Cosa c’è di più inutile della poesia? Difficile trovare un paragone all’inanità della parola inerme e infilzata sullo spillo della scrittura privata d’ogni funzione, palco in cui si impala l’autore a beneficio di altri masochisti della ruminazione interiore e di entomologi appassionati alla rarità esistenziale.

Specie sempre più in estinzione quella dei poeti in questa epoca in cui gli impulsi elettrici e i segnali delle telecomunicazioni hanno preso il posto dello Sturm und Drang dei sentimenti. Una volta i poeti erano gli emissari dell’abisso e i profeti di un mondo sognato, i famelici cercatori di verità idolatrati come semidei, oggi sono scansati come untori di insano pessimismo che si costruiscono verso dopo verso una fama di sfaccendati o di depressi, perché è questo il giudizio che ricade su questi poveri diavoli in debito col mondo per il loro amore sviscerato per la potenza dei segni.
Senza dubbio le velenose ricette formulate dai medici, la piatta prosa giornalistica che ripete giorno dopo giorno l’identico nulla, i noiosi tabulati compilati dai ricercatori, i progetti di grandi opere disegnati dagli ingegneri e le sentenze gravide di conseguenze irreversibili dei magistrati sono più decisivi e fatidici delle parole che il poeta mette insieme, raccogliendole dagli istanti vissuti e volendo farci credere che il cielo, il mare e gli amori non esisterebbero se non ce li raccontasse lui e non facesse dello spettacolo clamoroso della vita una traduzione impossibile dall’anima alla parola, dalla sensazione al senso.
I poeti tagliano brandelli di pelle come se fosse carta e il loro sangue si improvvisa inchiostro perché vogliono essere, più che amati, memorizzati, o arroganza estrema di chi scrive per non dimenticare quello che non vorrebbe ricordare ed evitare di essere annientato dai rigurgiti della memoria involuta, rimossa, sconvolta!

Chiedersi a cosa serva la poesia è un po’ come domandarsi se la vita abbia o meno un senso e uno scopo determinabili. Forse tutto nasce ed evolve a caso nel guazzabuglio cangiante delle forme e la lunga dinastia dei dinosauri ha lasciato spazio alle orme più piccole e ambigue dell’essere umano per uno strano scherzo biochimico, a cui faranno seguito altri esperimenti che rendono il nostro minuscolo pianeta un laboratorio di possibilità fra gli infiniti ecosistemi che popolano di prospettive e presenze ogni angolo dell’universo. Qual è l’intelligenza cosmica che si esercita nell’arte della curiosità, tipica di chi non è onnisciente?

La stolida legge del più adatto non è diretta verso il bene o il bello e lo si vede nelle foreste dove le macchine rumorose e le industrie inquinanti dell’uomo prendono il posto del canto melodioso e del misterioso volo di tucani e uccelli del paradiso, così come nei luoghi di lavoro dove i più ripugnanti opportunisti e i ruffiani meglio insediati per pregresse raccomandazioni restano al loro posto, mentre i puri devono partire, banditi dall’esercizio virtuoso della propria professione.

Non basta una vita sola, un uomo che riassuma in sé le esperienze fondamentali e supreme? È proprio necessario questo avvicendarsi di generazioni che ripetono ogni volta simili configurazioni dell’errore, percorrendo una infilata di stanze dalle vane scenografie storiche che termina nell’oblio postmortale, vita dopo vita? Non nascerà mai l’uomo perfetto che renda inutili gli altri, come aborti e relitti d’una sfiorata pienezza? Per quale scopo sono nati l’uomo, il giaguaro, l’ornitorinco e la formica? Gli umani hanno esigenze di senso che gli insetti o i felini non possiedono, ma questo non li salva dallo schiacciamento. Chi si allontana di più dall’essenza delle cose, dalla muta verità dell’azione?

La poesia, come tutte le forme interrogative ed esitanti dell’espressione umana, riflette questo spaesamento, si consolida in reato contro il divenire, ruggito melodioso che si cristallizza a beneficio di uditori futuri. La speranza di emanare un alone di verità oltre le sagome della finzione, si reifica in bava e respiro sul vetro, traccia di canto, aeriforme prodezza ed equorea vanità. Una selezione sovrannaturale ci consegna ogni giorno alla perplessità dei sopravvissuti: caso unico clinico lirico, il poeta è un hapax legomenon, vittima solitaria e irripetibile di una mutazione genetica del corredo di morfemi a disposizione degli umani.
La poesia è un medium per oltrepassare con arroganza metafisica le distanze minime tra le anime, lanciare un messaggio tra monadi e trovare l’epicentro di cataclismi interiori.

Sentiamo tra le righe dei poemi il vento che trasporta le immagini della natura e dell’anima umana, disperde l’inessenziale e scatena l’invisibile che dorme al centro di ogni essere come un testo illeggibile e compatto: buio cuore di tutte le nostre parole, circolazione di voci e spifferi che ci fanno vivere. Ci scaldiamo, leggendo, al fuoco che arde nell’interiorità come nella caverna platonica il surrogato del sole, che dà ombrosa proiezione agli oggetti balenanti e alle forme dell’interna coscienza: le configurazioni dell’eterna illusione.

La bellezza e l’orrore, la paura e l’amore precedono la poesia e le sopravvivono: le parole non raggiungono il cuore delle cose che batte nel nucleo incandescente del divenire e il linguaggio, alla fine, viene deposto come una  maschera acustica, rimosso e redento dal transito dell’inevitabile.

Emanuele Palli

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