Leggere il proprio destino negli occhi di una sconosciuta: carezze astratte, metafisiche voluttà, amori allo stato nascente

Ci sono sguardi che ti lasciano incompleto, dimidiato, dilaniato, straziato. Ti accorgi di essere solo un emisfero dell’essere, e neppure il più affascinante, davanti a certe passanti misteriose dai tratti sfuggenti, delicatamente esotici: incarnano un altrove che da sempre ci attrae come se fosse la nostra vera patria.

Queste provvisorie e improvvise personificazioni dell’ignoto ci attirano con le loro labbra enigmatiche come i bordi di un abisso, i bordelli metafisici d’un piacere proibito. Nella memoria le “non godute” acquistano i tratti titanici di eroiche beltà che ci fanno sospirare per giorni, mesi o anni. Avremmo voluto parlare con loro, trovare le parole appropriate per fermarle e scavare una via che ci consentisse di perforare un cielo remoto, accarezzare un clima torrido dagli effluvi stordenti, sfiorare un’etnia inconsueta e spiarne con piglio antropologico le movenze peculiari nell’intimo gioco della procreazione. Orfani di un incontro mancato, ritroviamo a fatica le coordinate d’un baricentro perduto, un centro di gravità ormai sbilanciato verso quel sole che per un attimo ha illuminato la nostra esistenza e già ci manca come se avessimo vegliato per lunghe nottate abbracciati a quella soave figura femminile sotto la volta contorta delle stelle, sussurrandone il nome composto di sillabe rare e strane, che la nostra lingua occidentale fatica a pronunciare e si ingolfa in quel frammento musicale come in un mare da risognare infinitamente.

Solo l’autoespressione completa e sincera, lo scambio veridico tra singolo e singola può dare sfogo allo sperma dei sogni, liberarci dalla clausura della solitudine e renderci definitivamente ciò che siamo, sostanze in simbiosi, monadi dischiuse, mistiche amebe in telepatica armonia; la ferita esistenziale si fa allora finestra e feritoia, prigione pertugiata dalle botole birichine del dialogo amoroso tra vicini di cella, cellule accese dagli sguardi d’un occhieggiante alteritá.

Senza la capacità di guardare con gli occhi dell’amore si resta superficiali cronisti d’una asfissiante banalità, inesausti ripetitori dell’ultima notizia, crocifissi sul Golgota della spicciola attualità . A me non interessano i fatti, non cerco lo scoop, io fornisco solo interpretazioni con cui tratteggiare e cementare le traiettorie della mente, indovinare il destino che ci squadra dalla più intime profondità, evocare la vitalità innata che si sperpera nelle saccheggiate miniere della nostra anima. Un volto scolpito dalla gioia come una luce nella notte vale di più di un firmamento depauperato e privato della sua primordiale poesia, sfondato dalle sonde turbolente e dai satelliti artificiali inventati dallo spirito umano: resto timoroso e diffidente nei confronti di chi uccide le lucciole per scoprire l’insetto insulso dietro il luminoso prodigio. Come Nietzsche amo la scienza solo quando è gaia; schivo certe degenerazioni o appiattimenti dello spirito scientifico che banalizzano l’immenso e non dispiegano la rete delle conoscenze in un unico stupore di fronte all’accadere: la meraviglia di sapere, il brivido di non sapere. Non somiglio allo scienziato che viviseziona e dissacra l’oggetto del proprio studio, bensì a un poeta che si esercita nell’arte di cogliere di sorpresa l’esistente, rubandogli le pose più fulgide o più sordide e trasformando l’attimo presente in un capolavoro ovvero in un vivido frammento d’eterno.  Per questo calo rapido e rapace come un falco sulla indecifrabile psiche di colei che trascorre sotto il mio sguardo, una asiatica erratica, una figura dell’inconscio emersa per esaudire un’inconfessata preghiera.

La prossima volta, bella straniera che segui come un’eco l’andatura dei miei pensieri, ti parlerò e sfiorerò in te la frontiera di un altro universo che balena come la coda imprendibile di una cometa risucchiandomi nelle orbite abissali del tuo sguardo. Ti chiederò di salvarmi dall’oscura e terribile poesia che palpita nelle mie vene, bussa col ritmo insolente del mio cuore e scorre nelle grotte del pensiero, ignota bellezza che mi sfiori non goduta, incanto effimero, oculare miraggio, estatico viaggio nell’oriente sognato, carnagione ambrata, profumo di spezie, raggio di pace proteso a purificare l’io dall’oppressione del tempo e liberare la pelle dalla contiguità degli spazi per inaugurare con un cosmico contatto la fusione con la figura sognata, astro che distende le sue luci come arti sollevando la nostra disperazione a celesti meraviglie. 

La vita, d’altronde, è fatta di fulmini e raggi solari, stelle nascenti e tempeste di neuroni, incontri fatidici e amori mancati. La luce viaggia tra galassie lontane, fugge dall’origine e funge da favoloso intermediario tra leggende personali e multiple mitologie: intesse costellazioni da cui estrarre un vaticinio sul senso del cammino, delinea incontri e racconti, circoscrive assenze, addita mondi esterni e varca vuoti interiori; le persone fluiscono accanto a noi come scie evanescenti di comete tese sulle parallele vie del respiro. Trascendendo le frasi ordinarie dettate dalle contingenze, boicottando la normalità presunta delle battute di circostanza, vorrei comporre un arpeggio pensato nel melodioso linguaggio della luce per lambirti il cuore, facendo vibrare il diapason dell’essere col tocco felicemente ispirato d’un musicista davanti alla sua musa. Sarà forse l’ennesimo messaggio spedito nel vuoto siderale, eppure qualcosa cresce nel profondo, il mio lamento è una spina nel corpo della società che non può essere espulsa, una freccia che indica nel verso della ferita una nuova direzione. Sperimentare l’infinito che dorme in noi: è il compito geometrico dell’uomo trovare il punto di svolta psicologico, la leva che rovescia sul mondo le potenzialità di gioia racchiuse nel calice del cuore.

Occorre rifondare la realtà su una verità interiore e andare oltre le tentazioni della retorica, disintegrare i titoli, le etichette, i protocolli per toccare l’esperienza nella sua scandalosa nudità. Il segreto dell’immortalità consiste nell’aver vissuto un attimo senza fine: la felicità è eternamente giovane come acqua sorgiva, un faro florido, un elisir limpido. Dimmi di sì, vita, concedimi i tuoi doni divini, fammi godere delle tue linfe d’adrenalina purissima e d’appagante dopammina. Scusa, ignota stella, se è ancora goffa la grafia del mio approccio, mi trema la voce e si incrina la pronuncia dei fonemi della mia dichiarazione d’amore, ma è la prima volta che vivo, sono nuovo su questa terra, assaporo l’incredibile novità d’esistere, l’ebbrezza inaudita d’essere io.

Emanuele Palli