Celebro a modo mio la giornata internazionale contro l’omofobia: mi libro tra l’onorevole Zan e il naturalista Linneo

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Tento un realistico reportage dal presente, mentre un’aria di frizzante allegria invade i mezzi di informazione ora che il vaccino sta toccando le sue vette di commercializzazione pervasiva, violenta e assillante; dopo lunghe sessioni di ossessivo terrorismo sanitario e condizionamento pubblicitario, adesso la scienza può tornare ad essere vagamente libera e i venditori di vaccini porta a porta, detti anche dottori, possono rientrare nel loro umile ambulatorio o altisonante studio, iniziando a rallentare e rarefare l’onnipresenza televisiva, l’ordine dei medici potrà cominciare ad attenuare la sua morsa censoria sulle proposte terapeutiche alternative dei pochi liberi pensatori sopravvissuti al delirio, mentre la patologia prende nuove forme in altre reti, laddove alcuni giornalisti sono così scandalizzati dalle gesta erotiche di un gruppo di presunti stupratori capeggiati da un figlio di vip da ripeterne catarticamente e catodicamente l’ipotetica violenza di gruppo in sede mediatica, sublimando l’orrore e l’indignazione tramite l’accurata descrizione nei minimi particolari delle traiettorie dei vari genitali all’opera quella maledetta notte postmoderna, la distribuzione delle palle in mano ai perpetranti iniquamente divise tra destra e sinistra; infine, per completare l’idillio, il saggio presidente Mattarella, stupor mundi, ci rassicura contro la minaccia degli omofobi, affetti da bifobia, una lurida minorazione dell’intelletto agente, ma è solo una tutela pleonastica, una benevolenza virtuale, essendoci già numerose giornate sapientemente dedicate a ogni cosa brutta, dall’Olocausto al genocidio degli Armeni, dalla violenza domestica a quella razziale, ma anche il giorno dei profughi e quello dei funghi porcini, la festa della pace e quella del rifiuto della miseria: possiamo ben sentirci tutti tutelati, oggi nessuno corre alcun rischio, l’Oms, l’Ema, l’Aifa e le sante Ong vegliano su di noi e grazie a Dio esiste anche l’ordine dei giornalisti sotto la cui egida vivo e l’ordine degli avvocati e dei farmacisti che come tutti gli ordini e gli dèi esistono per giustificare e dimostrare la propria esistenza, sono causa e scopo di se stessi. Siamo così immunizzati dall’odio reciproco che quasi quasi non servirebbe neppure la legge Zan… Perché preoccuparci? Il rischio è solo di uscire dalla casa del Grande Fratello o finire in prigione se sbagli la categoria sessuale o la sfumatura cromatica nel rivolgerti al prossimo tuo. Rispetto ai genietti della comunità LGBT Linneo era un dilettante dell’etichettatura. Oggi sono state create nomenclature straordinarie come bifobia, transfobia, trifobia (la paura di stare in tre in un letto, timore tra l’altro condivisibile), la triforafobia (la paura di affacciarsi dalle tipiche finestre veneziane) e la transmisoginia; dunque non siamo mai stati più garantiti contro qualsivoglia assalto fisico o verbale, il massacro è finito, sta prevalendo la ragione dopo millenni in cui meniamo per il naso il prossimo. Eppure se devo essere sincero vi posso garantire che a dispetto di politici illuminati e fior fiore di commissioni di esperti che decidono i nostri destini, non vi è mai stato così poco rispetto per la dignità umana come al giorno d’oggi, non c’è mai stata maggiore penuria di eticità, verità ed empatia verso il genere umano e per il singolo Homo, la scimmia nuda senza ulteriori determinazioni.

Emanuele Palli

Letta, “le revenant”: così i nostri cugini d’oltralpe chiamano i fantasmi che tornano a tormentarci

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Devo dire che quando ci aveva lasciato avevo quasi provato un moto di simpatia per lui, forse per il modo proditorio e subdolo in cui era stato trattato dal compagno Renzi che così aveva inaugurato la sua lunga serie di pugnalate alle spalle del potere. Ora però Enrico Letta torna nell’arena e al suo esordio come segretario del PD spara la sua formula magica della felicità: più donne in ruoli politici, ius soli e voto esteso ai sedicenni. Soprattutto in un periodo del genere, ma per quanto mi riguarda varrebbe per qualunque altro periodo, le priorità che scandiscono l’incipit del suo verbo politico assomigliano più a un borborigmo inconscio o alla scoreggina di uno stitico che all’urlo di battaglia di uno statista ispirato.
L’occhialuto e stralunato professorino se ne è stato rintanato oltralpe tutto questo tempo ad insegnare a livelli universitari per poi tornare finalmente in patria e affermare che ciò che gli sta a cuore è tutto qui: questo, dunque, l’architettonico piano politico su cui il fenomeno nostrano, un conte di Montecristo redivivo, ha pensato e ruminato durante il lungo esilio nelle sue passeggiate nervose per i corridoi di qualche prestigiosa école di Parigi. Ma che politologo sorprendente, che pensatore acuminato! Come ha preparato bene il suo riscatto dal forzato oblio nell’agone politico italiano.
Io sono contrario su tutti i fronti della sua triplice ricetta che cestinerei immantinente.
Perché più donne? Io voglio più persone competenti, laboriose e altamente morali al governo, che siano uomini, donne o ermafroditi; lo ius soli poi lo trovo concettualmente sbagliato e fuorviante, oltre che foriero di rischi di tutti i tipi; il voto ai sedicenni suona come una battuta che non fa ridere nessuno: allora, in tanto che ci siamo, perché non scendere sotto la soglia della pubertà, quando i soggetti sono ancora più condizionabili dagli slogan dei cretini di turno e potranno essere confezionati come “sardine” pronte all’uso già pochi istanti dopo la nascita. No, cari amici, non traiamo la affrettata conclusione che politicamente il vostro Lettino si sia appena suicidato, semplicemente non è mai nato, considerando una statura politica impercettibile, un ingresso inavvertibile sulla scena, una penetrazione sul suolo italiano incolore, senza dolore e soprattutto senza piacere. Un revenant, dunque, un ritornante, come i francesi chiamano i fantasmi, creature notoriamente esangui, anemiche, disanimate che tornano per tormentarci.
A prescindere dal fatto che sono proposte alquanto opinabili, in ogni caso credo che anche chi condivide il tenore di quella triade di concetti lettiani, non li può percepire come urgenza sociale o motto d’avvio di una nuova esperienza politica, a meno di non essere afflitto da serie patologie al sistema nervoso centrale o all’apparato del pensiero.
Ma non finisce qui. Ultimamente il vellutato pensatore dotato di vele leggere al posto della corteccia prefrontale, a giudicare da come fioccano le idee in quel cranio lucido e sereno come se fosse solcato da alisei costanti, ha aggiunto una chicca al rosario delle sue proposte: “Voglio un PD digitale!”. Eureka! Forse per quello gli basterebbe un PC…
Dunque sento riaffiorare tra le mie labbra maldicenti la formula d’augurio divenuta recentemente foriera di sinistri presagi, così torno a dirgli anch’io col sorriso sibillino di Giuda: “Stai sereno, torna nel nulla mentale da cui provieni e levati dal corso vorticoso dei coglioni, dalla traiettoria intontita delle pale intorno all’asse!”
A suo discapito posso dire che almeno nel discorso d’esordio, senza volerlo, Letta ammette di essere lui stesso il problema, non tanto perché non c’è una donna al suo posto come dice lui, visto che oggi, volendo, le transizioni da un sesso all’altro sono pratica comune, persino pubblicizzata dai mezzi di disinformazione, ma, a mio parere, semplicemente perché è se stesso, ovvero una delle tante pedine del partito più irresponsabile, ipocrita, inquietante, amorale, antidemocratico e pericoloso del panorama politico italiano. Gli auguro dunque di divenire quello che è: il pilota più catastrofico, un vento divino, un kamikaze insomma.
Emanuele Palli

