanti, stucchevolmente elogiativi che forse non avrebbero stonato solo se l’ospite oggetto della presentazione fosse stato Freud in persona. Ma il convitato non era un medico, non era un neurologo e nemmeno uno psichiatra, bensì uno psicoanalista il cui nome proprio capeggia in copertina a volumi divulgativi che non hanno però l’originalità dei pionieri di nuove vie spirituali o l’elegante intuizione sintetica dei grandi semplificatori. Dopo avere letto qualche anno fa e gettato in un angolo sperduto della libreria due delle sue opere, ieri non sono di certo entrato come ammiratore, ma nemmeno come detrattore dal pregiudizio facile; eppure devo ammettere che la povertà tematica ed espositiva della “lectio” mi ha sorpreso. Poche idee, peraltro molto vaghe, sono il magrissimo raccolto di chi ha partecipato e ascoltato, una manciata di parole sbrigative crocifisse sul palco dell’oratore: adolescenza come età del desiderio, desiderio come forza vitale a qualunque età, giovinezza come evo dei mutamenti, delle ribellioni e delle sfide, tempo inaugurale dell’esplorazione, amorosa e non solo, apertura oltre la dimensione conchiusa e autarchica della famiglia di origine, alla ricerca di nuovi riferimenti e parametri di misura, l’adolescere come dimensione da riscoprire dentro di sé in qualunque epoca della propria esistenza, infine il contrasto tra legge e desiderio, vitalità e autorità, legge che non si riduce alle regole ma opera attraverso di esse per instillare un duraturo senso morale. Ad esempio un divieto espresso dai genitori, come l’obbligo di rientro a un dato orario per i giovani in uscita serale, è un’indicazione che può essere trasgredita e non deve essere presa alla lettera, ma serve per dare il senso di un binario, un solco in cui far scorrere la sregolatezza dinamica di chi cresce. Le due sfere, dovere e desiderio, impegno e divertimento, possono anche sovrapporsi in attività come l’allenamento sportivo in cui ripetizione e libertà si incatenano e si incastrano, anticipando quella fusione tra passione e dedizione, responsabilità e piacere che caratterizzano le vite che sanno seguire una vocazione e fare della scelta di un’attività, lavoro o arte, un destino di successo. La psicoanalisi, come ci spiega il non illuminante luminare formatosi tra l’Italia e Parigi, perlomeno nei suoi casi più emblematici si è interessata proprio a problemi d’adolescenti e ad adolescenti problematici e nevrotici come, ad esempio, Anna O. e Dora (Ida Bauer).

Un ulteriore tema l’ha introdotto una signora del pubblico che ha avuto la fortuna di poter formulare l’unica domanda che il vate della psicoanalisi ha concesso, dopo il suo breve ma non compatto intervento: chiedeva le ragioni del salto nel vuoto dei giovani, questione vaga nell’interrogante e tale rimasta nella risposta. Per cui non si è compreso se si parlasse di una generica modalità di suicidio, oppure di quel fenomeno preoccupante di siti come Blue Whale che istigano progressivamente all’autolesionismo e infine al suicidio malcapitati ragazzini di tutto il mondo accalappiandoli in Rete e inserendoli nello schema distruttivo di una prova iniziatica, o se il vuoto in cui ci si tuffa fosse qualcosa di più metafisico, morale, intrinseco. Il problema è che non vi è stato nulla di approfondito, niente di penetrante, solo l’eco del già detto, la monotonia del grigio senza sfumature.

All’uscita, mentre la mia misteriosa accompagnatrice, un’ammaliatrice dall’ampio cappello e i tacchi dal rintocco argentino, fa convergere su di sé gli occhi dei passanti, mastico nella mente il nome dell’associazione di sostegno psicologico sostenuta durante l’incontro, che mi fa pensare all’architetto che smarriva minotauri tra muri e meandri e a Stephen Dedalus, l’alter ego del giovane Joyce, instancabile costruttore di labirinti linguistici e letterari.

Forse i messaggi più importanti della riunione sono stati trasmessi a livello subliminale e nell’inconscio del pubblico si è depositato, a mia insaputa, qualche seme di saggezza, qualche ipnotica parola. Quel che so è che comunissimi mortali come il nostro ospite milanese vengono deificati e trasfigurati in capisaldi del pensiero, quando in realtà sarà il tempo a dirci cosa resterà di valido di certe produzioni intellettuali: non bisogna limitarsi a guardare in che direzione si infrange l’ondata ignorante degli applausi.

Sedutomi come un re vichingo su un trono di pietra nella corte interna di Palazzo d’Accursio, mi rivolgo alla saggezza orientale per sostenere la mia perplessità e come un iconoclasta maestro Zen chiedo al mio inconscio: qual era il volto che avevi prima di nascere?

Emanuele Palli

Felice Nittolo sfodera tutte le sue armi musive: il futuro dell’arte spodesta i fondamenti della tradizione. La rivoluzione concettuale libera le tessere, rendendole cellule di un organismo vivente

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Come la nottola di Minerva che intraprende il suo volo sul far della sera, quando l’opera del giorno si è già compiuta, come i filosofi che ragionano sulla vita umana quando questa ha già assunto precisi indirizzi, così io vi parlo delle mostre quando sono già concluse, non sono più visitabili, io sfodero il ricordo, rievoco il tempo trascorso, suggerisco riletture del vissuto o divagazioni sulle occasioni mancate, come un dio babilonese vi giudico proprio quando pensate che tutto sia finito.

