Felice Nittolo sfodera tutte le sue armi musive: il futuro dell’arte spodesta i fondamenti della tradizione. La rivoluzione concettuale libera le tessere, rendendole cellule di un organismo vivente

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Come la nottola di Minerva che intraprende il suo volo sul far della sera, quando l’opera del giorno si è già compiuta, come i filosofi che ragionano sulla vita umana quando questa ha già assunto precisi indirizzi, così io vi parlo delle mostre quando sono già concluse, non sono più visitabili, io sfodero il ricordo, rievoco il tempo trascorso, suggerisco riletture del vissuto o divagazioni sulle occasioni mancate, come un dio babilonese vi giudico proprio quando pensate che tutto sia finito.

In questo caso vi parlerò della mostra “Geografie a ritroso” dell’amico Felice Nittolo che si è conclusa due settimane fa: l’esposizione ha occupato per qualche mese gli spazi del Museo Nazionale di Ravenna, intersecando le collezioni permanenti. Opere musive animate da una viva inquietudine contemporanea si sono così ritrovate inserite tra icone bizantine, mosaici romani e armature rinascimentali: la teologia negativa dell’artista campano adottato da Ravenna ci ha mostrato ancora una volta le sue stigmate, ostentando impronte di tessere svanite, lacerti di tessuto segnato dal ricordo dalle tessere, brandelli di una defunta compostezza imperiale, tele scarnificate abitate da spettri musivi, rosse tentazioni acriliche intarsiate dell’oro e della grazia dell’Oriente. Le tessere si sono scrollate di dosso per l’ennesima volta ogni concezione tradizionale, ogni impianto convenzionale per emanciparsi nella calcolata follia del gesto artistico che improvvisa universi, tramutandosi nel loro libero insieme in arte emancipata e ribelle, autonoma, capace di veicolare le emozioni dell’artista, non più relegata tra le discipline minori o intesa come pura copiatura di cartoni pittorici, ma atto immediato e creativo, attuale in tutti i sensi del termine. Conosciamo da decenni la rivoluzione musiva di Nittolo e questo consuntivo degli ultimi anni di attività, ospitato nella prestigiosa sede espositiva, sintetizza magnificamente lo stile e il senso, la direzione ideale delle sue realizzazioni.

In un acuto sussulto di consapevolezza artistica Nittolo ha teorizzato già negli anni ’80 questa rivoluzione musiva nel manifesto dell’Aritmismo e ha proseguito con fortunato accanimento su quella strada di ardite sperimentazioni. Parafrasando Blake, penso sia proprio vero che chi insiste sulla via della follia raggiungerà prima o poi il palazzo della saggezza: Nittolo è da oltre trent’anni uno dei più arditi sperimentatori e uno dei più precoci innovatori di quest’arte dalle radici venerabilmente vetuste, riuscendo nel tempo a portare alla luce le vere potenzialità di una disciplina atavica.

Da Capriglia Irpina l’allora giovane pittore si è trasferito nella capitale del mosaico, Ravenna. e ha preso rapidamente in mano, con la sicurezza dell’esploratore nato, il timone dell’arte musiva, veleggiando idealmente verso Bisanzio per scoprire in quell’arte millenaria inesplose risorse: come la lettera viene vivificata dallo spirito, la tessera viene investita, attraversata e trasfigurata dall’entusiasmo combinatorio e ne esce moderna, attuale, pronta a interpellare le  coscienze odierne.

Molti se lo ricorderanno l’artista delle tessere col suo aspetto di scatenato Einstein del mosaico quando ha indossato con naturalezza un  pesantissimo cappotto musivo o è salito su una Cinquecento un po’ speciale, quintessenza dell’italianità che lui ha provveduto a bizantineggiare con una copertura di tessere, blindandola di pura poesia, oppure quando ha inaugurato, in un’altra fase della sua creatività, strani collage musivi dedicati alla Coca Cola, “poppeggiando” un po’ alla Andy Warhol con i materiali della sua ricerca musiva.

