Fedeltà alle radici terrene e devozione alle elevate ragioni dell’affetto nei versi di Nevio Spadoni, il cui dialetto spicca il volo con la facilità del falco. Escono tutte le sue poesie, finalmente riunite, per i tipi del Ponte Vecchio

Opera omnia o corpus poetico sono espressioni che suggeriscono in modo plastico il senso della pienezza spirituale di un autore dilatata e distillata nella totalità palpabile e quasi carnale di un volume. Per uno come me, da sempre affascinato dalle molteplici vie del sapere, l’idea di penetrare nella mente di un poeta, uomo per definizione così sensibile da divenire universale nelle sue estrinsecazioni, è una tentazione irresistibile. Per questo non posso che salutare con favore l’uscita di “Poesie. 1985-2017” (Società editrice “Il Ponte Vecchio”) di Nevio Spadoni, opera riepilogativa dell’intero percorso creativo finora svolto da uno degli autori più significativi della nostra regione, stella di sicuro riferimento nel firmamento della poesia dialettale e astro fulgido che brilla di luce propria, anche rapportandone la magnitudine alla produzione contemporanea in lingua italiana.

Non si tratta di un’antologia selettiva, arbitraria, parziale, non è un’epitome riassuntiva e fuorviante di un così fecondo autore, bensì, fortunatamente per noi, la raccolta integrale dell’intera produzione edita con l’aggiunta di stuzzicante materiale più recente che non aveva ancora ricevuto la consacrazione della pubblicazione.

Ogni testo tradisce il poeta: è come un gesto o un’espressione che dice sempre di più di ciò che è nelle intenzioni del parlante. Allo stesso modo la letteratura è obliqua trasmissione del pensiero, calco su carta della personalità dell’autore con le sue luci e le sue ombre che restano impresse sulle pagine come i profili della vita sui muri della case sotto il sole del giorno. All’improvviso ci accorgiamo che la cantilena d’un bambino si fa canto fermo, meritevole di trascrizione, o che la candela accesa da un anonimo passante in una chiesetta deserta risveglia con la sua luce tremolante un sole nell’anima cupa che aveva perso ogni coraggio. La poesia è questo tumulto dominato, questo caos ricondotto al privilegio della forma. Spadoni la abita da parecchi decenni e con la sua voce evoca luci e ombre, regni tra cui non traccia demarcazioni nette, conciliando gli opposti con sofferente bontà, con coscienza delle lacerazioni e fedeltà alle ragioni dell’affetto.

Lo scrittore, originario di San Pietro in Vincoli, aveva cominciato a comporre testi poetici già durante l’adolescenza, ma i primi lavori adunati in raccolta e pubblicati risalgono al 1985, quando gli illustri amici Giovanni Nadiani e Giuseppe Bellosi lo hanno incoraggiato a pubblicare le sue opere dal dettato così semplice e profondo, dalla comunicativa immediata e le risonanze inquiete.

Se c’è una produzione coerente, che si capisce essere frutto di una ispirazione unitaria è proprio quella di Nevio Spadoni, la cui scrittura sembra ripartire dallo stesso punto, figliata da una stessa attitudine assorta e malinconica, ma al tempo stesso vitale e giocosa, capace di sottolineare i drammi per poi ridimensionarli con ironia bonaria e gioviale, quella corpulenta dolcezza che attenua le nude asprezze dell’intelletto e l’amarezza senza scampo del reale.

Vi è nei suoi testi una inesausta circolarità, un arricchimento che è giostra di ritorni su sensazioni fondative: osservazioni della natura e del paesaggio che non è mai solo esteriore, amori delusi e lutti famigliari, il sentimento del tempo che fluisce e si riaddensa, sempre inafferrabile, la scrittura intesa e vissuta come demone interiore, bestiola intenta ad artigliare la paglia dei sogni e smuovere le zolle della mente.

C’è tanta filosofia in lui sia per indole che per formazione accademica, tra l’altro è la materia che ha insegnato per parecchi anni nei Licei della nostra regione, ma è una attitudine speculativa raddolcita dalla ricchezza sentimentale di chi è abituato a intravedere nei piccoli gesti quotidiani, rovistando tra i ricordi e le attese, il baluginio delle figure amate, scorgendo nei fenomeni della natura o nelle mosse degli animali delle campagne le fattezze di un fato che sovrasta allo stesso modo piante e poeti, un mondo in cui la foglia d’alloro che è caduta “di fare un saluto al cielo non ne ha avuto il tempo” e “sono radi come denti di un rastrello i giorni della gioia”. Forse per il romagnolo perfino le cose più sacre non sono esenti dal suo riso contagioso e se nella poesia di Spadoni compare un angelo, lo troviamo a sbadigliare tra le viti e scopriamo che si è perfino dimenticato “la brachetta aperta”.

L’autore di “E’ côr int j oc” rifugge dalle definizioni astratte o dalla tentazione del generale e dell’asettica tassonomia; troviamo in lui una ininterrotta confidenza con i dati del sentire. Non c’è mai distanza concettuale, bensì la concretezza di una descrizione tratteggiata con felicità di tocco che ti porta subito nel cuore di ciò che voleva esprimere. Sono formidabili quei saltelli da passerotto da un frammento all’altro, capaci di riunire brandelli di vita trascorsa in un organismo vivente dotato di battito cardiaco e di respiro, in un insetto policromo che si libra gioiosamente in aria.

