Il filosofo transalpino inciampa sulle Alpi e cade riverso nella Padania

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Come se non avessimo da noi abbastanza gente incapace di pensare, dobbiamo invitare anche uno dei più reputati filosofi francesi a darci lezioni a domicilio: è successo a Quarta Repubblica da Nicola Porro e devo dire che rispetto al luminare francese di illustre ceppo semitico, che era in collegamento, il nostro ruspante Salvini, che è un politico efficace, ma di certo non ha il pedigree del pensatore, sembrava quasi un Kierkegaard che duellasse a colpi di dialettica con l’ultimo ubriaco di una taverna danese; in realtà bastavano le espressioni del leader leghista per dimostrare l’allarmante inconsistenza delle posizioni preconcette dell’avversario e a tratti sembrava più un vaudeviille che un incontro tra spiriti liberi. In effetti certi post-pensatori come Henry Bernard Levy, ovvero quelli che hanno lasciato la riva del pensiero per andare alla deriva verso il pregiudizio e l’opinione preconfezionata da ideologie opportuniste, si meritano gli infiniti haters che hanno: al giorno d’oggi potete infatti invitare in studio un vignettista, un giornalista schierato, il politico presenzialista, il primo dei sindacalisti, l’ultimo degli artisti, un filosofo alla moda o un conduttore che ammicca a sinistra dello schermo e il risultato non cambierà, potete anche spegnere la tv perché le opinioni saranno sempre le stesse, la fotocopia del medesimo non pensiero, ovvero l’accusa di sovranismo e razzismo come ritmica ingiuria, gli immigrati irregolari esaltati come oro del pianeta e unica ricchezza di un Paese, i diritti ripetutamente offesi e le rivendicazioni ad una esistenza dignitosa degli italiani derubricati a mancanza di sensibilità per i problemi dei cari profughi. Trattando uno dei nostri politici più votati come se fosse pura feccia e pontificando su problemi che non conosce con la solita saccenza del privilegiato che a Lampedusa è stato solo per un film, come ha ammesso lui stesso pur di non perdere l’occasione di farsi pubblicità, il nostro amico miliardario dimostra di non conoscere la realtà dell’italiano medio almeno quanto ignora quella dei suoi concittadini francesi; pur sapendo cosa è successo in Francia ad opera di terroristi immigrati di prima o seconda generazione, questo signore dalle inavvertibili qualità, evidentemente privo di rispetto perfino per i morti del suo Paese, ci esorta a tenere spalancate le porte d’ingresso a chiunque, infetto o meno, bene o male intenzionato che sia, cosa che il suo stesso Stato pervaso di orgasmica grandeur si guarda dal fare, preferendo sorvegliare le frontiere con malcelata durezza.
Che scappino tutti da guerre atroci questi ragazzoni africani che lasciano a casa donne, vecchi e bambini? Non credo che fuggano dalla tregenda proprio i più valenti a meno che non rappresentino il più vile dei popoli, lungi da me il crederlo; sappiamo che la maggior parte sono migranti economici e futuri delinquenti comuni o manovalanza in nero che tolgono a chi fugge veramente da guerre e catastrofi la possibilità di essere tutelato e accolto in Italia come meriterebbe.
Tornando a poppa, capitano o mio capitano, Bernard o mio Levy, in Italia abbiamo indubbiamente nella nostra intellighentia dei bei fenomeni da baraccone, ma sono costretto a concludere che in Francia sono messi ancora peggio… poverini…
D’altronde l’ignoranza è transnazionale e non conosce frontiere, questo Pierino dal viso birichino e l’occhietto avido, un Gian Burrasca della cultura dal sorriso volpino o forse dovrei definirlo un buffo Tartarino da Tarascona o un Bel Ami dai troppi matrimoni e una diaspora di ville in vari continenti, questo intellettuale che con le sue incursioni in Libia si atteggia ad eroico giornalista e titanico esteta, forse vorrebbe essere il Byron 2.0, ma la Libia non è la Grecia da liberare dai Turchi e il suo non è attivismo umanitario, ma opportunistica ubiquità mediatica. In fondo mi pare più adatto ad atmosfere circensi e oniriche: mi fa pensare a un pagliaccio dal trucco sbiadito che non fa più ridere nessuno, ma di certo non fa neanche pena col suo usurato costume di scena, ammesso che ci sia mai stato un uomo vero sotto alle pose d’autore di questo tizio più aduso a stappare champagne su yacht iperbolici che a meditare sulle profonde radici dell’inconoscibile.
Emanuele Palli