Nel museo dove le sue opere posavano come una tagliente sfida, avrei voluto dare un calcio alle sfere musive, chiamate alla giapponese “Kabuto” (Elmo da samurai), per mandarle a infrangersi contro le teche, dietro alle quali riposano file di guerrieri sonnolenti, di santi attoniti o vergini aggraziate col bimbo di Dio tra le mani, non certo per oltraggiare l’opera e l’artista, ma per omaggiare entrambi con un affondo futurista, dato che Nittolo apprezzerebbe nella misura in cui è egli stesso un iconoclasta, un pioniere, un ribelle che ama il gesto eclatante, altrimenti non avrebbe compiuto le provocazioni summenzionate, non lancerebbe le tessere colorate con la precisione di un ninja durante i suoi vivaci workshop, non avrebbe trasgredito ai classici principi del mosaico, trasfigurandone la funzione e le modalità d’esecuzione, dando un altro senso alla missione del mosaicista: d’altronde è abituato ad osare fin dalla prima giovinezza, quando si buttava dagli aerei militari col paracadute, arruolato e addestrato nei ranghi della Folgore. Idealmente non ha mai smesso di volare e tuffarsi in nuove avventure del pensiero, del gesto e della forma, Nittolo continua a dormire poco, sognare molto, restando un pertinace sperimentatore che non serra neppure un istante le palpebre di fronte all’avvenire.

 Ammiro tanto più il solido impegno dell’amico Felice, quanto più mi accorgo quanto sia difficile essere un artista al giorno d’oggi, poiché in generale ho l’impressione che l’arte contemporanea sia una religione che ha perso i suoi attributi divini, una preghiera mormorata dopo che Dio è morto, una lettera d’amore scritta quando l’Amata si è già sposata con un altro, un bisogno di espressione quando la comunità che avrebbe dovuto accoglierti si è già dissolta. Ogni artista oggi si masturba sulla sua reliquia, evocando una verità che dura quanto il tempo di un miraggio, cresce nel mito del proprio stile, abbandonando il progetto di rivelare e profetizzare qualcosa sull’Uomo. La verità deve essere una legge pervasiva oppure resta una deperibile opinione.

L’uomo non è solo la matrice atemporale di un pensiero, bensì attore collocato in una Storia che lo trascende. Oggi il “vero” artista non può che sognare una civiltà fondata sui miraggi, una capitale sorgente tra incombenti tempeste di sabbia, polverose macerie di valori estinti e rovine di proporzioni perdute: colui che ancora cerca vorrebbe intravedere in quella superficie di brividi azzurri che tremolano nella distanza, nello spessore dell’aria arroventata, una futura fonte di senso, una frontiera spirituale, un guado plausibile verso regni ulteriori, ancora abitati dall’Idea. In questa era di mezzo tra l’età dei dinosauri e una nuova Apocalisse, in un mondo senz’anima dove tutto è meccanica apparenza, bocche che masticano, ruote dentate che girano, frasi e facce opache, corpi che eseguono una serie prevedibile di gesti prima di scomparire, nel nostro inconscio forse non ci aspettiamo più niente dall’arte e questo silenzio del Verbo assomiglia al volto di Dio che sbuca come la figura inquietante di una Sfinge dalle sabbie del tempo, la mente irta di terribili indovinelli e le membra animate dal felino istinto del predatore.

Emanuele Palli

Fedeltà alle radici terrene e devozione alle elevate ragioni dell’affetto nei versi di Nevio Spadoni, il cui dialetto spicca il volo con la facilità del falco. Escono tutte le sue poesie, finalmente riunite, per i tipi del Ponte Vecchio

Opera omnia o corpus poetico sono espressioni che suggeriscono in modo plastico il senso della pienezza spirituale di un autore dilatata e distillata nella totalità palpabile e quasi carnale di un volume. Per uno come me, da sempre affascinato dalle molteplici vie del sapere, l’idea di penetrare nella mente di un poeta, uomo per definizione così sensibile da divenire universale nelle sue estrinsecazioni, è una tentazione irresistibile. Per questo non posso che salutare con favore l’uscita di “Poesie. 1985-2017” (Società editrice “Il Ponte Vecchio”) di Nevio Spadoni, opera riepilogativa dell’intero percorso creativo finora svolto da uno degli autori più significativi della nostra regione, stella di sicuro riferimento nel firmamento della poesia dialettale e astro fulgido che brilla di luce propria, anche rapportandone la magnitudine alla produzione contemporanea in lingua italiana.

Non si tratta di un’antologia selettiva, arbitraria, parziale, non è un’epitome riassuntiva e fuorviante di un così fecondo autore, bensì, fortunatamente per noi, la raccolta integrale dell’intera produzione edita con l’aggiunta di stuzzicante materiale più recente che non aveva ancora ricevuto la consacrazione della pubblicazione.