Il filosofo transalpino inciampa sulle Alpi e cade riverso nella Padania

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Come se non avessimo da noi abbastanza gente incapace di pensare, dobbiamo invitare anche uno dei più reputati filosofi francesi a darci lezioni a domicilio: è successo a Quarta Repubblica da Nicola Porro e devo dire che rispetto al luminare francese di illustre ceppo semitico, che era in collegamento, il nostro ruspante Salvini, che è un politico efficace, ma di certo non ha il pedigree del pensatore, sembrava quasi un Kierkegaard che duellasse a colpi di dialettica con l’ultimo ubriaco di una taverna danese; in realtà bastavano le espressioni del leader leghista per dimostrare l’allarmante inconsistenza delle posizioni preconcette dell’avversario e a tratti sembrava più un vaudeviille che un incontro tra spiriti liberi. In effetti certi post-pensatori come Henry Bernard Levy, ovvero quelli che hanno lasciato la riva del pensiero per andare alla deriva verso il pregiudizio e l’opinione preconfezionata da ideologie opportuniste, si meritano gli infiniti haters che hanno: al giorno d’oggi potete infatti invitare in studio un vignettista, un giornalista schierato, il politico presenzialista, il primo dei sindacalisti, l’ultimo degli artisti, un filosofo alla moda o un conduttore che ammicca a sinistra dello schermo e il risultato non cambierà, potete anche spegnere la tv perché le opinioni saranno sempre le stesse, la fotocopia del medesimo non pensiero, ovvero l’accusa di sovranismo e razzismo come ritmica ingiuria, gli immigrati irregolari esaltati come oro del pianeta e unica ricchezza di un Paese, i diritti ripetutamente offesi e le rivendicazioni ad una esistenza dignitosa degli italiani derubricati a mancanza di sensibilità per i problemi dei cari profughi. Trattando uno dei nostri politici più votati come se fosse pura feccia e pontificando su problemi che non conosce con la solita saccenza del privilegiato che a Lampedusa è stato solo per un film, come ha ammesso lui stesso pur di non perdere l’occasione di farsi pubblicità, il nostro amico miliardario dimostra di non conoscere la realtà dell’italiano medio almeno quanto ignora quella dei suoi concittadini francesi; pur sapendo cosa è successo in Francia ad opera di terroristi immigrati di prima o seconda generazione, questo signore dalle inavvertibili qualità, evidentemente privo di rispetto perfino per i morti del suo Paese, ci esorta a tenere spalancate le porte d’ingresso a chiunque, infetto o meno, bene o male intenzionato che sia, cosa che il suo stesso Stato pervaso di orgasmica grandeur si guarda dal fare, preferendo sorvegliare le frontiere con malcelata durezza.
Che scappino tutti da guerre atroci questi ragazzoni africani che lasciano a casa donne, vecchi e bambini? Non credo che fuggano dalla tregenda proprio i più valenti a meno che non rappresentino il più vile dei popoli, lungi da me il crederlo; sappiamo che la maggior parte sono migranti economici e futuri delinquenti comuni o manovalanza in nero che tolgono a chi fugge veramente da guerre e catastrofi la possibilità di essere tutelato e accolto in Italia come meriterebbe.
Tornando a poppa, capitano o mio capitano, Bernard o mio Levy, in Italia abbiamo indubbiamente nella nostra intellighentia dei bei fenomeni da baraccone, ma sono costretto a concludere che in Francia sono messi ancora peggio… poverini…
D’altronde l’ignoranza è transnazionale e non conosce frontiere, questo Pierino dal viso birichino e l’occhietto avido, un Gian Burrasca della cultura dal sorriso volpino o forse dovrei definirlo un buffo Tartarino da Tarascona o un Bel Ami dai troppi matrimoni e una diaspora di ville in vari continenti, questo intellettuale che con le sue incursioni in Libia si atteggia ad eroico giornalista e titanico esteta, forse vorrebbe essere il Byron 2.0, ma la Libia non è la Grecia da liberare dai Turchi e il suo non è attivismo umanitario, ma opportunistica ubiquità mediatica. In fondo mi pare più adatto ad atmosfere circensi e oniriche: mi fa pensare a un pagliaccio dal trucco sbiadito che non fa più ridere nessuno, ma di certo non fa neanche pena col suo usurato costume di scena, ammesso che ci sia mai stato un uomo vero sotto alle pose d’autore di questo tizio più aduso a stappare champagne su yacht iperbolici che a meditare sulle profonde radici dell’inconoscibile.
Emanuele Palli

Un milione di modi per ammazzare la verità

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Sardine di tutti i mari riunitevi, è questo il grido del pastore oceanico che richiama all’appello il suo docile popolo di pecore sottomarine e capre pinnate. Anche il più tiepido commentatore televisivo oggi elogia la bellezza di vedere le piazze piene, la pacifica e spontanea partecipazione della gente che esprime le sue idee, ci fa dono del suo collettivo dissenso, aderisce a un richiamo invisibile. A dire la verità non sono mai stato un estimatore delle agorà affollate, anzi trovo poco rassicurante ogni massa, perché è altamente manovrabile da qualunque male intenzionato ed è potenzialmente pericolosa; non c’è bisogno di avere letto gli studi di Elias Canetti per sapere che nelle moltitudini il libero arbitrio del singolo si estingue in un battito di ciglia e fisicamente e psicologicamente non si è più liberi di andare dove si ritiene giusto, ma si diventa parte di un macrorganismo, parte di un applauso o uno schiaffo plateale, che sviluppa propri fini attraverso gli incontri rituali e ripetuti che come nelle religioni o nei regimi dittatoriali donano un senso illusorio di identità collettiva. Ricorrente è anche la necessità da parte delle folle di scaricare la propria formidabile energia inventandosi un nemico e avendo necessità di sfogare periodicamente la propria violenza, verbale e muscolare contro icone, simboli o semplici oggetti della quotidianità cittadina e della civile convivenza, pericolo insito in ogni assembramento periodico di persone. Come dire che in principio era l’opinione, poi venne il disastro. Vi fu in origine il miraggio della democrazia, poi subentrò in un battibaleno il Caos.

Che teste vuote come carapaci di estinti gliptodonti si radunino è inquietante, dal loro attrito non può sfrigolare nessuna idea originale, tant’è che a dispetto della loro presunta neutralità questi greggi umani non fanno che ripetere il credo antisalviniano della sinistra, che è l’eco dell’antiberlusconismo e il presagio dell’antimelonismo se fosse, come già in parte lo è, Giorgia Meloni a incarnare la nuova minaccia elettorale al verbo del Pd e dei suoi alleati, sbiaditi sosia, illustri fac-simili. Tanto sappiamo che l’unica acefala strategia politica che da quella parte sanno mettere in campo è ormai una sclerotizzata demonizzazione dell’avversario. Dato che è una tattica che ho visto applicare anche in scala ridotta nella mia modesta esperienza su persone dall’onestà risplendente, a cui sono stati sfregiati i lineamenti della loro figura pubblica e professionale perché i soliti gruppuscoli dalle salde radici politiche potessero perseguire meglio i loro loschi fini locali, regionali o nazionali fatico a sopportare questo teleguidato coalizzarsi della gente contro qualcuno, facendo passare per rivolta morale quello che avvantaggia politicamente ed economicamente delle cricche di influenza o delle caste collaudate.

Mi inquieta questa Italia in cui basta fare un rutto dal palco per radunare accoliti e raccogliere proseliti, se per fondare un movimento politico  è bastato un profeta del vaffanculo col piglio da consumato rappresentante di cianfrusaglie e la voce ruvida e stridente di  usurato comico in pensione, dall’insolenza peraltro un po’ annebbiata, e se ora la folla barbarica del web si conferma un mare dove appena si butta un’esca di vacue parole si radunano cospicui banchi di sardine apparentemente disorientate, ma pronte a muoversi in stolida sintonia con gli interessi di poteri già collaudati, inscenando i loro insignificanti balletti pubblici tipici di pesci ossei dall’indole gregaria. Nei volti dei principali portavoce del movimento non c’è né la saldezza dell’eroe né la pura incoscienza della gioventù, c’è il vuoto pneumatico della mancanza di significati, che può andar bene in una serata goliardica, ma quando una allampanata sardina dagli occhi vitrei si erge sul pulpito per predicare, l’effetto è perturbante.

