Divino

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La parola gettata nel vuoto di incredibili distanze, l’eco della stampa che attraversa spessori di tempo, urta orecchie straniere, risplende in blocchi di taglio differente, dalla plica mongolica degli occhi estremo-orientali alle grandi rotondità liquide dello sguardo indiano, l’impatto del suono e del senso che lampeggiano e risuonano nel timpano e nella fovea, traducendosi sempre in esiti imprevisti, annientandosi quasi come anime predestinate a divenire altro nella trasmigrazione incessante delle forme e dei significati. Eppure dall’altra parte del pianeta qualcuno ogni tanto sente, senza poterlo nemmeno spiegare, un rapporto inesplicabile con l’autore, si scopre destinatario di un messaggio inimmaginabile, come una folata di vento pervenuta dal mare oscuro degli spazi o un ritmico riverbero dal brillio delle notti che scandiscono il tempo, e così sulla pagina avviene di nuovo il vero incontro, si compie ancora una volta il destino.

Quando si parla di uno dei testi fondativi della lingua e dell’identità italiana, come è la Divina Commedia, e del suo transito in differenti lingue e culture c’è da sentir tremare le vene e i polsi, in particolare se si è cultori della religione delle parole. A raccontare venerdì scorso a Ravenna il suo rapporto con la Commedia è stato il glottologo Emanuele Banfi, uomo dall’insaziabile appetito intellettuale che nei suoi studi è passato dall’area greca e balcanica sino al mondo arabo per impegnarsi poi in significativi affondi nella storia linguistica e culturale della Cina e del Giappone. All’interno del Caffè Letterario, grazioso bar di via Diaz, centro di gravitazione di diverse rotte culturali, siano pellegrini curiosi o stelle fisse del firmamento artistico (I migliori sono appesi alle pareti sub forma aeternitatis…), l’insigne studioso, che detiene la cattedra di glottologia all’università di Milano-Bicocca, ha ricordato la sua prima infatuazione per la Commedia, svoltasi attraverso l’insolita mediazione del fumetto Topolino che nei primi anni Cinquanta ne ha fornito una versione allegra e vivace, ma anche attenta e ben curata sul piano poetico e lessicale. Dopo aver fatto partecipare i presenti alle atmosfere divertenti e surreali di queste colorate rese fumettistiche del poema, il professore ha ricordato anche l’influsso pedagogico delle letture del testo della Commedia da parte del padre che gli ha così instillato precoce curiosità per quei personaggi tormentati da oscure colpe e dall’ibrida natura di quei demoni degli abissi dai cacofonici nomi. Un altro gradino dell’ascesa verso Dante per il giovane Banfi sono state le illustrazioni di Gustav Doré, che correlavano l’edizione in suo possesso della Commedia, stupenda imago di quel viaggio oltremondano che con il suo potere evocativo ha suggestionato il bambino catturandone per sempre la fantasia. E’ stato come ascoltare gli episodi che nella vita di un futuro santo orientano lo spirito verso il  divino, ma in questo caso le piccole epifanie hanno progressivamente aperto spiragli verso la vocazione del futuro filologo che si dilettava già in età precoci a tematiche linguistiche e valori fonetici, godendo fin da fanciullo delle parole sia come singole unità semantiche sia nel loro concatenarsi in articolati segmenti di senso sempre più complesso.

Il bambino che leggeva la versione topolinesca dell’opera del Sommo Poeta oppure ascoltava le coinvolgenti letture dantesche del padre mi fa pensare con nostalgia a una realtà che non ho mai conosciuto ovvero alla ricchezza dell’era pretelevisiva, dove l’infante in casa non spegneva la propria fantasia davanti alla tv ma si attivava sulle parole e le immagini in forme più vitali e personali. Il rapporto con Dante ha assunto poi una valenza ancora più originale in età più mature, quando l’interesse di Banfi, perseguito stavolta nelle vesti del letterato professionista, si è esteso alla Commedia nel mondo, quasi come se fosse un test suscettibile di saggiare i limiti della traducibilità e della comprensione interculturale tramite la resa di un testo così denso di significati e valori simbolici.

Un esempio concreto è fornito dallo stesso glottologo, il quale ha sottolineato la difficoltà di rendere alcuni concetti che nella nostra cultura europea sono marcati positivamente con termini cinesi o giapponesi, come jishu o shizen che hanno lo stesso significato letterale, ma sono termini connotati negativamente, in quanto in questi paesi l’indipendenza di atto, giudizio e pensiero dell’individuo a dispetto del più ampio contesto non è valutata come un pregio. Così quella libertà che “è sì cara, come sa chi per lei a vita si spense” ed è forse uno dei massimi ideali della nostra civiltà, è un difetto in un mondo, come quello nipponico, dove il nocciolo dell’identità è dato dal gruppo di appartenenza, nell’ordine nazione, ditta, famiglia e l’individuo, quel Singolo che l’ispirato Kierkegaard scrive con la maiuscola o quell’unico esaltato da Stirner, non conta proprio nulla, anzi sarebbe giudicato un’aberrazione, piuttosto che un ideale (Sinceramente sulla concezione di Stirner ha delle riserve anche il sottoscritto, mentre condivido il sentire del grande e solitario danese, sfrondandolo però dal cristianesimo e proiettandolo in un ardito e vibrante esistenzialismo senza neppure un Dio nella sera d’amore di viola).