Ogni testo tradisce il poeta: è come un gesto o un’espressione che dice sempre di più di ciò che è nelle intenzioni del parlante. Allo stesso modo la letteratura è obliqua trasmissione del pensiero, calco su carta della personalità dell’autore con le sue luci e le sue ombre che restano impresse sulle pagine come i profili della vita sui muri della case sotto il sole del giorno. All’improvviso ci accorgiamo che la cantilena d’un bambino si fa canto fermo, meritevole di trascrizione, o che la candela accesa da un anonimo passante in una chiesetta deserta risveglia con la sua luce tremolante un sole nell’anima cupa che aveva perso ogni coraggio. La poesia è questo tumulto dominato, questo caos ricondotto al privilegio della forma. Spadoni la abita da parecchi decenni e con la sua voce evoca luci e ombre, regni tra cui non traccia demarcazioni nette, conciliando gli opposti con sofferente bontà, con coscienza delle lacerazioni e fedeltà alle ragioni dell’affetto.

Lo scrittore, originario di San Pietro in Vincoli, aveva cominciato a comporre testi poetici già durante l’adolescenza, ma i primi lavori adunati in raccolta e pubblicati risalgono al 1985, quando gli illustri amici Giovanni Nadiani e Giuseppe Bellosi lo hanno incoraggiato a pubblicare le sue opere dal dettato così semplice e profondo, dalla comunicativa immediata e le risonanze inquiete.

Se c’è una produzione coerente, che si capisce essere frutto di una ispirazione unitaria è proprio quella di Nevio Spadoni, la cui scrittura sembra ripartire dallo stesso punto, figliata da una stessa attitudine assorta e malinconica, ma al tempo stesso vitale e giocosa, capace di sottolineare i drammi per poi ridimensionarli con ironia bonaria e gioviale, quella corpulenta dolcezza che attenua le nude asprezze dell’intelletto e l’amarezza senza scampo del reale.

Vi è nei suoi testi una inesausta circolarità, un arricchimento che è giostra di ritorni su sensazioni fondative: osservazioni della natura e del paesaggio che non è mai solo esteriore, amori delusi e lutti famigliari, il sentimento del tempo che fluisce e si riaddensa, sempre inafferrabile, la scrittura intesa e vissuta come demone interiore, bestiola intenta ad artigliare la paglia dei sogni e smuovere le zolle della mente.

C’è tanta filosofia in lui sia per indole che per formazione accademica, tra l’altro è la materia che ha insegnato per parecchi anni nei Licei della nostra regione, ma è una attitudine speculativa raddolcita dalla ricchezza sentimentale di chi è abituato a intravedere nei piccoli gesti quotidiani, rovistando tra i ricordi e le attese, il baluginio delle figure amate, scorgendo nei fenomeni della natura o nelle mosse degli animali delle campagne le fattezze di un fato che sovrasta allo stesso modo piante e poeti, un mondo in cui la foglia d’alloro che è caduta “di fare un saluto al cielo non ne ha avuto il tempo” e “sono radi come denti di un rastrello i giorni della gioia”. Forse per il romagnolo perfino le cose più sacre non sono esenti dal suo riso contagioso e se nella poesia di Spadoni compare un angelo, lo troviamo a sbadigliare tra le viti e scopriamo che si è perfino dimenticato “la brachetta aperta”.

L’autore di “E’ côr int j oc” rifugge dalle definizioni astratte o dalla tentazione del generale e dell’asettica tassonomia; troviamo in lui una ininterrotta confidenza con i dati del sentire. Non c’è mai distanza concettuale, bensì la concretezza di una descrizione tratteggiata con felicità di tocco che ti porta subito nel cuore di ciò che voleva esprimere. Sono formidabili quei saltelli da passerotto da un frammento all’altro, capaci di riunire brandelli di vita trascorsa in un organismo vivente dotato di battito cardiaco e di respiro, in un insetto policromo che si libra gioiosamente in aria.

Si sentono nelle liriche più lunghe e articolate quelle caratteristiche di vibrante attitudine monologante che sfocerà poi nelle numerose e importantissime incursioni teatrali di questo autore, produzione che ci auguriamo possa trovare spazio in un successivo volume riepilogativo.

Le traduzioni italiane di tutte le liriche del libro, riportate sotto al testo in dialetto, sono uscite dalla penna di Spadoni stesso e hanno la loro dignitosa bellezza anche in lingua e in questa forma le riporto nelle sporadiche citazioni all’interno di questo articolo per i lettori che magari non hanno dimestichezza con la dialettologia o non sono di lingua madre romagnola.