Applaudirei, invece, se qualcuno scendesse in piazza per problemi reali e ingiustizie dolorose, perché, ad esempio, fosse  fatta luce, chiarezza e giustizia sul cosiddetto caso di Bibbiano, per capire quanto è diffuso questo fenomeno, perché se fosse successo anche solo a un bambino di essere stato portato via ingiustamente dalla propria famiglia, tutta l’Italia dovrebbe gridare contro questo orrore e, se ci fosse il minimo sospetto che questo tipo di abuso di potere possa essere una prassi non così rara, su questo punto o altri casi di consimile gravità si dovrebbe gridare allo scandalo, invece di riunirsi in compatte schiere per dichiararsi contro un leader come Salvini che da vari test elettorali e dai sondaggi risulta il più gradito dagli italiani, mentre viene dipinto da sinistroidi fantasie come un dittatore, mentre resta uno dei pochi a chiedere insistentemente di andare alle elezioni e, tra l’altro, quando era al governo ha  fatto semmai un colpo di stato a se stesso per mandare al più presto gli italiani al voto, mossa goffa quanto volete, ma non mi pare di certo il comportamento tipico di un tiranno. Nel frattempo i sedicenti paladini della democrazia fanno i salti mortali e sperimentano acrobatiche promiscuità tra partiti che si odiavano pur di evitare il voto degli italiani, solo perché questo atto democratico rischia di decimarli: da che parte sta il vizio di un morboso attaccamento al potere?

Per gli stoccafissi della sinistra l’avversario politico, quando comincia a batterli alle elezioni, diventa sempre il mostro da mettere alla gogna nei tribunali, che sia lo squalo Salvini, il giaguaro Berlusconi, il cinghialone Craxi o qualunque altro “ministro dell’inferno” nel pieno delle sue funzioni, per citare il personaggio di una tragicommedia di Marco Martinelli, perché è chiaro che dobbiamo essere da tempo sprofondati senza accorgercene nell’Ade dove regnano i morti viventi, non esseri umani reali con un loro pensiero unico e irripetibile.

Ora, dopo aver registrato il marchio, le scivolose Sardine si vorrebbero dare una forma più solida e strutturata. Delle cose veramente grandi anche ciò che resta, dopo la loro conclusione esistenziale, suscita meraviglia e muto stupore nei posteri, come le ossa dei dinosauri o le sinfonie di Beethoven che suggeriscono l’idea di ordini di grandezza irripetibili; mi chiedo, invece, con un certo turbamento da pensatore esistenzialista, che cosa resterà delle stralunate Sardine? Sono mai emerse dal Nulla?

Secondo me una testa pensante è in grado di controbilanciare un’intera piazza sequestrata dall’ignoranza; d’altronde già Eraclito scriveva che “Per me uno vale centomila purché sia il migliore”. Ma le turbe rosseggianti che vorrebbero imperare oggi anche a dispetto della democrazia diranno che era un filosofo dal piglio nazista o un fascista ante litteram. In effetti come dare loro torto, Eraclito era vegetariano come Hitler e magari marciava per le vie di Efeso con la camicia nera: era detto l’Oscuro.

Emanuele Palli

Il ceppo oscuro del dolore: la nera Ravenna del caso Cagnoni

Ieri sera, ho seguito alla Biblioteca Classense di Ravenna un incontro dedicato al drammatico omicidio di Giulia Ballestri per mano del marito Matteo Cagnoni, condotto sul filo di due opere che trattano il caso in questione, ma anche la storia della famiglia d’origine del dermatologo ravennate, seguita per alcune generazioni. Era un incontro del ciclo “Il Tempo Ritrovato”, titolo dall’invitante sapore proustiano, curato da Matteo Cavezzali.

Sono andato all’incontro aspettandomi di apprendere qualcosa di più di questa antica stirpe ravennate e poter collegare, ammesso che sia possibile, la storia familiare, con le sue ombre  e le le sue luci, all’esito omicida di questo estremo rampollo attratto dallo studio della pelle e ultimamente dall’incanto dei riflettori televisivi, chiedendomi se possa esistere, come in qualche modo accennato dalle autrici invitate, Laura Gambi, Laura Orlandini e Carla Baroncelli, un filo nero, più che rosso, tra le generazioni dei Cagnoni, ceppo definito “importante”, in origine ricchi armatori, politici, si conta tra loro anche un potestà di Ravenna in un recente passato, poi medici, stimati luminari e professionisti vari.

Preciso che per me una famiglia è importante quando è ricca di verità e sentimento al suo interno e di correttezza e onestà all’esterno, questo è l’unico metro con cui valuto sia l’individuo che il suo eventuale nucleo famigliare; dunque per me titoli, influenza e potere, ceto e censo, con cui la maggioranza, anche chi non l’ammette, misura il successo non sono nulla. Le storie e le famiglie fondamentali per me sono altre e forse non verranno mai raccontate.

Durante la conferenza ravennate vengono riferiti pochi elementi, più suggestivi che esplicativi, che a mio parere non valgono a sostenere, nemmeno a grandi linee e incerte approssimazioni, la tesi delle autrici; forse più che una tesi un sospetto. Evidentemente chi leggerà i libri, “Delitto d’onore a Ravenna” (Pendragon) e “Ombre di un processo per femminicidio” (Iacobelli Editore) troverà, almeno immagino, rinvii a documenti e fonti da cui le scrittrici hanno tratto i loro risultati e desunto le loro conclusioni. Dalle loro scarne presentazioni, in particolare quelle di Laura Gambi e Laura Orlandini che nel loro testo hanno curato in modo particolare il lato storico e genealogico, emergerebbe il ritratto di una famiglia patriarcale con una mentalità arcaica in cui le donne svolgono un ruolo del tutto accessorio e subordinato al prestigio e al potere dell’uomo. Un ampio spazio nel dibattito l’ha occupato Carla Baroncelli con una serie di considerazioni che io ho trovato un po’ retoriche sul femminicidio; è ovvio che è tutto condivisibile perlomeno da parte di persone ragionevoli, come tutti fingono di essere quando si trovano in pubblico e non sono trascinati da una pulsione violenta o dalle odiose ossessioni della gelosia o del dominio. Il problema è che probabilmente lo stesso Cagnoni, prima del delitto, avrebbe assentito se si fosse trovato tra il pubblico in una serata come quella di ieri, anche perché, da quanto ricordo, aveva avuto in passato almeno una forma di partecipazione e collaborazione con un’iniziativa dell’Associazione Linea Rosa, quindi non era estraneo, in apparenza, a ideali nobili, come dire che una cosa è la teoria, un’altra la pratica,  la facciata di perbenismo o la comoda maschera delle dichiarazioni solidali non allude necessariamente a una autentica bontà, anzi spesso è vero persino il contrario. Che nel giorno della pronuncia della sentenza, come ha ricordato la Baroncelli, sia spuntata una marea di scarpe rosse in tribunale per me non significa nulla, è una scenografica solidarietà con le vittime che non costa fatica e secondo me rischia persino di banalizzare focalizzandosi su elementi così frivoli come il vestiario o appuntandosi su un colore simbolico. Io punterei il dito sulla violenza in sé, a chiunque sia diretta. Non c’è nessuno che non si indigni rispetto ad un atto criminale e sono cretini quelli che cercano scusanti in questo come in altri omicidi. Ma questa consapevolezza non basta a fermare il male che evidentemente alligna nell’animo umano ad un livello così profondo che è difficile da estirpare. Spesso anche chi denuncia di avere subito violenze o minacce non viene adeguatamente protetto, è anche una questione di meccanismi di tutela mal funzionanti o inadeguati, leggi traballanti o lacune nel sistema che andrebbero corretti a beneficio del genere umano, a prescindere dal sesso di appartenenza. E’ semplicistico per quanto suggestivo collegare, come hanno fatto le ospiti presenti, le cupe tinte di questo dramma con la storia di una famiglia dai valori reazionari, un maschilismo retrogrado che relega le donne nell’ombra e il culto insistito di un decoro che era più formale che sostanziale perlomeno se possiamo biblicamente giudicare l’albero dai frutti. Certo che, anche a prescindere dal caso specifico e dall’ambito in esame, un contesto che collochi la donna in un ruolo subordinato, marginale, sottomesso, dove viene punita colei che a un certo punto si sottrae al regime famigliare e infrange il codice implicito di un’apparente onorabilità, impedirebbe agli uomini di casa di mettere in discussione se stessi in caso di crisi matrimoniale e li porterebbe a scagliarsi contro chi in quest’ottica malsana viene percepito come pecora nera prima e poi come possibile capro espiatorio. Che cosa scatti nella mente di un uomo che uccide in generale o che in modo forse ancora più vile si accanisce contro una donna, dovremmo riuscire a spiegarlo meglio. Il maschilismo uccide? A volte basta purtroppo che il miraggio fallace e fuorviante del possesso carnale ed esistenziale d’una donna venga turbato dall’improvvisa apparizione di un rivale, reale o immaginario che sia, perché l’orgoglio ferito dell’arrogante diventi pericoloso o si faccia violento lo scatto inconsulto del debole che non sa resistere a un abbandono. Forse dovremmo chiederlo a poeti e romanzieri che sono abituati a sondare l’animo umano più sottilmente di psicologi e psichiatri; il problema è che ogni caso è diverso, si miscelano in un velenoso connubio fattori differenti, a volte imprevedibili. Una frase della Baroncelli che ho apprezzato asseriva che, secondo lei, il presumibile “vizio di mente” dell’imputato, condannato all’ergastolo nel processo di primo grado, non è di tipo psicologico, ma culturale. Penso anch’io che in fondo ogni omicidio derivi da un’incompleta evoluzione culturale dell’animale umano.