In questo caso vi parlerò della mostra “Geografie a ritroso” dell’amico Felice Nittolo che si è conclusa due settimane fa: l’esposizione ha occupato per qualche mese gli spazi del Museo Nazionale di Ravenna, intersecando le collezioni permanenti. Opere musive animate da una viva inquietudine contemporanea si sono così ritrovate inserite tra icone bizantine, mosaici romani e armature rinascimentali: la teologia negativa dell’artista campano adottato da Ravenna ci ha mostrato ancora una volta le sue stigmate, ostentando impronte di tessere svanite, lacerti di tessuto segnato dal ricordo dalle tessere, brandelli di una defunta compostezza imperiale, tele scarnificate abitate da spettri musivi, rosse tentazioni acriliche intarsiate dell’oro e della grazia dell’Oriente. Le tessere si sono scrollate di dosso per l’ennesima volta ogni concezione tradizionale, ogni impianto convenzionale per emanciparsi nella calcolata follia del gesto artistico che improvvisa universi, tramutandosi nel loro libero insieme in arte emancipata e ribelle, autonoma, capace di veicolare le emozioni dell’artista, non più relegata tra le discipline minori o intesa come pura copiatura di cartoni pittorici, ma atto immediato e creativo, attuale in tutti i sensi del termine. Conosciamo da decenni la rivoluzione musiva di Nittolo e questo consuntivo degli ultimi anni di attività, ospitato nella prestigiosa sede espositiva, sintetizza magnificamente lo stile e il senso, la direzione ideale delle sue realizzazioni.

In un acuto sussulto di consapevolezza artistica Nittolo ha teorizzato già negli anni ’80 questa rivoluzione musiva nel manifesto dell’Aritmismo e ha proseguito con fortunato accanimento su quella strada di ardite sperimentazioni. Parafrasando Blake, penso sia proprio vero che chi insiste sulla via della follia raggiungerà prima o poi il palazzo della saggezza: Nittolo è da oltre trent’anni uno dei più arditi sperimentatori e uno dei più precoci innovatori di quest’arte dalle radici venerabilmente vetuste, riuscendo nel tempo a portare alla luce le vere potenzialità di una disciplina atavica.

Da Capriglia Irpina l’allora giovane pittore si è trasferito nella capitale del mosaico, Ravenna. e ha preso rapidamente in mano, con la sicurezza dell’esploratore nato, il timone dell’arte musiva, veleggiando idealmente verso Bisanzio per scoprire in quell’arte millenaria inesplose risorse: come la lettera viene vivificata dallo spirito, la tessera viene investita, attraversata e trasfigurata dall’entusiasmo combinatorio e ne esce moderna, attuale, pronta a interpellare le  coscienze odierne.

Molti se lo ricorderanno l’artista delle tessere col suo aspetto di scatenato Einstein del mosaico quando ha indossato con naturalezza un  pesantissimo cappotto musivo o è salito su una Cinquecento un po’ speciale, quintessenza dell’italianità che lui ha provveduto a bizantineggiare con una copertura di tessere, blindandola di pura poesia, oppure quando ha inaugurato, in un’altra fase della sua creatività, strani collage musivi dedicati alla Coca Cola, “poppeggiando” un po’ alla Andy Warhol con i materiali della sua ricerca musiva.

Nel museo dove le sue opere posavano come una tagliente sfida, avrei voluto dare un calcio alle sfere musive, chiamate alla giapponese “Kabuto” (Elmo da samurai), per mandarle a infrangersi contro le teche, dietro alle quali riposano file di guerrieri sonnolenti, di santi attoniti o vergini aggraziate col bimbo di Dio tra le mani, non certo per oltraggiare l’opera e l’artista, ma per omaggiare entrambi con un affondo futurista, dato che Nittolo apprezzerebbe nella misura in cui è egli stesso un iconoclasta, un pioniere, un ribelle che ama il gesto eclatante, altrimenti non avrebbe compiuto le provocazioni summenzionate, non lancerebbe le tessere colorate con la precisione di un ninja durante i suoi vivaci workshop, non avrebbe trasgredito ai classici principi del mosaico, trasfigurandone la funzione e le modalità d’esecuzione, dando un altro senso alla missione del mosaicista: d’altronde è abituato ad osare fin dalla prima giovinezza, quando si buttava dagli aerei militari col paracadute, arruolato e addestrato nei ranghi della Folgore. Idealmente non ha mai smesso di volare e tuffarsi in nuove avventure del pensiero, del gesto e della forma, Nittolo continua a dormire poco, sognare molto, restando un pertinace sperimentatore che non serra neppure un istante le palpebre di fronte all’avvenire.

 Ammiro tanto più il solido impegno dell’amico Felice, quanto più mi accorgo quanto sia difficile essere un artista al giorno d’oggi, poiché in generale ho l’impressione che l’arte contemporanea sia una religione che ha perso i suoi attributi divini, una preghiera mormorata dopo che Dio è morto, una lettera d’amore scritta quando l’Amata si è già sposata con un altro, un bisogno di espressione quando la comunità che avrebbe dovuto accoglierti si è già dissolta. Ogni artista oggi si masturba sulla sua reliquia, evocando una verità che dura quanto il tempo di un miraggio, cresce nel mito del proprio stile, abbandonando il progetto di rivelare e profetizzare qualcosa sull’Uomo. La verità deve essere una legge pervasiva oppure resta una deperibile opinione.

L’uomo non è solo la matrice atemporale di un pensiero, bensì attore collocato in una Storia che lo trascende. Oggi il “vero” artista non può che sognare una civiltà fondata sui miraggi, una capitale sorgente tra incombenti tempeste di sabbia, polverose macerie di valori estinti e rovine di proporzioni perdute: colui che ancora cerca vorrebbe intravedere in quella superficie di brividi azzurri che tremolano nella distanza, nello spessore dell’aria arroventata, una futura fonte di senso, una frontiera spirituale, un guado plausibile verso regni ulteriori, ancora abitati dall’Idea. In questa era di mezzo tra l’età dei dinosauri e una nuova Apocalisse, in un mondo senz’anima dove tutto è meccanica apparenza, bocche che masticano, ruote dentate che girano, frasi e facce opache, corpi che eseguono una serie prevedibile di gesti prima di scomparire, nel nostro inconscio forse non ci aspettiamo più niente dall’arte e questo silenzio del Verbo assomiglia al volto di Dio che sbuca come la figura inquietante di una Sfinge dalle sabbie del tempo, la mente irta di terribili indovinelli e le membra animate dal felino istinto del predatore.