Va tuttavia sottolineato che la loro dimensione perfetta questi testi la trovano solo nella cadenza del dialetto ravennate (la variante della zona di San Pietro in Vincoli, in particolare), sfoggiando uno stile e un tono che non potrebbero esistere in idiomi diversi. Spadoni, a parte qualche non trascurabile espansione creativa in lingua italiana, scrive in un linguaggio moribondo, è vero, e lui stesso ne è consapevole, ma quale lingua non è destinata a perire e a perdersi come ogni altra creazione umana nelle cimmerie nebbie da cui è sorta?

Anzi l’elemento dialettale diventa esplicativo, almeno in parte, del punto di vista della personalità narrante, perché la sua dizione e la sua vocazione poetica provengono da un passato in cui il dialetto era ancora lingua madre della maggioranza delle persone: anche per questa contiguità con le proprie radici il poeta ravennate ci studia con uno sguardo intriso di quella saggezza popolare che a volte si consolida in forme proverbiali, fissando il mondo attuale, i suoi mutamenti spesso non positivi, con una inquietudine venata di amarezza: assiste dal suo trono di legno al sopraggiungere di desolanti malattie dello spirito e cancri della società, che aprono drastici squarci nel tessuto sociale e voragini nel sistema di valori morali un tempo condivisi: “Non si può più girare per l’andirivieni di certe facce che non riflettono i raggi del sole, ma un’ombra di torbidi pensieri, una malattia del giorno d’oggi che incarognisce la vita. Una volta le facce erano quelle e basta!”

In altri tempi, non così lontani, bastava poco per sentirsi parte della collettività, mentre oggi l’estenuata diversificazione dei beni ci fa sentire tutti emarginati dal vero Bene.

La natura, da Omero in avanti, è un classico repertorio da cui trarre metafore: Spadoni si muove in questo spazio abusato, ma riesce a farlo con un’immediatezza che testimonia in lui un innato sodalizio tra spirito e materia, una naturalezza che Mario Luzi rivendicava come tipica del vero poeta; i suoi gesti mentali si confondono con i movimenti della natura, manifestazioni di una stessa vita indivisibile: “…pensieri che ruotano e mulinano e come rondoni stanchi riprendono la carreggiata e dormono un sonno leggero in volo”.

Acute e puntuali le introduzioni critiche che in vari punti del libro lodano le peculiarità e analizzano i risultati del percorso poetico di Spadoni: notevole il lungo studio dell’illustre professor Ezio Raimondi che funge da prefazione, sapiente e autorevole anche la recensione della studiosa Clelia Martignoni, a cui si aggiungono alla fine del libro una carrellata di brevi interventi che testimoniano l’interesse suscitato dalla voce vigorosa ed essenziale del Nostro. Tuttavia, tornando all’idea quasi sensuale di corpus poetico con cui avevo iniziato, va detto che l’opera di Spadoni è bella anche nuda, libera da ogni commento o nota: con rara immediatezza i suoi testi, anche spogliati da apparati critici, parlano direttamente al cuore del lettore, anche al meno colto, e chiunque può riconoscere qualcosa di sé in quelle parole, il risvegliarsi di un’atmosfera famigliare o il tintinnio di un’intima eco.

Affrontando questo tipo di poetica i giapponesi parlerebbero in questo caso di “koto no kokoro”, il cuore segreto delle cose, proprio per indicare una misteriosa semplicità espressiva capace di rivelare ciò che resterebbe un risvolto inattingibile dell’apparire, se non fosse colto e descritto da chi ha portato i propri mezzi artistici al grado difficile della perfetta maestria.

Estremamente opportuna, infine, l’opera pittorica di Vanni Spazzoli che campeggia in copertina, con uno stile cromatico che ricorda l’onirico Chagall: si scorge un’ape golosa che sorvola una fila di fiori, a simboleggiare la mobile natura del poeta che succhia e distilla le linfe della vita, si fa inebriare dai profumi ed eccitare dai colori, sperimenta la varietà del mondo per incrementarne a sua volta la diversità, impollinando altre solitudini, librandosi nel cielo come veicolo di fecondazioni inattese, vettore di promiscue verità.

Emanuele Palli

Gocce d’oceano sulla pelle: Leonardo Corallini porta a Venezia i suoi mobili ritratti delle monumentali crisi dell’uomo

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Cerco l’Harry’s Bar, un’icona forse un po’ sbiadita della Dolce Vita in salsa veneziana. Sono uno dei pochi frequentatori assidui di Venezia che non c’è ancora stato. Mi sto inoltrando tra le calli, brancolando tra turisti intenti a incarnare al meglio questa strana figura contemporanea di visitatore frettoloso, consumatore di panini al volo e portatore di bagagli a mano, il cui unico contatto con gli autoctoni si limita a una contrattazione fallimentare con i gondolieri, cercando di abbassare un prezzo altezzoso: i poveretti tirano un sospiro di sollievo solo penetrando nell’ombra d’una basilica, rinfrescandosi la pelle sudata vicino a marmi dalla millenaria freschezza.