Si sentono nelle liriche più lunghe e articolate quelle caratteristiche di vibrante attitudine monologante che sfocerà poi nelle numerose e importantissime incursioni teatrali di questo autore, produzione che ci auguriamo possa trovare spazio in un successivo volume riepilogativo.

Le traduzioni italiane di tutte le liriche del libro, riportate sotto al testo in dialetto, sono uscite dalla penna di Spadoni stesso e hanno la loro dignitosa bellezza anche in lingua e in questa forma le riporto nelle sporadiche citazioni all’interno di questo articolo per i lettori che magari non hanno dimestichezza con la dialettologia o non sono di lingua madre romagnola.

Va tuttavia sottolineato che la loro dimensione perfetta questi testi la trovano solo nella cadenza del dialetto ravennate (la variante della zona di San Pietro in Vincoli, in particolare), sfoggiando uno stile e un tono che non potrebbero esistere in idiomi diversi. Spadoni, a parte qualche non trascurabile espansione creativa in lingua italiana, scrive in un linguaggio moribondo, è vero, e lui stesso ne è consapevole, ma quale lingua non è destinata a perire e a perdersi come ogni altra creazione umana nelle cimmerie nebbie da cui è sorta?

Anzi l’elemento dialettale diventa esplicativo, almeno in parte, del punto di vista della personalità narrante, perché la sua dizione e la sua vocazione poetica provengono da un passato in cui il dialetto era ancora lingua madre della maggioranza delle persone: anche per questa contiguità con le proprie radici il poeta ravennate ci studia con uno sguardo intriso di quella saggezza popolare che a volte si consolida in forme proverbiali, fissando il mondo attuale, i suoi mutamenti spesso non positivi, con una inquietudine venata di amarezza: assiste dal suo trono di legno al sopraggiungere di desolanti malattie dello spirito e cancri della società, che aprono drastici squarci nel tessuto sociale e voragini nel sistema di valori morali un tempo condivisi: “Non si può più girare per l’andirivieni di certe facce che non riflettono i raggi del sole, ma un’ombra di torbidi pensieri, una malattia del giorno d’oggi che incarognisce la vita. Una volta le facce erano quelle e basta!”

In altri tempi, non così lontani, bastava poco per sentirsi parte della collettività, mentre oggi l’estenuata diversificazione dei beni ci fa sentire tutti emarginati dal vero Bene.

La natura, da Omero in avanti, è un classico repertorio da cui trarre metafore: Spadoni si muove in questo spazio abusato, ma riesce a farlo con un’immediatezza che testimonia in lui un innato sodalizio tra spirito e materia, una naturalezza che Mario Luzi rivendicava come tipica del vero poeta; i suoi gesti mentali si confondono con i movimenti della natura, manifestazioni di una stessa vita indivisibile: “…pensieri che ruotano e mulinano e come rondoni stanchi riprendono la carreggiata e dormono un sonno leggero in volo”.

Acute e puntuali le introduzioni critiche che in vari punti del libro lodano le peculiarità e analizzano i risultati del percorso poetico di Spadoni: notevole il lungo studio dell’illustre professor Ezio Raimondi che funge da prefazione, sapiente e autorevole anche la recensione della studiosa Clelia Martignoni, a cui si aggiungono alla fine del libro una carrellata di brevi interventi che testimoniano l’interesse suscitato dalla voce vigorosa ed essenziale del Nostro. Tuttavia, tornando all’idea quasi sensuale di corpus poetico con cui avevo iniziato, va detto che l’opera di Spadoni è bella anche nuda, libera da ogni commento o nota: con rara immediatezza i suoi testi, anche spogliati da apparati critici, parlano direttamente al cuore del lettore, anche al meno colto, e chiunque può riconoscere qualcosa di sé in quelle parole, il risvegliarsi di un’atmosfera famigliare o il tintinnio di un’intima eco.

Affrontando questo tipo di poetica i giapponesi parlerebbero in questo caso di “koto no kokoro”, il cuore segreto delle cose, proprio per indicare una misteriosa semplicità espressiva capace di rivelare ciò che resterebbe un risvolto inattingibile dell’apparire, se non fosse colto e descritto da chi ha portato i propri mezzi artistici al grado difficile della perfetta maestria.

Estremamente opportuna, infine, l’opera pittorica di Vanni Spazzoli che campeggia in copertina, con uno stile cromatico che ricorda l’onirico Chagall: si scorge un’ape golosa che sorvola una fila di fiori, a simboleggiare la mobile natura del poeta che succhia e distilla le linfe della vita, si fa inebriare dai profumi ed eccitare dai colori, sperimenta la varietà del mondo per incrementarne a sua volta la diversità, impollinando altre solitudini, librandosi nel cielo come veicolo di fecondazioni inattese, vettore di promiscue verità.

Emanuele Palli