Emanuele Palli

Fedeltà alle radici terrene e devozione alle elevate ragioni dell’affetto nei versi di Nevio Spadoni, il cui dialetto spicca il volo con la facilità del falco. Escono tutte le sue poesie, finalmente riunite, per i tipi del Ponte Vecchio

Opera omnia o corpus poetico sono espressioni che suggeriscono in modo plastico il senso della pienezza spirituale di un autore dilatata e distillata nella totalità palpabile e quasi carnale di un volume. Per uno come me, da sempre affascinato dalle molteplici vie del sapere, l’idea di penetrare nella mente di un poeta, uomo per definizione così sensibile da divenire universale nelle sue estrinsecazioni, è una tentazione irresistibile. Per questo non posso che salutare con favore l’uscita di “Poesie. 1985-2017” (Società editrice “Il Ponte Vecchio”) di Nevio Spadoni, opera riepilogativa dell’intero percorso creativo finora svolto da uno degli autori più significativi della nostra regione, stella di sicuro riferimento nel firmamento della poesia dialettale e astro fulgido che brilla di luce propria, anche rapportandone la magnitudine alla produzione contemporanea in lingua italiana.

Non si tratta di un’antologia selettiva, arbitraria, parziale, non è un’epitome riassuntiva e fuorviante di un così fecondo autore, bensì, fortunatamente per noi, la raccolta integrale dell’intera produzione edita con l’aggiunta di stuzzicante materiale più recente che non aveva ancora ricevuto la consacrazione della pubblicazione.

Ogni testo tradisce il poeta: è come un gesto o un’espressione che dice sempre di più di ciò che è nelle intenzioni del parlante. Allo stesso modo la letteratura è obliqua trasmissione del pensiero, calco su carta della personalità dell’autore con le sue luci e le sue ombre che restano impresse sulle pagine come i profili della vita sui muri della case sotto il sole del giorno. All’improvviso ci accorgiamo che la cantilena d’un bambino si fa canto fermo, meritevole di trascrizione, o che la candela accesa da un anonimo passante in una chiesetta deserta risveglia con la sua luce tremolante un sole nell’anima cupa che aveva perso ogni coraggio. La poesia è questo tumulto dominato, questo caos ricondotto al privilegio della forma. Spadoni la abita da parecchi decenni e con la sua voce evoca luci e ombre, regni tra cui non traccia demarcazioni nette, conciliando gli opposti con sofferente bontà, con coscienza delle lacerazioni e fedeltà alle ragioni dell’affetto.

Lo scrittore, originario di San Pietro in Vincoli, aveva cominciato a comporre testi poetici già durante l’adolescenza, ma i primi lavori adunati in raccolta e pubblicati risalgono al 1985, quando gli illustri amici Giovanni Nadiani e Giuseppe Bellosi lo hanno incoraggiato a pubblicare le sue opere dal dettato così semplice e profondo, dalla comunicativa immediata e le risonanze inquiete.

Se c’è una produzione coerente, che si capisce essere frutto di una ispirazione unitaria è proprio quella di Nevio Spadoni, la cui scrittura sembra ripartire dallo stesso punto, figliata da una stessa attitudine assorta e malinconica, ma al tempo stesso vitale e giocosa, capace di sottolineare i drammi per poi ridimensionarli con ironia bonaria e gioviale, quella corpulenta dolcezza che attenua le nude asprezze dell’intelletto e l’amarezza senza scampo del reale.

Vi è nei suoi testi una inesausta circolarità, un arricchimento che è giostra di ritorni su sensazioni fondative: osservazioni della natura e del paesaggio che non è mai solo esteriore, amori delusi e lutti famigliari, il sentimento del tempo che fluisce e si riaddensa, sempre inafferrabile, la scrittura intesa e vissuta come demone interiore, bestiola intenta ad artigliare la paglia dei sogni e smuovere le zolle della mente.

C’è tanta filosofia in lui sia per indole che per formazione accademica, tra l’altro è la materia che ha insegnato per parecchi anni nei Licei della nostra regione, ma è una attitudine speculativa raddolcita dalla ricchezza sentimentale di chi è abituato a intravedere nei piccoli gesti quotidiani, rovistando tra i ricordi e le attese, il baluginio delle figure amate, scorgendo nei fenomeni della natura o nelle mosse degli animali delle campagne le fattezze di un fato che sovrasta allo stesso modo piante e poeti, un mondo in cui la foglia d’alloro che è caduta “di fare un saluto al cielo non ne ha avuto il tempo” e “sono radi come denti di un rastrello i giorni della gioia”. Forse per il romagnolo perfino le cose più sacre non sono esenti dal suo riso contagioso e se nella poesia di Spadoni compare un angelo, lo troviamo a sbadigliare tra le viti e scopriamo che si è perfino dimenticato “la brachetta aperta”.

L’autore di “E’ côr int j oc” rifugge dalle definizioni astratte o dalla tentazione del generale e dell’asettica tassonomia; troviamo in lui una ininterrotta confidenza con i dati del sentire. Non c’è mai distanza concettuale, bensì la concretezza di una descrizione tratteggiata con felicità di tocco che ti porta subito nel cuore di ciò che voleva esprimere. Sono formidabili quei saltelli da passerotto da un frammento all’altro, capaci di riunire brandelli di vita trascorsa in un organismo vivente dotato di battito cardiaco e di respiro, in un insetto policromo che si libra gioiosamente in aria.