Ritrovandomi nella strada sbagliata, errore di parallasse o lapsus metafisico, penetro in una sala abitata dalla bellezza, dove due giovani curatrici, storiche dell’arte o ninfe delle selve della creatività, cercano garbatamente di coinvolgermi e interessarmi agli esiti di un progetto artistico, illustrandomi prima le foto alle pareti, invitandomi poi a sedere in una stanza oscura, Wunderkammer in cui si dispiegano i fotogrammi di un video, rivelazione a portata di mano, immersione gratuita, ma non innocua nelle visioni di un’altra mente: la metafora dell’acqua conduce attraverso un’apnea simbolica gli spettatori in visita nell’abisso di un’esistenza umana; sembra di partecipare a quelle respirazioni profonde del protagonista per poi trattenere con lui il fiato in una meditazione esacerbata, una intensa rammemorazione delle figure chiave di una vita, corpi espressivi riletti e commentati dalla voce del pensiero che ripassa, come un uomo in procinto di morire, i profili amati, corporeità sublimate attraverso potenti primi piani quasi al livello di idee platoniche: la madre, i figli, gli amici scavano abissali intese nella materia dello sguardo.
Il regista Leonardo Corallini, che ha studiato a Milano, New York e Parigi, riesce a condensare in questo episodio del suo ciclo “Itinery of Portrait” un flusso di immagini vivide come sogni ad occhi aperti, coinvolgenti corpi in cui la nudità fisica sembra il frutto di un’operazione per ridurre all’essenziale, ovvero al nitido nucleo dell’enigma, la turbata interiorità del maturo protagonista, uomo dall’aspetto sicuro, solido, giunto forse a un periodo critico della sua vita.

Un video che aspira a descrivere le incertezze del vivere. Non è impossibile, se Aristotele stesso riteneva la vista il senso supremo per l’uomo, in grado di fondare quell’intelligenza del mondo e quella meraviglia al contatto col reale da cui scaturirà come una scintilla di riflessione la trascendenza filosofica.
La sfida di questo “Bioportrait” era di raccontare una problematica esistenziale in pochi attimi e fare di pochi istanti di vita un fondale su cui puntare i piedi del pensiero e riemergere: il mare della Sardegna diventa uno spazio della mente dove non è impossibile rinascere oltre le angosce sommerse e lo stillicidio delle paure, dopo
“248” secondi sott’acqua trattenendo il respiro, durata richiamata nel numero che si fa titolo del video: è evidente l’intenzione di rappresentare nell’apnea una condizione limite, l’incarnazione dello spirito di negazione, la tentazione di far tacere gli istinti e annullare per qualche minuto la meccanica del vivere, sospendersi nell’indecisione degli scettici tra la salvezza rimandata e lo scivolo del suicidio.
Uno stato di crisi apnoica, uno stallo tra uno stadio e l’altro dell’esistenza, un salto dello spirito raccontati con la grazia di immagini che si susseguono e voci che si inseguono senza indulgere in toni superomistici, ma con una sensibilità attenta all’interiorità ineffabile dell’uomo.