Purtroppo, e non è la prima volta in questa rassegna, non è stato lasciato spazio per le domande da parte degli spettatori accorsi numerosi: non so se è un caso o una scelta stilistica del curatore della rassegna, non che io sia solito trovare illuminanti gli interventi del pubblico, ma concederli è un dovere democratico. Ma ormai in questo Paese non abbiamo più neanche il diritto di votare, figuriamoci se possiamo permetterci di fare una domanda.

Emanuele Palli

Divino

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La parola gettata nel vuoto di incredibili distanze, l’eco della stampa che attraversa spessori di tempo, urta orecchie straniere, risplende in blocchi di taglio differente, dalla plica mongolica degli occhi estremo-orientali alle grandi rotondità liquide dello sguardo indiano, l’impatto del suono e del senso che lampeggiano e risuonano nel timpano e nella fovea, traducendosi sempre in esiti imprevisti, annientandosi quasi come anime predestinate a divenire altro nella trasmigrazione incessante delle forme e dei significati. Eppure dall’altra parte del pianeta qualcuno ogni tanto sente, senza poterlo nemmeno spiegare, un rapporto inesplicabile con l’autore, si scopre destinatario di un messaggio inimmaginabile, come una folata di vento pervenuta dal mare oscuro degli spazi o un ritmico riverbero dal brillio delle notti che scandiscono il tempo, e così sulla pagina avviene di nuovo il vero incontro, si compie ancora una volta il destino.

Quando si parla di uno dei testi fondativi della lingua e dell’identità italiana, come è la Divina Commedia, e del suo transito in differenti lingue e culture c’è da sentir tremare le vene e i polsi, in particolare se si è cultori della religione delle parole. A raccontare venerdì scorso a Ravenna il suo rapporto con la Commedia è stato il glottologo Emanuele Banfi, uomo dall’insaziabile appetito intellettuale che nei suoi studi è passato dall’area greca e balcanica sino al mondo arabo per impegnarsi poi in significativi affondi nella storia linguistica e culturale della Cina e del Giappone. All’interno del Caffè Letterario, grazioso bar di via Diaz, centro di gravitazione di diverse rotte culturali, siano pellegrini curiosi o stelle fisse del firmamento artistico (I migliori sono appesi alle pareti sub forma aeternitatis…), l’insigne studioso, che detiene la cattedra di glottologia all’università di Milano-Bicocca, ha ricordato la sua prima infatuazione per la Commedia, svoltasi attraverso l’insolita mediazione del fumetto Topolino che nei primi anni Cinquanta ne ha fornito una versione allegra e vivace, ma anche attenta e ben curata sul piano poetico e lessicale. Dopo aver fatto partecipare i presenti alle atmosfere divertenti e surreali di queste colorate rese fumettistiche del poema, il professore ha ricordato anche l’influsso pedagogico delle letture del testo della Commedia da parte del padre che gli ha così instillato precoce curiosità per quei personaggi tormentati da oscure colpe e dall’ibrida natura di quei demoni degli abissi dai cacofonici nomi. Un altro gradino dell’ascesa verso Dante per il giovane Banfi sono state le illustrazioni di Gustav Doré, che correlavano l’edizione in suo possesso della Commedia, stupenda imago di quel viaggio oltremondano che con il suo potere evocativo ha suggestionato il bambino catturandone per sempre la fantasia. E’ stato come ascoltare gli episodi che nella vita di un futuro santo orientano lo spirito verso il  divino, ma in questo caso le piccole epifanie hanno progressivamente aperto spiragli verso la vocazione del futuro filologo che si dilettava già in età precoci a tematiche linguistiche e valori fonetici, godendo fin da fanciullo delle parole sia come singole unità semantiche sia nel loro concatenarsi in articolati segmenti di senso sempre più complesso.

Il bambino che leggeva la versione topolinesca dell’opera del Sommo Poeta oppure ascoltava le coinvolgenti letture dantesche del padre mi fa pensare con nostalgia a una realtà che non ho mai conosciuto ovvero alla ricchezza dell’era pretelevisiva, dove l’infante in casa non spegneva la propria fantasia davanti alla tv ma si attivava sulle parole e le immagini in forme più vitali e personali. Il rapporto con Dante ha assunto poi una valenza ancora più originale in età più mature, quando l’interesse di Banfi, perseguito stavolta nelle vesti del letterato professionista, si è esteso alla Commedia nel mondo, quasi come se fosse un test suscettibile di saggiare i limiti della traducibilità e della comprensione interculturale tramite la resa di un testo così denso di significati e valori simbolici.

Un esempio concreto è fornito dallo stesso glottologo, il quale ha sottolineato la difficoltà di rendere alcuni concetti che nella nostra cultura europea sono marcati positivamente con termini cinesi o giapponesi, come jishu o shizen che hanno lo stesso significato letterale, ma sono termini connotati negativamente, in quanto in questi paesi l’indipendenza di atto, giudizio e pensiero dell’individuo a dispetto del più ampio contesto non è valutata come un pregio. Così quella libertà che “è sì cara, come sa chi per lei a vita si spense” ed è forse uno dei massimi ideali della nostra civiltà, è un difetto in un mondo, come quello nipponico, dove il nocciolo dell’identità è dato dal gruppo di appartenenza, nell’ordine nazione, ditta, famiglia e l’individuo, quel Singolo che l’ispirato Kierkegaard scrive con la maiuscola o quell’unico esaltato da Stirner, non conta proprio nulla, anzi sarebbe giudicato un’aberrazione, piuttosto che un ideale (Sinceramente sulla concezione di Stirner ha delle riserve anche il sottoscritto, mentre condivido il sentire del grande e solitario danese, sfrondandolo però dal cristianesimo e proiettandolo in un ardito e vibrante esistenzialismo senza neppure un Dio nella sera d’amore di viola).

Anche da questa considerazione si comprende la complessità di rendere le coordinate di un’opera che è la quintessenza della nostra cultura a beneficio di tradizioni culturali fondate su presupposti così diversi. La mia insegnante di Teatro Giapponese all’Università Ca’ Foscari ripeteva argutamente che per lingue così lontane bisognerebbe parlare di trasduzione più che di traduzione come se si trattasse di distinti sistemi fisici, diversi stati della materia o differenti disposizioni dell’energia spirituale. Tutto ciò testimonia la difficoltà e l’importanza di queste necessarie transazioni simboliche, alla cui realizzazione contribuiscono geni come uno dei traduttori giapponesi della Commedia, Fujitani Michio della Keio University, amico e collega del professor Banfi.

Altro che facili ammiccamenti alle culture diverse, promiscuità immediata delle fedi e dei credi, apertura dei porti e lancio dei ponti, ci vuole un lungo processo di acclimatamento, familiarizzazione tra popoli divisi dalla storia e prima ancora dalla geografia, occorre sviluppare gradualmente una conoscenza reciproca se vogliamo evitare devastanti collisioni tra mentalità radicalmente opposte, shock e psicodrammi per reiterati fraintendimenti. Al bellissimo ideale, in perenne divenire, della fraternità universale uniamo una insistente curiosità reciproca e un rispetto per le diversità che non significa adesione a visioni che ci estranierebbe dalla nostra identità: solo a chi conosce se stesso attraverso l’altro e il prossimo tramite se stesso si può dischiudere un’era di pace duratura.