Si sentono nelle liriche più lunghe e articolate quelle caratteristiche di vibrante attitudine monologante che sfocerà poi nelle numerose e importantissime incursioni teatrali di questo autore, produzione che ci auguriamo possa trovare spazio in un successivo volume riepilogativo.

Le traduzioni italiane di tutte le liriche del libro, riportate sotto al testo in dialetto, sono uscite dalla penna di Spadoni stesso e hanno la loro dignitosa bellezza anche in lingua e in questa forma le riporto nelle sporadiche citazioni all’interno di questo articolo per i lettori che magari non hanno dimestichezza con la dialettologia o non sono di lingua madre romagnola.

Va tuttavia sottolineato che la loro dimensione perfetta questi testi la trovano solo nella cadenza del dialetto ravennate (la variante della zona di San Pietro in Vincoli, in particolare), sfoggiando uno stile e un tono che non potrebbero esistere in idiomi diversi. Spadoni, a parte qualche non trascurabile espansione creativa in lingua italiana, scrive in un linguaggio moribondo, è vero, e lui stesso ne è consapevole, ma quale lingua non è destinata a perire e a perdersi come ogni altra creazione umana nelle cimmerie nebbie da cui è sorta?

Anzi l’elemento dialettale diventa esplicativo, almeno in parte, del punto di vista della personalità narrante, perché la sua dizione e la sua vocazione poetica provengono da un passato in cui il dialetto era ancora lingua madre della maggioranza delle persone: anche per questa contiguità con le proprie radici il poeta ravennate ci studia con uno sguardo intriso di quella saggezza popolare che a volte si consolida in forme proverbiali, fissando il mondo attuale, i suoi mutamenti spesso non positivi, con una inquietudine venata di amarezza: assiste dal suo trono di legno al sopraggiungere di desolanti malattie dello spirito e cancri della società, che aprono drastici squarci nel tessuto sociale e voragini nel sistema di valori morali un tempo condivisi: “Non si può più girare per l’andirivieni di certe facce che non riflettono i raggi del sole, ma un’ombra di torbidi pensieri, una malattia del giorno d’oggi che incarognisce la vita. Una volta le facce erano quelle e basta!”

In altri tempi, non così lontani, bastava poco per sentirsi parte della collettività, mentre oggi l’estenuata diversificazione dei beni ci fa sentire tutti emarginati dal vero Bene.

La natura, da Omero in avanti, è un classico repertorio da cui trarre metafore: Spadoni si muove in questo spazio abusato, ma riesce a farlo con un’immediatezza che testimonia in lui un innato sodalizio tra spirito e materia, una naturalezza che Mario Luzi rivendicava come tipica del vero poeta; i suoi gesti mentali si confondono con i movimenti della natura, manifestazioni di una stessa vita indivisibile: “…pensieri che ruotano e mulinano e come rondoni stanchi riprendono la carreggiata e dormono un sonno leggero in volo”.

Acute e puntuali le introduzioni critiche che in vari punti del libro lodano le peculiarità e analizzano i risultati del percorso poetico di Spadoni: notevole il lungo studio dell’illustre professor Ezio Raimondi che funge da prefazione, sapiente e autorevole anche la recensione della studiosa Clelia Martignoni, a cui si aggiungono alla fine del libro una carrellata di brevi interventi che testimoniano l’interesse suscitato dalla voce vigorosa ed essenziale del Nostro. Tuttavia, tornando all’idea quasi sensuale di corpus poetico con cui avevo iniziato, va detto che l’opera di Spadoni è bella anche nuda, libera da ogni commento o nota: con rara immediatezza i suoi testi, anche spogliati da apparati critici, parlano direttamente al cuore del lettore, anche al meno colto, e chiunque può riconoscere qualcosa di sé in quelle parole, il risvegliarsi di un’atmosfera famigliare o il tintinnio di un’intima eco.

Affrontando questo tipo di poetica i giapponesi parlerebbero in questo caso di “koto no kokoro”, il cuore segreto delle cose, proprio per indicare una misteriosa semplicità espressiva capace di rivelare ciò che resterebbe un risvolto inattingibile dell’apparire, se non fosse colto e descritto da chi ha portato i propri mezzi artistici al grado difficile della perfetta maestria.

Estremamente opportuna, infine, l’opera pittorica di Vanni Spazzoli che campeggia in copertina, con uno stile cromatico che ricorda l’onirico Chagall: si scorge un’ape golosa che sorvola una fila di fiori, a simboleggiare la mobile natura del poeta che succhia e distilla le linfe della vita, si fa inebriare dai profumi ed eccitare dai colori, sperimenta la varietà del mondo per incrementarne a sua volta la diversità, impollinando altre solitudini, librandosi nel cielo come veicolo di fecondazioni inattese, vettore di promiscue verità.

Emanuele Palli

Gocce d’oceano sulla pelle: Leonardo Corallini porta a Venezia i suoi mobili ritratti delle monumentali crisi dell’uomo

leonardo

Cerco l’Harry’s Bar, un’icona forse un po’ sbiadita della Dolce Vita in salsa veneziana. Sono uno dei pochi frequentatori assidui di Venezia che non c’è ancora stato. Mi sto inoltrando tra le calli, brancolando tra turisti intenti a incarnare al meglio questa strana figura contemporanea di visitatore frettoloso, consumatore di panini al volo e portatore di bagagli a mano, il cui unico contatto con gli autoctoni si limita a una contrattazione fallimentare con i gondolieri, cercando di abbassare un prezzo altezzoso: i poveretti tirano un sospiro di sollievo solo penetrando nell’ombra d’una basilica, rinfrescandosi la pelle sudata vicino a marmi dalla millenaria freschezza.

