Le prodigiose perfezioni della follia: elogio dell’unicità

Sono atterrito dalla normalità. Io sto decisamente dalla parte dei folli.
Sono in perfetta sintonia con lo scrittore svedese August Strindberg, che nel Quartiere Latino di Parigi si ustionava i polpastrelli adoperando fornelli di fusione e maneggiando elementi primordiali, per realizzare con minimi mezzi e nozioni elementari il sogno alchemico di trasmutare il piombo in oro o di scomporre lo zolfo, ritenendosi perseguitato e allo stesso tempo indirizzato da misteriose potenze spirituali.
Sono dalla parte di Alda Merini che osò affondare nell’abisso, in cui attese impaziente la presenza d’Orfeo e ascoltò rapita gli accordi della sragione nuotando tra le voci amplificate dall’utero del delirio, sospesa tra le pareti immonde del manicomio come in un acquario dedicato alle specie rare. Nel dedalo di passi allucinati compiuti dai predestinati alla follia la sibilla dei Navigli ha intravisto le leggi di uno stato superiore della coscienza, indossando sulla fronte pura l’aureola spinosa d’una sapienza espiata come il peggior peccato.
Sono della razza inquieta di Dino Campana: preda indomita di chimeriche apparizioni e in fiera fuga sui suoi amati monti, il genio marradese raggiungeva sempre con istinto sicuro le vette della poesia, osteggiato costantemente dai presunti poeti del suo tempo e intervistato saltuariamente dagli psichiatri.
Sono amico dell’americana Sylvia Plath che, prima di sigillarsi nel suicidio, ha infuso nei ritmi perfetti della poesia le fasi lunari della sua mente acuta come una lama e divisa tra estremi di esaltazione e abbattimento, desiderio di morte e volontà di rinascita. Lo shock della terapia elettroconvulsivante ha spesso aureolato i destini eletti e dannati d’autori e artisti, come la bipolare Sylvia, il paranoico Dino o il catatonico Hölderlin, dalle menti operanti ad elevatissimo voltaggio.
Amo chi non ammette limiti, colui i cui lineamenti proseguono senza soluzione di continuità nella fisionomia dell’immenso, chi costruisce mondi d’impulso e per intima necessità li distrugge, l’uomo la cui penna o pennello traccia confini provvisori che l’attimo seguente abolisce per giungere oltre ogni possibile definizione. Adoro chi crede che la morte sia un treno che ha per destinazione le stelle, come ipotizzava Van Gogh, profeta dei colori che ci ha lasciato nei suoi quadri attimi sconfinati che somigliano all’eternità.
Apprezzo gli scienziati pazzi a cui le idee giungono dall’alto come allucinazioni uditive e le scoperte più eclatanti balenano davanti agli occhi della mente come lampi di illuminazione e trasalimenti vertiginosi: penso a John Nash, Premio Nobel schizofrenico.
La vita per costoro è difficile come adattare l’energia di un’esplosione nucleare alle ragioni più modeste e domestiche di un impianto elettrico casalingo. Simpatizzo con l’iperuranico Hölderlin e con chi abita nelle torri della solitudine attraversate da fantasmi poetici e informi presagi.
Premono nei folli le forme incipienti di nuovi linguaggi e una lingua in nuce spinge legioni di simboli ad invadere le regioni di senso del quotidiano ribaltandone violentemente i termini: i loro visi intensi scandagliano l’ignoto, misurano l’espansione consentita ai pensieri, si disintegrano per reintegrare al regno dell’uomo le selvagge terre dell’inconscio, animate da una logica sorprendente.
Concordo con chi temporeggia illimitatamente perché non si riconosce nel tempo, dilata il suo essere con i vettori di un’infuocata immaginazione, perché non si rintana nello spazio, ma si lascia indovinare come un indeterminabile elettrone in fuga nei labirinti della scrittura o nella tessitura di un’opera.
Io tifo per loro, sto dalla parte dei folli e degli esclusi, dei nati postumi come Nietzsche o dei solitari assertori della categoria del Singolo e dell’Unico, come Kierkegaard e Stirner, contro ogni massa omogenea o folla insensata.
Amo gli outsider con la dinamite nel cervello, gli inadatti alla vita di superficie, capaci di attingere ai pozzi inesplosi di petroli d’anima.
Prendete come più vi aggrada questa spaesante introduzione, come enunciazione di poetica o dichiarazione di guerra, cari lettori, miei dissimili, nemici miei.
Emanuele Palli