L’inferno sembra essere più traducibile del paradiso, il che era anche prevedibile. Tuttavia esiste il paradiso anche in ambito buddhista, ad esempio quello della Terra Pura allestito dal Buddha Amithaba a beneficio dei fedeli che in punto di morte ne invocano il soccorso, tanto che venivano predisposti altari a parete davanti ai letti dei moribondi i quali potevano afferrare fili di seta che partivano da una raffigurazione del più pietoso bodhisattva del pantheon giapponese ed avevano così la sensazione quasi fisica di essere afferrati dal salvifico e misericordioso abbraccio per venire trasportati nell’eden ornato di fiori di Loto da lui generato con la forza della meditazione. Se il purgatorio è un concetto molto più difficile da esportare, sfuggente persino per molti cristiani, l’inferno è un’idea già globalizzata da millenni e infatti il professor Banfi ha accennato ad illustrazioni della versione giapponese della prima Cantica tratte da rappresentazioni buddhiste dell’inferno, in cui come in una truculenta  macelleria i demoni autoctoni fanno a pezzi i corpi dei poveri dannati e ne ricavano sushi infernale, o sublime orrore dell’eterno contrappasso. Per quanto riguarda il limbo so che ci sono dei precedenti nell’immaginario nipponico nell’idea che vi sia una dimensione dedicata ai bambini mai nati, dove queste creature che non hanno mai incontrato i loro genitori costruiscono sulla riva del mare castelli di sabbia che dei maligni demoni custodi si affrettano ad abbattere non appena sono completi, a simboleggiare questa condizione di attesa infinitamente posticipata della propria nascita, un’immagine di poesia assoluta e sopraffina malinconia che non sarebbe venuta in mente nemmeno a Keats.

Con signorilità Banfi ha salutato riconoscendo ai romagnoli rare doti di empatia e calore umano. Ha infine sottolineato come a Ravenna sia sempre fatidico e significativo imbattersi nel sepolcro di Dante: non è una tomba qualsiasi, è il luogo di una presenza o di un’assenza che interpellano. E’ vero, anch’io mi sento spesso sfidato come uomo e poeta da quel tumulo muto a viaggiare in me stesso e ritrovare le ombre e le luci additate dal geniale fiorentino.

Ognuno ha il suo rapporto con Dante, un particolare punto di contatto come tra due epidermidi che trovano un magico incastro a seconda della conformazione cellulare della propria anima, del modo e del punto dell’incontro, diverso per ciascuno. Questa scorribanda per le contrade del mondo di un dantista sui generis è stata uno degli ultimi incontri della serie di appuntamenti introduttivi all’edizione di quest’anno di Dante2021, ciclo di sostanziose conferenze e spettacolari eventi guidati dalla direzione artistica del dottor Domenico De Martino che inizia oggi presso gli Antichi Chiostri Francescani a Ravenna a partire dalle ore 17.  

Emanuele Palli

 

Caro Richard, la vita non è un film.

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Diventa facile la parte del buono, se è un consumato attore come Richard Gere a interpretare quel ruolo. Quando la recitazione esce dallo schermo ed entra nella vita, prende purtroppo il nome di ipocrisia. È semplice apparire il buon missionario di turno, staccare un attimo dalla vacanza in Toscana col figlioletto e la moglie trentanovenne, inizialmente ospiti in una villa di amici a Cecina, e organizzare un inedita variazione pseudo-umanitaria del classico soggiorno nel Bel Paese di un milionario americano. È come salire sul podio del buonismo e dire “eccomi qua”, non è difficile fare gli eroi davanti alle telecamere e ai riflettori puntati, lo sa bene lui, mettersi in posa, sfoderare un sorriso accattivante o velare gli occhi profondi ed enigmatici di qualche strato di opportuna compassione, mentre i fedeli fan attendono che il divo si esprima. E poi le opinioni di un attore possono avere una speciale rilevanza? Perché tutti dovrebbero essere pronti ad ascoltare qualcuno solo perché è un personaggio famoso e una faccia universalmente nota. Il fatto che sia un volto amato, non implica che dietro ci sia anche un pensiero strutturato o un’anima intensa e veridica. Quali titoli ha costui per dire agli italiani quali leggi approvare e quali respingere, per avere la presunzione di dedurre un mutamento quasi antropologico nel nostro popolo, giudicando i provvedimenti presi da un governo nel libero esercizio delle sue funzioni in un Paese che probabilmente conosce solo nei termini di un insieme di esclusive località per turisti di lusso. Recitare implica lo sviluppo di un’abilità, l’apprendimento di una tecnica, l’adesione a un metodo o la consapevole trasgressione di una tradizione, a volte è semplicemente un’attitudine innata che l’esperienza e la pratica affinano, non implica, e naturalmente non esclude il possesso di un’intelligenza eccezionale. Di certo ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione, ma è sempre disdicevole quando un individuo si erge a vate solo perché è risultato accattivante, bravo e convincente in un certo numero di ruoli, perché è acclamato come attore, musicista o rockstar. Penso, ad esempio, a talentuosi professionisti come Tom Cruise, che si fa occasionalmente portavoce di singolari visioni religiose, di Gwyneth Paltrow che si fa promotrice su internet di innovativi metodi di manutenzione degli spazi intimi, come la famosa sauna vaginale che ha recentemente provocato ustioni in una credula signora, come il summenzionato Richard Gere che giudica gli italiani, li trova mutati, come se, dopo l’approvazione del decreto Sicurezza non fossero più all’altezza della sua bontà e del suo buon cuore di buddhista operante per il bene dell’umanità. Il nostro Richard deve essere proprio un bodhisattva che ha promesso di non lasciare la terra finché anche l’ultimo dei mortali non avrà accesso al suo stesso Nirvana. L’arcangelo brizzolato ha però lasciato rapidamente la nave della Ong spagnola e ha ripreso la sua vacanza che aveva come meta successiva l’isola del Giglio, dove, appena arrivato, ha fatto un giro con un elegantissimo motoscafo modello Riva, carico di bellissime amiche e bottiglie di champagne, d’altronde dopo l’eroismo ci vuole un po’ di sano relax, come ci insegna dagli anni ’60 ogni episodio di James Bond.
E così cala un’ombra di perplessità in noi poveri mortali che non siamo ancora stati illuminati dalla fama, dal successo e dalle verità spirituali che evidentemente chiarificano la visione esistenziale del divo nordamericano: dobbiamo sorbirci le immagini di Richard che sale sulla Open Arms (Non sto a specificare la vicenda, perché, a parte le periodiche crisi di governo, le questioni dell’immigrazione sono le uniche cose di cui ci parlano i mezzi di informazione) e abbraccia i fratelli africani insegnandoci la fratellanza, dispensando a favor di telecamera quel savoir faire e quel fascino impossibile dal celare, stringendo le mani del prossimo con l’intensa e controllata fisicità che lo caratterizza, il dominio del sorriso e dello sguardo, le parole di chi sa di essere in un teatro vasto quanto il mondo, conscio che la sua realistica performance contribuirà ad arricchire la sua immagine di attore impegnato, di ispirato benefattore e messaggero di pace, probabilmente a beneficio del pubblico americano e dei colleghi del milieu cinematografico orientato quasi universalmente su posizioni sinistroidi, ovvero quelle linee di pensiero simili a maligni meridiani d’ombra che coprono trasversalmente i continenti diffondendo l’ipocrisia dei finti buoni, dei radical chic e delle masse degli ignoranti veri che si riconoscono tra le altre cose nella legalizzazione in materia di droghe più o meno leggere e in un simulato antirazzismo (Sono questi ormai i due pilastri d’un sistema di pensiero originariamente molto più articolato), laddove il buon senso ci dice che le droghe fanno male e l’immigrazione incontrollata va arginata per evitare conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Che venga a vivere in Italia il nostro Richard, l’amico del mondo, provi a capire i problemi legati a un’immigrazione incontrollata negli anni, si accerti dove approdano molti di questi individui alla ricerca d’un mondo migliore che finiscono per diventare bassa manovalanza per la criminalità, lavorando in condizioni di illegalità e sfruttamento al soldo di scaltri negrieri,  per non parlare di quei minori che scompaiono nel nulla, verosimilmente preda dei trafficanti di organi. Verso quali sogni vuole inviare i giovani immigrati questo buddhista che a giudicare dal numero di mogli e relazioni ignora quel distacco dalla matassa dei desideri che la sua religione prescrive: è meglio che si informi sui probabili destini e dalle verosimili destinazioni di questi sognatori clandestini sedotti da scafisti senza scrupoli e ingannati da vaste e ramificate organizzazioni criminali. Chi promette di accogliere chiunque in Europa rende concreta la promessa dei traghettatori infernali, che sarebbero impotenti e innocui se qualcuno non completasse il loro lavoro di maldestro trasporto. Quei politicanti che da anni ci parlano come Richard sono i veri responsabili dei problemi di convivenza in superficie e dei morti sottomarini, anime in pena che hanno creduto alle favole dei buonisti, come voci di sirena i fiumi della retorica li attraggono verso l’alto mare e poi, dato che non c’era reale bontà, sia chi sbarca sia chi affonda naufraga nel vuoto dell’ipocrisia. E muore, perché di ipocrisia si muore. Poi non bastano le argute opere teatrali ad hoc, le canzoni, i talk show per redimerli. Tanto dopo i morti diventano tutti buoni, mentre il vivo viene ritenuto così facilmente cattivo se ha il coraggio di dire quello che pensa…
Accogliere questi profughi indiscriminatamente significa essere l’ultima componente della filiera che parte dalla criminalità dei mercanti d’uomini e dei famigerati scafisti con rapporti consustanziali col terrorismo islamico. Se invece di persone trasportassero droga, la lasciassero alla deriva e noi italiani ci occupassimo dell’ultima parte del viaggio e poi la mettessimo noi in circolazione sul mercato del nostro paese, non saremmo noi altrettanto responsabili del successo di questa attività criminosa, non ne saremmo palesemente laidi complici? Non è complice di tutte quelle morti in mare proprio chi propone come Richard Gere l’ospitalità ad oltranza, il salvataggio e l’accettazione aprioristica, rendendo concreta la speranza che anima questa gente a salpare? Se costoro sapessero che il respingimento è la norma, l’immigrazione clandestina è un reato, nessuno rischierebbe vanamente la vita per una missione impossibile, spendendo per il viaggio cifre considerevoli che sono poi sistematicamente reinvestite nelle attività criminali, nel terrorismo e nelle alleanze strategiche con differenti mafie, e si sarebbero così evitate le infinite morti nel mediterraneo.
 Caro Richard, liberati dalla retorica! Vai in Africa, aiuta questa gente, sporcati la faccia e le mani senza trucchi cinematografici, con i tuoi soldi quattro Stati africani possono risorgere, si vive anche con poco, lo sanno anche molti italiani che forse non sono quelli che conosci tu: non venirci a dire che leggi dobbiamo promulgare o come risolvere i nostri problemi, è un po’ presuntuoso indicarci la via dal tuo limbo di irrealtà tra Pretty Woman, Cindy Crawford e il Dalai Lama, residenze sfavillanti dove per vicini hai solo i tuoi pari di censo e di fama; non sfruttare la figura pubblica per esprimere opinioni che la gente potrebbe approvare solo perché proviene dal loro divo. Non tutti distinguono tra l’uomo e il personaggio, è facile essere eroi dove il copione è già scritto e ogni ciak dura pochi minuti.
Non sei neanche venuto apposta, hai approfittato della vacanza in Italia per regalarti questo siparietto umanitario…
Non so se il nostro maestro dell’umanità sta ancora proseguendo le sue vacanze italiane o se è già tornato in una delle sue ville hollywoodiane, dove, volendo, il buon samaritano brizzolato potrebbe stipare più immigrati clandestini di un centro  d’accoglienza, non mi interessa. Il buddhista dall’animo equanime può stare tranquillo, ha accumulato tanto successo, fama, capitali e karma positivo che sarà un privilegiato anche nelle prossime cinque reincarnazioni.
Emanuele Palli