Ritrovandomi nella strada sbagliata, errore di parallasse o lapsus metafisico, penetro in una sala abitata dalla bellezza, dove due giovani curatrici, storiche dell’arte o ninfe delle selve della creatività, cercano garbatamente di coinvolgermi e interessarmi agli esiti di un progetto artistico, illustrandomi prima le foto alle pareti, invitandomi poi a sedere in una stanza oscura, Wunderkammer in cui si dispiegano i fotogrammi di un video, rivelazione a portata di mano, immersione gratuita, ma non innocua nelle visioni di un’altra mente: la metafora dell’acqua conduce attraverso un’apnea simbolica gli spettatori in visita nell’abisso di un’esistenza umana; sembra di partecipare a quelle respirazioni profonde del protagonista per poi trattenere con lui il fiato in una meditazione esacerbata, una intensa rammemorazione delle figure chiave di una vita, corpi espressivi riletti e commentati dalla voce del pensiero che ripassa, come un uomo in procinto di morire, i profili amati, corporeità sublimate attraverso potenti primi piani quasi al livello di idee platoniche: la madre, i figli, gli amici scavano abissali intese nella materia dello sguardo.
Il regista Leonardo Corallini, che ha studiato a Milano, New York e Parigi, riesce a condensare in questo episodio del suo ciclo “Itinery of Portrait” un flusso di immagini vivide come sogni ad occhi aperti, coinvolgenti corpi in cui la nudità fisica sembra il frutto di un’operazione per ridurre all’essenziale, ovvero al nitido nucleo dell’enigma, la turbata interiorità del maturo protagonista, uomo dall’aspetto sicuro, solido, giunto forse a un periodo critico della sua vita.

Un video che aspira a descrivere le incertezze del vivere. Non è impossibile, se Aristotele stesso riteneva la vista il senso supremo per l’uomo, in grado di fondare quell’intelligenza del mondo e quella meraviglia al contatto col reale da cui scaturirà come una scintilla di riflessione la trascendenza filosofica.
La sfida di questo “Bioportrait” era di raccontare una problematica esistenziale in pochi attimi e fare di pochi istanti di vita un fondale su cui puntare i piedi del pensiero e riemergere: il mare della Sardegna diventa uno spazio della mente dove non è impossibile rinascere oltre le angosce sommerse e lo stillicidio delle paure, dopo
“248” secondi sott’acqua trattenendo il respiro, durata richiamata nel numero che si fa titolo del video: è evidente l’intenzione di rappresentare nell’apnea una condizione limite, l’incarnazione dello spirito di negazione, la tentazione di far tacere gli istinti e annullare per qualche minuto la meccanica del vivere, sospendersi nell’indecisione degli scettici tra la salvezza rimandata e lo scivolo del suicidio.
Uno stato di crisi apnoica, uno stallo tra uno stadio e l’altro dell’esistenza, un salto dello spirito raccontati con la grazia di immagini che si susseguono e voci che si inseguono senza indulgere in toni superomistici, ma con una sensibilità attenta all’interiorità ineffabile dell’uomo.

Chi si inoltrerà nella Calle del Ridotto fino al 16 settembre potrà sperimentare un’immersione oltre le superfici armoniose di corpi possenti e silhouette delicate, miraggi marini e spiragli aperti su vite impregnate di lusso, scoprendovi l’indicazione di un’inquietudine profonda che accompagna ogni respiro, per il futuro incerto ma anche per l’incomprensione del presente, distorto dall’attrazione per quel fondo in cui, come viene detto nel video, scompaiono persino le ombre.
“Un regalo che il milanese Massimo Montini voleva fare a se stesso in primis e di riflesso anche alla sua famiglia”, mi rivela l’artista dal cognome marino, ospite del Zuecca Project Space.
Incredibile come questo omaggio privato commissionato all’artista originario di Cattolica si sia tramutato in una confessione pubblica, un sussurro che racconta l’itinerario dalla disperazione al recupero della preziosità inestimabile della propria vita: dopo avere sfiorato le profondità del dubbio si riemerge davanti a scogliere di imperscrutabile granito, convinti di non volersi più staccare dall’unico punto di vista che mai conosceremo, il nostro.
Alcune frasi dalla potente purezza cadono a tratti come gocce d’oceano sullo spettatore: “Papà a volte mi chiede di suonare perché vuole essere certo che l’armonia esiste”, dice la figlia di Massimo, bambina dai capelli chiari, gli occhi grandi, assoluti, che irraggiano risposte a ogni domanda, angelica creatura annodata con un moto rotatorio al fratellino e ai genitori, pianeti uniti da una stessa orbita, un carillon di sguardi sorretti dalla medesima musica, quel presente che ci tiene a galla come corpi nello stesso mare.
Le voci autentiche dei protagonisti e i loro corpi impersonano se stessi nel video: per questo diventano inevitabilmente altro, marionette nelle seriche mani di un destino che li sovrasta, una muta immensità che ci appartiene da sempre oltre il limite della coscienza, un frastuono di astratti silenzi che il nostro respiro copre con la sua assidua esalazione.
L’incertezza del futuro del protagonista sembra tingersi di ulteriori inquietudini legate al futuro dei figli, che nel video sembrano volere rassicurare il padre. Ogni legame allude a una potenziale divisione, ogni amore è fondato sull’azzardo e la parola sorvola abissi di incomunicabilità. In fondo essere se stessi è sempre una larvata forma di autismo, se la solitudine è una condizione ontologica e gli amori le amicizie i contatti sono accidenti meravigliosi ma effimeri e non necessari nella crudele economia del mondo.
Foto e video in loop perenne sulle pareti dello Spazio Ridotto, non lontano da Piazza San Marco, riecheggiano questa ricerca sull’identità dell’uomo: un manager con la valigia davanti a una saracinesca abbassata, un solitario individuo in un bar di New York che sembra conversare con il proprio doppio, immagine evanescente che allude allo straniamento rispetto a se stessi legato al crescere. “Da bambini il mondo ci appariva diverso e rivedendo dopo anni gli stessi luoghi le metriche e le topiche ci appaiono differenti”, mi ricorda Corallini, giovane già corroso dalla saggezza dei filosofi, mentre l’uomo afroamericano del video, ritratto in un bar di New York, prosegue il surreale dialogo socratico con se stesso, tentando di recuperare o ricostruire una verità dimenticata. Secondo Corallini sono le donne a giganteggiare solitamente entro la rappresentazione artistica come figure gravide di significato e aspettative, mentre il maschio, nei rapporti con se stesso e i suoi “simili”, è stato trascurato e affidato alla cantilena dei luoghi comuni.