Anche da questa considerazione si comprende la complessità di rendere le coordinate di un’opera che è la quintessenza della nostra cultura a beneficio di tradizioni culturali fondate su presupposti così diversi. La mia insegnante di Teatro Giapponese all’Università Ca’ Foscari ripeteva argutamente che per lingue così lontane bisognerebbe parlare di trasduzione più che di traduzione come se si trattasse di distinti sistemi fisici, diversi stati della materia o differenti disposizioni dell’energia spirituale. Tutto ciò testimonia la difficoltà e l’importanza di queste necessarie transazioni simboliche, alla cui realizzazione contribuiscono geni come uno dei traduttori giapponesi della Commedia, Fujitani Michio della Keio University, amico e collega del professor Banfi.

Altro che facili ammiccamenti alle culture diverse, promiscuità immediata delle fedi e dei credi, apertura dei porti e lancio dei ponti, ci vuole un lungo processo di acclimatamento, familiarizzazione tra popoli divisi dalla storia e prima ancora dalla geografia, occorre sviluppare gradualmente una conoscenza reciproca se vogliamo evitare devastanti collisioni tra mentalità radicalmente opposte, shock e psicodrammi per reiterati fraintendimenti. Al bellissimo ideale, in perenne divenire, della fraternità universale uniamo una insistente curiosità reciproca e un rispetto per le diversità che non significa adesione a visioni che ci estranierebbe dalla nostra identità: solo a chi conosce se stesso attraverso l’altro e il prossimo tramite se stesso si può dischiudere un’era di pace duratura.

L’inferno sembra essere più traducibile del paradiso, il che era anche prevedibile. Tuttavia esiste il paradiso anche in ambito buddhista, ad esempio quello della Terra Pura allestito dal Buddha Amithaba a beneficio dei fedeli che in punto di morte ne invocano il soccorso, tanto che venivano predisposti altari a parete davanti ai letti dei moribondi i quali potevano afferrare fili di seta che partivano da una raffigurazione del più pietoso bodhisattva del pantheon giapponese ed avevano così la sensazione quasi fisica di essere afferrati dal salvifico e misericordioso abbraccio per venire trasportati nell’eden ornato di fiori di Loto da lui generato con la forza della meditazione. Se il purgatorio è un concetto molto più difficile da esportare, sfuggente persino per molti cristiani, l’inferno è un’idea già globalizzata da millenni e infatti il professor Banfi ha accennato ad illustrazioni della versione giapponese della prima Cantica tratte da rappresentazioni buddhiste dell’inferno, in cui come in una truculenta  macelleria i demoni autoctoni fanno a pezzi i corpi dei poveri dannati e ne ricavano sushi infernale, o sublime orrore dell’eterno contrappasso. Per quanto riguarda il limbo so che ci sono dei precedenti nell’immaginario nipponico nell’idea che vi sia una dimensione dedicata ai bambini mai nati, dove queste creature che non hanno mai incontrato i loro genitori costruiscono sulla riva del mare castelli di sabbia che dei maligni demoni custodi si affrettano ad abbattere non appena sono completi, a simboleggiare questa condizione di attesa infinitamente posticipata della propria nascita, un’immagine di poesia assoluta e sopraffina malinconia che non sarebbe venuta in mente nemmeno a Keats.

Con signorilità Banfi ha salutato riconoscendo ai romagnoli rare doti di empatia e calore umano. Ha infine sottolineato come a Ravenna sia sempre fatidico e significativo imbattersi nel sepolcro di Dante: non è una tomba qualsiasi, è il luogo di una presenza o di un’assenza che interpellano. E’ vero, anch’io mi sento spesso sfidato come uomo e poeta da quel tumulo muto a viaggiare in me stesso e ritrovare le ombre e le luci additate dal geniale fiorentino.

Ognuno ha il suo rapporto con Dante, un particolare punto di contatto come tra due epidermidi che trovano un magico incastro a seconda della conformazione cellulare della propria anima, del modo e del punto dell’incontro, diverso per ciascuno. Questa scorribanda per le contrade del mondo di un dantista sui generis è stata uno degli ultimi incontri della serie di appuntamenti introduttivi all’edizione di quest’anno di Dante2021, ciclo di sostanziose conferenze e spettacolari eventi guidati dalla direzione artistica del dottor Domenico De Martino che inizia oggi presso gli Antichi Chiostri Francescani a Ravenna a partire dalle ore 17.  

Emanuele Palli