L’opinione è epilessia, diceva Eraclito detto l’Oscuro

Premetto che solitamente non leggo i giornali, non lascio che un tale rito mi usurpi una fetta della mattinata per confondermi con una rassegna dell’umana bassezza. Ci sono poi talmente tanti campi del sapere da esplorare che decidere di perdere tempo con le elucubrazioni dozzinali dei vari editorialisti o con la lista delle malefatte umane riproposte nella prosa insipida dei cronisti di giudiziaria non è degno dell’umana intelligenza. Sinceramente trovo stucchevole aggirarsi sui crinali infidi di quei titoli altisonanti, quegli articoli di spalla decadenti, per poi capitombolare su tagli bassi che non dicono niente o avere un frontale con aperture piene di boriose enunciazioni, che sono la vetrina dell’ego vanitoso di chi crede che la redazione di un grande giornale sia la sede dell’intellighenzia d’una nazione, come se le rotative rappresentassero un acceleratore di particelle a beneficio dei neuroni e delle relative sinapsi. In realtà a girare in paraboliche direzioni sono, sulla sponda dei lettori pensanti, sfere ben più pesanti arricchite al plutonio… Ammetto che ogni tanto in passato sbirciavo in altri giornali per confrontare le mie erezioni letterarie degne del miglior Tolkien, che uscivano su una testata locale, con i miseri riassunti o reimpasti del fatidico comunicato stampa elargiti da altri organi di informazione.

Ci potremmo consolare pensando che ciò che compare una volta e poi scompare nell’oblio non è così dannoso, perché “Eimal ist keinmal”, in realtà la pagina di giornale, cartaceo o meno, resta un potente strumento di condizionamento e livellamento delle opinioni: per il povero lettore la pagina diventa un ballattoio traballante dove incede sospinto dagli spadini dei bucanieri verso un’occulta persuasione di cui non si rende conto, fino al tuffo finale nel vuoto, che è il completamento d’un interrotto lavaggio del cervello. Facciamo finta allora che inauguri oggi una mia rubrica dedicata alla prima pagina d’un giornale preso a caso, un’eviscerazione del non senso quotidiano dei mezzi di disinformazione. Affacciamoci dunque sulla grigia grafia del mondo dei quotidiani: trasecoliamo sulla stretta passerella di parole sopra le acque dominate da caroselli di orche periodiche e ciclici squali. Direte che drammatizzo inutilmente, probabilmente è tutto normale per chi è abituato a leggere questa roba, ma io ho la mano sensibile perché poco usata, gli occhi abituati ai vapori di vaga poesia dell’atmosfera venusiana, l’animo per nulla assuefatto allo schifo corrente e si offende facilmente la mia pelle agli insulti di questa rozza atmosfera terrestre… Oggi all’arte di pensare si è sostituita quella di fare battutine in tv, innescare polemiche tendenziose e aggiungere il proprio ruttino al baccanale generale. Non siamo in una monarchia e lo scrittore odierno dovrebbe essere svincolato dall’esigenza di sostenere il sovrano di turno insultando i suoi nemici ed esaltando la sua stirpe, ma proprio perché siamo in democrazia, aumenta il numero dei detentori d’un potere distribuito dove capita, si allarga così il lezzo dello scambio di favori, si moltiplica, invece di azzerarsi, il numero dei ruffiani e degli adulatori o dispregiatori prezzolati. Preferisco essere espunto come un errore da questo regno di cartacce. Non mi interessano la politica e le sue sorti orrorifiche e progressive, voglio solo difendere la libertà di essere me stesso senza autorizzare nessuno a governarmi. So che il mondo è nemico alla categoria del Singolo, a parte qualche anima nascosta da qualche parte tra gli alberi e le montagne, tra pagine e ideali, creature pure ma non inermi.

Li chiamano editoriali, elzeviri, articoli di fondo ma spesso al loro confronto le scritte di ignoti pornografi che campeggiano sulle pareti dei peggiori bagni pubblici sono una lettura più dignitosa e raccomandabile: quello che è più preoccupante non è tanto la mancanza di libertà di pensiero, che è palesemente assente, bensì l’assenza stessa del pensiero, tanto più marcata, quanto più proliferano le opinioni.

E’ stato qualche giorno fa (domenica 11 agosto) che ho avuto l’ardire di soffermarmi su una prima pagina, che apparteneva casualmente al Corriere della Sera, mentre al bar mi reidratavo con una spremuta d’arancia. Quindi il fortunato giornalista che mi è capitato sotto gli occhi stretti a tenaglia è stato Ferruccio de Bortoli; tra l’altro l’editoriale si intitola eloquentemente “Sabbia gettata negli occhi”, che può essere letto anche come un avvertimento al lettore nei riguardi delle incognite della propria tecnica giornalistica. E’ chiaro che certi “capolavori” meriterebbero un commento e parafrasi interlineari riga per riga, ma io mi accontenterò di estrarre due frasi da un articolo dedicato all’ipotesi di elezioni anticipate da poco ventilata con chiarezza da Matteo Salvini.