Nelle altre immagini gioiose intersezioni di corpi in movimento, posizioni estremizzate in stile yoga, abbracci muscolari tesi a erigere ponti umani tradiscono un affiatamento tra uomini, un’allegra comunanza di interessi che delineano una comunità di geometriche intese e artistici divertimenti che sono ben lontani dallo stereotipo dell’uomo ossessionato dalla bellezza femminile, chiuso nei riti del lavoro e del corteggiamento o perso nei deliri del tifo calcistico e della fregola sportiva.

Emanuele Palli

Ospiti internazionali si fanno portavoce del luogo comune: le chiamano “Scritture di Frontiera”

Si è trattato finora di incontri molto tiepidi sul tema dell’immigrazione e del terrorismo quelli realizzati finora a Ravenna, intitolati “Scritture di frontiera” e organizzati dallo staff dello Scrittura Festival in collaborazione con l’assessorato all’Immigrazione. Cominciamo dalla “fine”, parlando della seconda conferenza del ciclo di incontri, quella che ha visto come protagonista il 16 febbraio al Palazzo dei Congressi di Ravenna lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, il quale ci ha tratteggiato una rapida storia del terrorismo senza aggiungere nulla di nuovo o decisivo rispetto a quanto si possa trovare dando una veloce occhiata su Internet: sarà che su Wikipedia si può ormai trovare tutto o che gli scrittori famosi hanno così poco di nuovo da dirci, essendosi trasformati in piatti divulgatori dell’ovvio, da poetici ruminanti dell’utopico quali erano una volta.

Dai mujaheddin ai kamikaze si è dipanato il filo della spiegazione di Ben Jelloun, che difettava un po’ di senso della complessità del reale, limitandosi a porre in una relazione di causalità  l’intervento delle forze occidentali in vari frangenti mediorientali e lo sviluppo automatico delle cellule terroristiche, dimenticando, ad esempio, che una pericolosa connessione tra politica espansiva e religione rivelata, legge divina e diritto umano è al cuore dell’Islam di ogni epoca, verità rivendicata da ogni fiero, ovvero non tiepido, musulmano.

Abbastanza debole anche il tentativo da parte del notissimo scrittore di conciliare la contraddizione tra l’invocazione in una sura coranica della necessità di uccidere gli infedeli, e il contenuto di un’altra sura che sottolinea, invece, la sacralità della vita umana, sostenendo che la prima frase riguarda solo un bellicoso periodo storico nello sviluppo dell’Islam, mentre l’altro versetto è di carattere universale. Il punto da comprendere è che le religioni pretendono di parlarci dalle vicinanze della Rivelazione, in prossimità dell’assoluto, ovvero da una zona che si trova al di là del tempo e dello spazio, per cui è alquanto opinabile e persino blasfemo dire che certe verità religiose sono valide solo in certi tempi e in altri no, o scegliere a seconda del proprio gusto alcuni comandi divini ed escluderne altri. Lo si può fare, beninteso, solo a patto di considerare senza timore reverenziale ogni libro sacro, Bibbia compresa, come un qualunque altro documento o opera letteraria, atteggiamento che qualunque persona intelligentemente infedele dovrebbe adottare. Le religioni sono fatte per essere superate, non per assopirsi in esse e inaugurare in esse il sonno della ragione. Buddha non era buddhista, né  Cristo era cristiano, hanno vissuto da liberi pensatori e chi li ha fraintesi ha eretto delle prigioni ideologiche, laddove essi si sono distinti proprio perché non hanno preso verità precostituite come misura del proprio agire e non si sono fatti circoscrivere da convenzioni di comportamento comunemente accetttate e hanno fatto della loro libertà spirituale un indizio di perfezione. Viva gli spiriti liberi che ci salvano, senza volerlo, con il loro esempio: non facciamone degli idoli ingombranti che, come ci avverte da tempo Nietzsche, ci schiacceranno con il loro peso. Non a caso i buddhisti più avveduti e sottili predicano così: “Se incontri il Buddha, uccidilo”.

Ogni fede istituzionalizzata, tuttavia, ha nei dogmi fondativi e concetti definitori una coerenza e non si può pensare di entrarvi e uscirvi a piacimento, con disinvolto sincretismo o deviante eclettismo, senza rischiare di deformarne il messaggio originario o infrangerne il patrimonio di regole. Ogni libro è impugnabile come un oggetto contundente: basta pensare a quante persone sono state sterminate da chi ha cercato di applicare concetti pericolosamente desunti da un solo testo idealizzato e canonizzato. La versione degli estremisti è talvolta caricaturale e parzialmente disonesta, anche se non del tutto scollegata dai testi fondativi, come non è stata del tutto infondata in passato, una lettura bellicosa e marziale del cristianesimo (“Sono venuto a portarvi non la pace, ma la spada”, recita la frase del fautore dell’amore viscerale per il prossimo), per quanto nel lessico di questa religione si riscontri un ben più frequente ricorso a termini come Amore, Compassione, Fratellanza e Tenerezza rispetto al ben più battagliero e apocalittico spirito coranico.