Chi si inoltrerà nella Calle del Ridotto fino al 16 settembre potrà sperimentare un’immersione oltre le superfici armoniose di corpi possenti e silhouette delicate, miraggi marini e spiragli aperti su vite impregnate di lusso, scoprendovi l’indicazione di un’inquietudine profonda che accompagna ogni respiro, per il futuro incerto ma anche per l’incomprensione del presente, distorto dall’attrazione per quel fondo in cui, come viene detto nel video, scompaiono persino le ombre.
“Un regalo che il milanese Massimo Montini voleva fare a se stesso in primis e di riflesso anche alla sua famiglia”, mi rivela l’artista dal cognome marino, ospite del Zuecca Project Space.
Incredibile come questo omaggio privato commissionato all’artista originario di Cattolica si sia tramutato in una confessione pubblica, un sussurro che racconta l’itinerario dalla disperazione al recupero della preziosità inestimabile della propria vita: dopo avere sfiorato le profondità del dubbio si riemerge davanti a scogliere di imperscrutabile granito, convinti di non volersi più staccare dall’unico punto di vista che mai conosceremo, il nostro.
Alcune frasi dalla potente purezza cadono a tratti come gocce d’oceano sullo spettatore: “Papà a volte mi chiede di suonare perché vuole essere certo che l’armonia esiste”, dice la figlia di Massimo, bambina dai capelli chiari, gli occhi grandi, assoluti, che irraggiano risposte a ogni domanda, angelica creatura annodata con un moto rotatorio al fratellino e ai genitori, pianeti uniti da una stessa orbita, un carillon di sguardi sorretti dalla medesima musica, quel presente che ci tiene a galla come corpi nello stesso mare.
Le voci autentiche dei protagonisti e i loro corpi impersonano se stessi nel video: per questo diventano inevitabilmente altro, marionette nelle seriche mani di un destino che li sovrasta, una muta immensità che ci appartiene da sempre oltre il limite della coscienza, un frastuono di astratti silenzi che il nostro respiro copre con la sua assidua esalazione.
L’incertezza del futuro del protagonista sembra tingersi di ulteriori inquietudini legate al futuro dei figli, che nel video sembrano volere rassicurare il padre. Ogni legame allude a una potenziale divisione, ogni amore è fondato sull’azzardo e la parola sorvola abissi di incomunicabilità. In fondo essere se stessi è sempre una larvata forma di autismo, se la solitudine è una condizione ontologica e gli amori le amicizie i contatti sono accidenti meravigliosi ma effimeri e non necessari nella crudele economia del mondo.
Foto e video in loop perenne sulle pareti dello Spazio Ridotto, non lontano da Piazza San Marco, riecheggiano questa ricerca sull’identità dell’uomo: un manager con la valigia davanti a una saracinesca abbassata, un solitario individuo in un bar di New York che sembra conversare con il proprio doppio, immagine evanescente che allude allo straniamento rispetto a se stessi legato al crescere. “Da bambini il mondo ci appariva diverso e rivedendo dopo anni gli stessi luoghi le metriche e le topiche ci appaiono differenti”, mi ricorda Corallini, giovane già corroso dalla saggezza dei filosofi, mentre l’uomo afroamericano del video, ritratto in un bar di New York, prosegue il surreale dialogo socratico con se stesso, tentando di recuperare o ricostruire una verità dimenticata. Secondo Corallini sono le donne a giganteggiare solitamente entro la rappresentazione artistica come figure gravide di significato e aspettative, mentre il maschio, nei rapporti con se stesso e i suoi “simili”, è stato trascurato e affidato alla cantilena dei luoghi comuni.

Nelle altre immagini gioiose intersezioni di corpi in movimento, posizioni estremizzate in stile yoga, abbracci muscolari tesi a erigere ponti umani tradiscono un affiatamento tra uomini, un’allegra comunanza di interessi che delineano una comunità di geometriche intese e artistici divertimenti che sono ben lontani dallo stereotipo dell’uomo ossessionato dalla bellezza femminile, chiuso nei riti del lavoro e del corteggiamento o perso nei deliri del tifo calcistico e della fregola sportiva.

Emanuele Palli

Ospiti internazionali si fanno portavoce del luogo comune: le chiamano “Scritture di Frontiera”

Si è trattato finora di incontri molto tiepidi sul tema dell’immigrazione e del terrorismo quelli realizzati finora a Ravenna, intitolati “Scritture di frontiera” e organizzati dallo staff dello Scrittura Festival in collaborazione con l’assessorato all’Immigrazione. Cominciamo dalla “fine”, parlando della seconda conferenza del ciclo di incontri, quella che ha visto come protagonista il 16 febbraio al Palazzo dei Congressi di Ravenna lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, il quale ci ha tratteggiato una rapida storia del terrorismo senza aggiungere nulla di nuovo o decisivo rispetto a quanto si possa trovare dando una veloce occhiata su Internet: sarà che su Wikipedia si può ormai trovare tutto o che gli scrittori famosi hanno così poco di nuovo da dirci, essendosi trasformati in piatti divulgatori dell’ovvio, da poetici ruminanti dell’utopico quali erano una volta.

Dai mujaheddin ai kamikaze si è dipanato il filo della spiegazione di Ben Jelloun, che difettava un po’ di senso della complessità del reale, limitandosi a porre in una relazione di causalità  l’intervento delle forze occidentali in vari frangenti mediorientali e lo sviluppo automatico delle cellule terroristiche, dimenticando, ad esempio, che una pericolosa connessione tra politica espansiva e religione rivelata, legge divina e diritto umano è al cuore dell’Islam di ogni epoca, verità rivendicata da ogni fiero, ovvero non tiepido, musulmano.