A tradire i poeti dilettanti non è tanto la frivolezza dei contenuti o la grossolanità delle forme che potrebbero essere emendate, ma è proprio l’inesattezza del sentire da cui derivano formulazioni fuorvianti oppure l’uso di espressioni sovrabbondanti e tautologiche, come sarebbe il dire che il fiore profuma, che l’estate è calda, che il fuoco brucia o l’attribuire, come fa de Bortoli nella colonnina dell’articolo di fondo, a un politico, in questo caso Salvini, “una bulimica voglia di potere”; si è mai visto un politico che non volesse il potere, che dica: “Sono a posto così, pur avendo i voti, non voglio governare, per umiltà personale e attestata incompetenza preferisco restare a fare il mio lavoro di sindaco o di comico o di avvocato, non mi sento proprio all’altezza”; no, non sono cose che succedono al di sotto del sessantesimo parallelo.

Dire politico equivale ad alludere a una carriera basata sulla ricerca del potere per motivazioni che possono variare grandemente da un individuo all’altro, anche se oggi hanno più a che fare con l’avidità e con l’esibizionismo che col senso di giustizia sociale o altri ideali: comunque se tu usi quell’espressione che associa l’ambizione a un tipo di fame morbosa desunta dal lessico psichiatrico, riferendola a un uomo politico lo fai solo per denigrarlo, enfatizzando un aspetto che appartiene per definizione a qualunque esponente di quella specie.

L’altra frase che vorrei estrapolare dal testo del sorprendente politologo assomiglia a un monito apocalittico: “Se si dovesse andare al voto autunnale ci sarebbe un vincitore annunciato. Una persona sola. Mai accaduto. Già questo aspetto dovrebbe sollevare qualche inquietante interrogativo”. Se prima la Musa Inquietante aveva per molti i connotati plastici di Berlusconi, ora è il viso burbero ma bonario del leader della Lega a costituire il nuovo spauracchio.

Possiamo essere contro o a favore di Salvini o persino indifferenti, ma come si può arrivare a dire che il rischio è di trovare stavolta un uomo solo al potere, quando il problema è sempre stato forse da sempre l’indecidibilità per l’assenza di una forza con i numeri per governare autonomamente senza continue ingerenze ricatti e defezioni interne? Presentare come un problema e un pericolo quello che sarebbe evidentemente un fattore positivo, anzi una benedizione, specialmente dopo anni di governi di ispirazione tecnica, provvisoria, promiscua, non è segno di un acuminata analisi ma la prova di un gioco di parole, un esercizio di prestigiazione per riplasmare attraverso il linguaggio la realtà.

L’occhio cade poi dall’articolo di fondo del direttore al taglio basso in cui a farmi ridere stavolta è il personaggio bersagliato giustamente da Aldo Grasso, il filosofeggiante Diego Fusaro che avrebbe compiuto una strana gaffe, tentando di criticare l’esibizione di Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima, effettuando una strana e stonata discriminazione rispetto a chi, tra i critici di quell’atteggiamento salviniano, si esibisce baldanzoso ai gay pride con “fondoschiena ignudi” e “parrucconi fucsia”, come se ciò li privasse del diritto di esprimere un’opinione. “Grottesco” è il termine che usa Grasso e in questo caso devo dare ragione al redattore, anche se grottesca è pure una realtà giornalistica che si occupa di quello che dice Fusaro, il quale continuerà certamente ad assillarci dagli schermi televisivi, i suoi titoli occhieggeranno, aggrottandosi come il suo sguardo in una gravità surreale, dalle vetrine delle librerie più aggiornate, ma non credo che nulla della sua produzione si conserverà sugli scaffali del futuro. Perché soffermarsi sui gesti o le parole di certi personaggi che hanno un’importanza pubblica solo attraverso la ripetizione delle loro apparizioni televisive e non per un loro intrinseco valore intellettuale?

Emanuele Palli

La monotonia del grigio senza sfumature: reportage dal presente della psicoanalisi

Sono un caso clinico. Sono l’unico a cui non è piaciuta la conferenza di Massimo Recalcati tenuta ieri sera nel cuore di Bologna, nella Cappella Farnese in Piazza Maggiore. E’ stata una di quelle non infrequenti occasioni in cui la bellezza del contesto supera con un balzo testo e contenuto dell’incontro.

Già la presentazione da parte del collega psicoanalista Mario Giorgetti Fumel mi aveva insospettito per i toni altisonanti, stucchevolmente elogiativi che forse non avrebbero stonato solo se l’ospite oggetto della presentazione fosse stato Freud in persona. Ma il convitato non era un medico, non era un neurologo e nemmeno uno psichiatra, bensì uno psicoanalista il cui nome proprio capeggia in copertina a volumi divulgativi che non hanno però l’originalità dei pionieri di nuove vie spirituali o l’elegante intuizione sintetica dei grandi semplificatori. Dopo avere letto qualche anno fa e gettato in un angolo sperduto della libreria due delle sue opere, ieri non sono di certo entrato come ammiratore, ma nemmeno come detrattore dal pregiudizio facile; eppure devo ammettere che la povertà tematica ed espositiva della “lectio” mi ha sorpreso. Poche idee, peraltro molto vaghe, sono il magrissimo raccolto di chi ha partecipato e ascoltato, una manciata di parole sbrigative crocifisse sul palco dell’oratore: adolescenza come età del desiderio, desiderio come forza vitale a qualunque età, giovinezza come evo dei mutamenti, delle ribellioni e delle sfide, tempo inaugurale dell’esplorazione, amorosa e non solo, apertura oltre la dimensione conchiusa e autarchica della famiglia di origine, alla ricerca di nuovi riferimenti e parametri di misura, l’adolescere come dimensione da riscoprire dentro di sé in qualunque epoca della propria esistenza, infine il contrasto tra legge e desiderio, vitalità e autorità, legge che non si riduce alle regole ma opera attraverso di esse per instillare un duraturo senso morale. Ad esempio un divieto espresso dai genitori, come l’obbligo di rientro a un dato orario per i giovani in uscita serale, è un’indicazione che può essere trasgredita e non deve essere presa alla lettera, ma serve per dare il senso di un binario, un solco in cui far scorrere la sregolatezza dinamica di chi cresce. Le due sfere, dovere e desiderio, impegno e divertimento, possono anche sovrapporsi in attività come l’allenamento sportivo in cui ripetizione e libertà si incatenano e si incastrano, anticipando quella fusione tra passione e dedizione, responsabilità e piacere che caratterizzano le vite che sanno seguire una vocazione e fare della scelta di un’attività, lavoro o arte, un destino di successo. La psicoanalisi, come ci spiega il non illuminante luminare formatosi tra l’Italia e Parigi, perlomeno nei suoi casi più emblematici si è interessata proprio a problemi d’adolescenti e ad adolescenti problematici e nevrotici come, ad esempio, Anna O. e Dora (Ida Bauer).

Un ulteriore tema l’ha introdotto una signora del pubblico che ha avuto la fortuna di poter formulare l’unica domanda che il vate della psicoanalisi ha concesso, dopo il suo breve ma non compatto intervento: chiedeva le ragioni del salto nel vuoto dei giovani, questione vaga nell’interrogante e tale rimasta nella risposta. Per cui non si è compreso se si parlasse di una generica modalità di suicidio, oppure di quel fenomeno preoccupante di siti come Blue Whale che istigano progressivamente all’autolesionismo e infine al suicidio malcapitati ragazzini di tutto il mondo accalappiandoli in Rete e inserendoli nello schema distruttivo di una prova iniziatica, o se il vuoto in cui ci si tuffa fosse qualcosa di più metafisico, morale, intrinseco. Il problema è che non vi è stato nulla di approfondito, niente di penetrante, solo l’eco del già detto, la monotonia del grigio senza sfumature.