Infine, per finire in inesattezza, una teoria incredibilmente ingenua è stata esposta dall’autore franco-marocchino che l’ha poco prudentemente presentata come una sua personale ipotesi: secondo lui, il fatto che l’Italia non sia stata ancora colpita dal terrorismo sarebbe da legarsi anche al timore reverenziale che la Mafia in qualche modo ispirerebbe ai terroristi, restii a remare contro Cosa Nostra e spaventati da eventuali ritorsioni. Capisco che a molti francesi piaccia definire il nostro Paese mafioso tout court, come se tutti gli italiani fossero mafiosi, affermazione falsa quanto dire che tutti i musulmani sono fanatici, ma legare alla criminalità organizzata e a terroristi insolitamente terrorizzati persino la nostra relativa immunità ai terribili attacchi che hanno funestato altri paesi, rasenta il ridicolo, tant’è che l’affermazione, rivelante una superficialità d’analisi alquanto inquietante in qualcuno che pretende di “expliquer le racisme et le terrorisme” ai suoi e ai nostri figli, ha strappato qualche risatina e protesta non solo a me nella sala gremita del Palazzo dei Congressi.

Mi aspettavo qualcosa di un po’ più animato da questo incontro, perlomeno rispetto al precedente che si era mosso lungo binari persino più monotoni: il musicista d’origine franco-ruandese Gael Faye ci ha parlato della sua esperienza di profugo, condensata in un racconto romanzato presentato il 9 febbraio al Palazzo Rasponi delle Teste, ricordando il traumatico periodo della sua infanzia al tempo della guerra che oppose Tutsi e Hutu, entità etniche alquanto artificiali, ma in fondo gli uomini trovano facilmente motivi, economici, politici, religiosi o razziali che siano, per odiarsi a morte. Non è riuscito neppure lui, giovane ma poco vitale nell’esposizione, a dare una visione un po’ più approfondita della questione e nemmeno a tratteggiare l’atmosfera drammatica che si respirava in quel periodo nel suo Paese.

Per quanto riguarda l’adattamento alla vita in Francia, Paese dove si è trasferito per sfuggire al dramma della guerra civile, il noto rapper ha alluso come a una forma di strisciante discriminazione il fatto che il professore, presentandolo agli altri scolari parigini, affermò che quel bambino, quel nuovo studente, era in Francia perché fuggiva dalla guerra, mentre, a suo parere, avrebbe dovuto parlare di lui come di qualunque altro allievo, citarne solo preferenze e idiosincrasie personali. Se questo è il razzismo che fa paura, bisogna stare attenti, perché persino le frasi più normali, un riferimento a una situazione geopolitica non semplice, possono essere giudicate un affronto.

Per fortuna che doveva trattarsi, almeno nelle intenzioni, di “un ciclo di incontri per liberarsi da stereotipi e pregiudizi”, come ha dichiarato, introducendo il primo incontro, l’assessore all’Immigrazione del Comune di Ravenna, o meglio “l’assessora” Valentina Morigi, come l’ha definita l’organizzatore della rassegna Matteo Cavezzali, soggiacendo a questa strana tendenza a stravolgere e deformare la grammatica sulla base delle preferenze paralinguistiche e riflessioni femminologiche del Presidente della Camera, Laura Boldrini. Purtroppo nulla di esemplare o significativo è emerso finora all’orizzonte a parte nozioni risapute, luoghi comuni e prospettive appiattite.

Purtroppo nel nostro Paese sono ritenuti dai nostri governanti e da una certa parte politica alla stregua di pregiudizi e preconcetti razzisti le opinioni di tutti coloro che non condividono le idee dominanti, ovvero governative, sul modo di gestire l’immigrazione con una accoglienza ad oltranza e viene ritenuto a torto razzista chi si oppone a questa gestione aberrante e denuncia il lucrativo sfruttamento, da parte di molti, del fenomeno immigratorio, in cui si intromettono persone che sono animate da tutto tranne che da un sincero senso di solidarietà.  L’ipocrisia di chi fa passare per bontà l’accoglienza illimitata, sottovalutando per ingenuità o per complicità i problemi immensi che ciò comporterà nel breve e nel lungo termine, andrebbe sottolineata con vigore, ma ormai è questo il vero tabù, lo spartiacque tra un finto male e un finto bene: o sei uno squallido costruttore di muri o sei un ipocrita che finge di aiutare i poveri immigrati, celando interessi di natura criminaloide. Non è più possibile un dialogo sereno e fecondo sulla questione, non viziato da interessi politici ed economici. Politica nazionale, caporalato locale e tanta finta cooperazione inquinano le acque tra Africa ed Europa.

Dopo la delusione di questi primi due incontri spero che nel terzo appuntamento, quello col giornalista Domenico Quirico previsto per il 21 marzo al Palazzo Rasponi delle Teste, venga dispiegata una maggiore lucidità prospettica e un più vivace scambio di vedute.

Emanuele Palli

Le strade dell’anima, la madrepatria del cuore: indicazioni per il viaggio mistico

Ciò che sempre vede e mai è veduto, tutto ascolta e da nessuno è udito, ciò che ognuno è nel profondo, invisibile al mondo, cuore da cui si origina la possibilità del movimento. L’anima è il motore dell’universo, spiraglio da cui nasce ogni visione, emozione, concezione: spettatrice del Tutto, non è mai colta da nessuno sguardo. Vive nel rovescio dei nostri sensi, ombra che annusa il sole, buio che incuba uova di luce. Cresceranno nuove stelle nel mirabile scenario, saremo un bagliore che altri scorgeranno prima di morire. Ciò che resta è un riflesso che si propaga all’infinito, saetta d’inchiostro tra le pagine, lume inestinto d’antica amicizia, amore trascritto in cui altri occhi si riconosceranno.

Viviamo sullo stesso pianeta, eppure sembra che uno spessore d’anni luce divida i nostri destini. Direzioni diverse ci strappano dalle regioni dell’amore. Ciascuno sia perfetto, non si curi dei guasti del caso e dei difetti del cosmo, innalzi la sua energia come una fiamma pura, trasformi ogni gesto in una preghiera celeste, ogni parola in un canto di dolcezza, ogni azione in un’epica eresia. Allora si potrà ancora sperare che i pianeti volino al loro posto, gli astri più lontani si tocchino di nuovo, i continenti si riuniscano nell’abbraccio ermafrodito delle origini, nell’estatica terra materna chiamata un tempo Pangea.