Abbastanza debole anche il tentativo da parte del notissimo scrittore di conciliare la contraddizione tra l’invocazione in una sura coranica della necessità di uccidere gli infedeli, e il contenuto di un’altra sura che sottolinea, invece, la sacralità della vita umana, sostenendo che la prima frase riguarda solo un bellicoso periodo storico nello sviluppo dell’Islam, mentre l’altro versetto è di carattere universale. Il punto da comprendere è che le religioni pretendono di parlarci dalle vicinanze della Rivelazione, in prossimità dell’assoluto, ovvero da una zona che si trova al di là del tempo e dello spazio, per cui è alquanto opinabile e persino blasfemo dire che certe verità religiose sono valide solo in certi tempi e in altri no, o scegliere a seconda del proprio gusto alcuni comandi divini ed escluderne altri. Lo si può fare, beninteso, solo a patto di considerare senza timore reverenziale ogni libro sacro, Bibbia compresa, come un qualunque altro documento o opera letteraria, atteggiamento che qualunque persona intelligentemente infedele dovrebbe adottare. Le religioni sono fatte per essere superate, non per assopirsi in esse e inaugurare in esse il sonno della ragione. Buddha non era buddhista, né  Cristo era cristiano, hanno vissuto da liberi pensatori e chi li ha fraintesi ha eretto delle prigioni ideologiche, laddove essi si sono distinti proprio perché non hanno preso verità precostituite come misura del proprio agire e non si sono fatti circoscrivere da convenzioni di comportamento comunemente accetttate e hanno fatto della loro libertà spirituale un indizio di perfezione. Viva gli spiriti liberi che ci salvano, senza volerlo, con il loro esempio: non facciamone degli idoli ingombranti che, come ci avverte da tempo Nietzsche, ci schiacceranno con il loro peso. Non a caso i buddhisti più avveduti e sottili predicano così: “Se incontri il Buddha, uccidilo”.

Ogni fede istituzionalizzata, tuttavia, ha nei dogmi fondativi e concetti definitori una coerenza e non si può pensare di entrarvi e uscirvi a piacimento, con disinvolto sincretismo o deviante eclettismo, senza rischiare di deformarne il messaggio originario o infrangerne il patrimonio di regole. Ogni libro è impugnabile come un oggetto contundente: basta pensare a quante persone sono state sterminate da chi ha cercato di applicare concetti pericolosamente desunti da un solo testo idealizzato e canonizzato. La versione degli estremisti è talvolta caricaturale e parzialmente disonesta, anche se non del tutto scollegata dai testi fondativi, come non è stata del tutto infondata in passato, una lettura bellicosa e marziale del cristianesimo (“Sono venuto a portarvi non la pace, ma la spada”, recita la frase del fautore dell’amore viscerale per il prossimo), per quanto nel lessico di questa religione si riscontri un ben più frequente ricorso a termini come Amore, Compassione, Fratellanza e Tenerezza rispetto al ben più battagliero e apocalittico spirito coranico.

Infine, per finire in inesattezza, una teoria incredibilmente ingenua è stata esposta dall’autore franco-marocchino che l’ha poco prudentemente presentata come una sua personale ipotesi: secondo lui, il fatto che l’Italia non sia stata ancora colpita dal terrorismo sarebbe da legarsi anche al timore reverenziale che la Mafia in qualche modo ispirerebbe ai terroristi, restii a remare contro Cosa Nostra e spaventati da eventuali ritorsioni. Capisco che a molti francesi piaccia definire il nostro Paese mafioso tout court, come se tutti gli italiani fossero mafiosi, affermazione falsa quanto dire che tutti i musulmani sono fanatici, ma legare alla criminalità organizzata e a terroristi insolitamente terrorizzati persino la nostra relativa immunità ai terribili attacchi che hanno funestato altri paesi, rasenta il ridicolo, tant’è che l’affermazione, rivelante una superficialità d’analisi alquanto inquietante in qualcuno che pretende di “expliquer le racisme et le terrorisme” ai suoi e ai nostri figli, ha strappato qualche risatina e protesta non solo a me nella sala gremita del Palazzo dei Congressi.

Mi aspettavo qualcosa di un po’ più animato da questo incontro, perlomeno rispetto al precedente che si era mosso lungo binari persino più monotoni: il musicista d’origine franco-ruandese Gael Faye ci ha parlato della sua esperienza di profugo, condensata in un racconto romanzato presentato il 9 febbraio al Palazzo Rasponi delle Teste, ricordando il traumatico periodo della sua infanzia al tempo della guerra che oppose Tutsi e Hutu, entità etniche alquanto artificiali, ma in fondo gli uomini trovano facilmente motivi, economici, politici, religiosi o razziali che siano, per odiarsi a morte. Non è riuscito neppure lui, giovane ma poco vitale nell’esposizione, a dare una visione un po’ più approfondita della questione e nemmeno a tratteggiare l’atmosfera drammatica che si respirava in quel periodo nel suo Paese.