All’uscita, mentre la mia misteriosa accompagnatrice, un’ammaliatrice dall’ampio cappello e i tacchi dal rintocco argentino, fa convergere su di sé gli occhi dei passanti, mastico nella mente il nome dell’associazione di sostegno psicologico sostenuta durante l’incontro, che mi fa pensare all’architetto che smarriva minotauri tra muri e meandri e a Stephen Dedalus, l’alter ego del giovane Joyce, instancabile costruttore di labirinti linguistici e letterari.

Forse i messaggi più importanti della riunione sono stati trasmessi a livello subliminale e nell’inconscio del pubblico si è depositato, a mia insaputa, qualche seme di saggezza, qualche ipnotica parola. Quel che so è che comunissimi mortali come il nostro ospite milanese vengono deificati e trasfigurati in capisaldi del pensiero, quando in realtà sarà il tempo a dirci cosa resterà di valido di certe produzioni intellettuali: non bisogna limitarsi a guardare in che direzione si infrange l’ondata ignorante degli applausi.

Sedutomi come un re vichingo su un trono di pietra nella corte interna di Palazzo d’Accursio, mi rivolgo alla saggezza orientale per sostenere la mia perplessità e come un iconoclasta maestro Zen chiedo al mio inconscio: qual era il volto che avevi prima di nascere?

Emanuele Palli

Felice Nittolo sfodera tutte le sue armi musive: il futuro dell’arte spodesta i fondamenti della tradizione. La rivoluzione concettuale libera le tessere, rendendole cellule di un organismo vivente

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Come la nottola di Minerva che intraprende il suo volo sul far della sera, quando l’opera del giorno si è già compiuta, come i filosofi che ragionano sulla vita umana quando questa ha già assunto precisi indirizzi, così io vi parlo delle mostre quando sono già concluse, non sono più visitabili, io sfodero il ricordo, rievoco il tempo trascorso, suggerisco riletture del vissuto o divagazioni sulle occasioni mancate, come un dio babilonese vi giudico proprio quando pensate che tutto sia finito.

In questo caso vi parlerò della mostra “Geografie a ritroso” dell’amico Felice Nittolo che si è conclusa due settimane fa: l’esposizione ha occupato per qualche mese gli spazi del Museo Nazionale di Ravenna, intersecando le collezioni permanenti. Opere musive animate da una viva inquietudine contemporanea si sono così ritrovate inserite tra icone bizantine, mosaici romani e armature rinascimentali: la teologia negativa dell’artista campano adottato da Ravenna ci ha mostrato ancora una volta le sue stigmate, ostentando impronte di tessere svanite, lacerti di tessuto segnato dal ricordo dalle tessere, brandelli di una defunta compostezza imperiale, tele scarnificate abitate da spettri musivi, rosse tentazioni acriliche intarsiate dell’oro e della grazia dell’Oriente. Le tessere si sono scrollate di dosso per l’ennesima volta ogni concezione tradizionale, ogni impianto convenzionale per emanciparsi nella calcolata follia del gesto artistico che improvvisa universi, tramutandosi nel loro libero insieme in arte emancipata e ribelle, autonoma, capace di veicolare le emozioni dell’artista, non più relegata tra le discipline minori o intesa come pura copiatura di cartoni pittorici, ma atto immediato e creativo, attuale in tutti i sensi del termine. Conosciamo da decenni la rivoluzione musiva di Nittolo e questo consuntivo degli ultimi anni di attività, ospitato nella prestigiosa sede espositiva, sintetizza magnificamente lo stile e il senso, la direzione ideale delle sue realizzazioni.

In un acuto sussulto di consapevolezza artistica Nittolo ha teorizzato già negli anni ’80 questa rivoluzione musiva nel manifesto dell’Aritmismo e ha proseguito con fortunato accanimento su quella strada di ardite sperimentazioni. Parafrasando Blake, penso sia proprio vero che chi insiste sulla via della follia raggiungerà prima o poi il palazzo della saggezza: Nittolo è da oltre trent’anni uno dei più arditi sperimentatori e uno dei più precoci innovatori di quest’arte dalle radici venerabilmente vetuste, riuscendo nel tempo a portare alla luce le vere potenzialità di una disciplina atavica.

Da Capriglia Irpina l’allora giovane pittore si è trasferito nella capitale del mosaico, Ravenna. e ha preso rapidamente in mano, con la sicurezza dell’esploratore nato, il timone dell’arte musiva, veleggiando idealmente verso Bisanzio per scoprire in quell’arte millenaria inesplose risorse: come la lettera viene vivificata dallo spirito, la tessera viene investita, attraversata e trasfigurata dall’entusiasmo combinatorio e ne esce moderna, attuale, pronta a interpellare le  coscienze odierne.

Molti se lo ricorderanno l’artista delle tessere col suo aspetto di scatenato Einstein del mosaico quando ha indossato con naturalezza un  pesantissimo cappotto musivo o è salito su una Cinquecento un po’ speciale, quintessenza dell’italianità che lui ha provveduto a bizantineggiare con una copertura di tessere, blindandola di pura poesia, oppure quando ha inaugurato, in un’altra fase della sua creatività, strani collage musivi dedicati alla Coca Cola, “poppeggiando” un po’ alla Andy Warhol con i materiali della sua ricerca musiva.

Nel museo dove le sue opere posavano come una tagliente sfida, avrei voluto dare un calcio alle sfere musive, chiamate alla giapponese “Kabuto” (Elmo da samurai), per mandarle a infrangersi contro le teche, dietro alle quali riposano file di guerrieri sonnolenti, di santi attoniti o vergini aggraziate col bimbo di Dio tra le mani, non certo per oltraggiare l’opera e l’artista, ma per omaggiare entrambi con un affondo futurista, dato che Nittolo apprezzerebbe nella misura in cui è egli stesso un iconoclasta, un pioniere, un ribelle che ama il gesto eclatante, altrimenti non avrebbe compiuto le provocazioni summenzionate, non lancerebbe le tessere colorate con la precisione di un ninja durante i suoi vivaci workshop, non avrebbe trasgredito ai classici principi del mosaico, trasfigurandone la funzione e le modalità d’esecuzione, dando un altro senso alla missione del mosaicista: d’altronde è abituato ad osare fin dalla prima giovinezza, quando si buttava dagli aerei militari col paracadute, arruolato e addestrato nei ranghi della Folgore. Idealmente non ha mai smesso di volare e tuffarsi in nuove avventure del pensiero, del gesto e della forma, Nittolo continua a dormire poco, sognare molto, restando un pertinace sperimentatore che non serra neppure un istante le palpebre di fronte all’avvenire.

 Ammiro tanto più il solido impegno dell’amico Felice, quanto più mi accorgo quanto sia difficile essere un artista al giorno d’oggi, poiché in generale ho l’impressione che l’arte contemporanea sia una religione che ha perso i suoi attributi divini, una preghiera mormorata dopo che Dio è morto, una lettera d’amore scritta quando l’Amata si è già sposata con un altro, un bisogno di espressione quando la comunità che avrebbe dovuto accoglierti si è già dissolta. Ogni artista oggi si masturba sulla sua reliquia, evocando una verità che dura quanto il tempo di un miraggio, cresce nel mito del proprio stile, abbandonando il progetto di rivelare e profetizzare qualcosa sull’Uomo. La verità deve essere una legge pervasiva oppure resta una deperibile opinione.

L’uomo non è solo la matrice atemporale di un pensiero, bensì attore collocato in una Storia che lo trascende. Oggi il “vero” artista non può che sognare una civiltà fondata sui miraggi, una capitale sorgente tra incombenti tempeste di sabbia, polverose macerie di valori estinti e rovine di proporzioni perdute: colui che ancora cerca vorrebbe intravedere in quella superficie di brividi azzurri che tremolano nella distanza, nello spessore dell’aria arroventata, una futura fonte di senso, una frontiera spirituale, un guado plausibile verso regni ulteriori, ancora abitati dall’Idea. In questa era di mezzo tra l’età dei dinosauri e una nuova Apocalisse, in un mondo senz’anima dove tutto è meccanica apparenza, bocche che masticano, ruote dentate che girano, frasi e facce opache, corpi che eseguono una serie prevedibile di gesti prima di scomparire, nel nostro inconscio forse non ci aspettiamo più niente dall’arte e questo silenzio del Verbo assomiglia al volto di Dio che sbuca come la figura inquietante di una Sfinge dalle sabbie del tempo, la mente irta di terribili indovinelli e le membra animate dal felino istinto del predatore.

Emanuele Palli