Emanuele Palli

Scusa se non ti spoglio e mi perdo nei labirintici arabeschi del tuo vestito: la moda mi attizza l’ingegno

Trovo sempre più affascinante la scrittura dedicata alla moda e ai suoi mutamenti stagionali, che come stormi di colori e frotte di forme variano secondo misteriose rotte migratorie, tra ritorni al classico ed esuberante fuga nel nuovo. Ogni collezione, firmata dalle grandi maison, misteriosi timonieri che dettano il ritmo alle correnti della moda, deve possedere una coerenza interna di richiami fitti, ma non frenetici a uno stile che unifica la varietà dei modelli sotto l’egida d’una comune dizione: flussi misteriosi e virtuosi mélange che anche il giornalista/indovino più addentro alle tendenze modaiole fatica a presentire in anticipo sul turbinio delle passerelle, brulichio di vanità seducenti persino per l’occhio spiritato d’un giovane eremita come me.

D’altronde cos’è lo stile se non personalità allo stato puro? Lo sanno bene gli scrittori che impiegano anni a intesserne e fabbricarsene uno, a parte quei pochi, quelli veri, che nascono già avvolti da un pensiero originale e non fanno che dipanarlo per tutta la vita. L’elemento unificatore di una serie di accessori o di una catena di scelte stilistiche e decisioni formali è in realtà ben degno di essere chiamato, più che stile, anima. Preso da questa bizzarra nostalgia per ciò che non ho mai amato, ovvero le sfilate e il loro clima di composto carnevale, mi tuffo nelle letture di settore e mi imbatto in una foresta di termini inconsueti, che crescono sulle riviste patinate dai titoli glamour che persino il mio intelletto d’umanista nato fatica a decifrare: jais, sheer, caban, twill…

Mi ipnotizza la superficialità del design, mi mesmerizzano le infinite ricombinazioni del già visto, mi abbaglia l’intertestualità delle citazioni esotiche e dei richiami ad altre epoche della creatività; mi preoccupa, invece, il progressivo esaurirsi dei motivi iconografici poiché tutti i continenti e i contenuti sono già stati percorsi in lungo e in largo, le tribù dalle fantasiose tradizioni tutte saccheggiate, le culture del passato e le epoche dai sontuosi costumi  ormai percorse da cima a fondo, l’esotismo perforato da ogni lato. Se non verranno al più presto avvistati e visitati altri pianeti o contattate culture aliene sarà difficile trovare materiale per alimentare l’immaginario dei moderni stilisti.

Osservo invece con l’equanime curiosità  del naturalista la sparizione della donna sotto l’incanto delle vesti: la modella diventa pretesto, perché l’involucro ideato amorosamente dagli stilisti guadagna clamorosamente il centro della scena e fagocita la femmina. Sottratta ai sogni d’accoppiamento ed esposta agli sguardi, allupati dalla frigidità dell’eleganza, dei voyeur, la donna che sfila deve comprimersi e assottigliarsi fino a sparire, farsi mannequin per l’appunto, manichino umano per dare la massima visibilità alla perfezione delle linee dell’abito, congegno ideato da stilisti, spesso fieramente omosessuali. Anodine anonime anoressiche, le modelle si defilano dalla memoria insieme ai loro volti smunti e resta solo il vestito, fatata femminilità ridisegnata da una mente mascolina disinteressata al possesso fisico della donna, che fa del femminino una filosofia di tulle e di pizzo, bambola da abbigliare in infinite modalità, un foglio bianco da coprire con epiche stesure e liriche tessiture. Resta per le donne di tutto il mondo il piacere di indossare le insegne regali del potere effimero della moda e regnare sull’istante fatale  del coup de foudre. Come per tutti i campi che mi hanno fatto innamorare, sento il bisogno di assorbire in un unico sorso di luce tutti i rivoli di quel sapere scintillante di paillettes.

Naturalmente occorre osservare i flussi e i riflussi della moda con sano disincanto e col divertito piacere con cui a primavera si assiste all’avvento di legioni di floreale euforia e cromatismi inediti sorgenti sui prati e sulle piante. Anche il produttivo dio della creatività umana va onorato con microscopica attenzione per il cangiare delle sue scelte stilistiche e gli eccessi della sua audacia immaginativa.

Non bisogna cedere, d’altra parte, alla fede nella moda e fomentarla con la credulità superstiziosa del fanatico che prende troppo sul serio le variazioni di un’arte volubile: non vanno idealizzate le indicazioni dei maestri e dei profeti di questa arte ciclica come il tempo, evitando così di fare delle firme i più squallidi degli idoli idioti eretti dall’uomo sulla passerella della perdizione, dove sotto il vestito vegeta il niente e lo spacco si apre sulle debolezze e le mancanze morali e il seno maestoso occhieggia dal reggiseno come un dio seducente assiso sul suo trono di pizzo.

Comunichiamo e trasmettiamo energia con ogni particella del nostro carattere e ogni fibra dei nostri vestiti, perché l’assenza di comunicazione è la peggiore forma di vita! Onoriamo con sobrio rispetto i grandi nomi di quest’arte, il re del rosso, Valentino, il cavaliere dalla nera eleganza, Giorgio Armani, ricordiamo lo stile dannato dall’inquietante perfezione di Gianni Versace e la sapienza cromatica di Yves Saint Laurent.

P.S.

Dedico questo articolo a chi vuole indossare sempre le ultime trovate suggerite dallo spirito della Moda e ignora che l’unico accessorio veramente essenziale in questa vita è una biblioteca di qualche migliaio di capolavori.

Emanuele Palli