Per quanto riguarda l’adattamento alla vita in Francia, Paese dove si è trasferito per sfuggire al dramma della guerra civile, il noto rapper ha alluso come a una forma di strisciante discriminazione il fatto che il professore, presentandolo agli altri scolari parigini, affermò che quel bambino, quel nuovo studente, era in Francia perché fuggiva dalla guerra, mentre, a suo parere, avrebbe dovuto parlare di lui come di qualunque altro allievo, citarne solo preferenze e idiosincrasie personali. Se questo è il razzismo che fa paura, bisogna stare attenti, perché persino le frasi più normali, un riferimento a una situazione geopolitica non semplice, possono essere giudicate un affronto.

Per fortuna che doveva trattarsi, almeno nelle intenzioni, di “un ciclo di incontri per liberarsi da stereotipi e pregiudizi”, come ha dichiarato, introducendo il primo incontro, l’assessore all’Immigrazione del Comune di Ravenna, o meglio “l’assessora” Valentina Morigi, come l’ha definita l’organizzatore della rassegna Matteo Cavezzali, soggiacendo a questa strana tendenza a stravolgere e deformare la grammatica sulla base delle preferenze paralinguistiche e riflessioni femminologiche del Presidente della Camera, Laura Boldrini. Purtroppo nulla di esemplare o significativo è emerso finora all’orizzonte a parte nozioni risapute, luoghi comuni e prospettive appiattite.

Purtroppo nel nostro Paese sono ritenuti dai nostri governanti e da una certa parte politica alla stregua di pregiudizi e preconcetti razzisti le opinioni di tutti coloro che non condividono le idee dominanti, ovvero governative, sul modo di gestire l’immigrazione con una accoglienza ad oltranza e viene ritenuto a torto razzista chi si oppone a questa gestione aberrante e denuncia il lucrativo sfruttamento, da parte di molti, del fenomeno immigratorio, in cui si intromettono persone che sono animate da tutto tranne che da un sincero senso di solidarietà.  L’ipocrisia di chi fa passare per bontà l’accoglienza illimitata, sottovalutando per ingenuità o per complicità i problemi immensi che ciò comporterà nel breve e nel lungo termine, andrebbe sottolineata con vigore, ma ormai è questo il vero tabù, lo spartiacque tra un finto male e un finto bene: o sei uno squallido costruttore di muri o sei un ipocrita che finge di aiutare i poveri immigrati, celando interessi di natura criminaloide. Non è più possibile un dialogo sereno e fecondo sulla questione, non viziato da interessi politici ed economici. Politica nazionale, caporalato locale e tanta finta cooperazione inquinano le acque tra Africa ed Europa.

Dopo la delusione di questi primi due incontri spero che nel terzo appuntamento, quello col giornalista Domenico Quirico previsto per il 21 marzo al Palazzo Rasponi delle Teste, venga dispiegata una maggiore lucidità prospettica e un più vivace scambio di vedute.

Emanuele Palli

Le strade dell’anima, la madrepatria del cuore: indicazioni per il viaggio mistico

Ciò che sempre vede e mai è veduto, tutto ascolta e da nessuno è udito, ciò che ognuno è nel profondo, invisibile al mondo, cuore da cui si origina la possibilità del movimento. L’anima è il motore dell’universo, spiraglio da cui nasce ogni visione, emozione, concezione: spettatrice del Tutto, non è mai colta da nessuno sguardo. Vive nel rovescio dei nostri sensi, ombra che annusa il sole, buio che incuba uova di luce. Cresceranno nuove stelle nel mirabile scenario, saremo un bagliore che altri scorgeranno prima di morire. Ciò che resta è un riflesso che si propaga all’infinito, saetta d’inchiostro tra le pagine, lume inestinto d’antica amicizia, amore trascritto in cui altri occhi si riconosceranno.

Viviamo sullo stesso pianeta, eppure sembra che uno spessore d’anni luce divida i nostri destini. Direzioni diverse ci strappano dalle regioni dell’amore. Ciascuno sia perfetto, non si curi dei guasti del caso e dei difetti del cosmo, innalzi la sua energia come una fiamma pura, trasformi ogni gesto in una preghiera celeste, ogni parola in un canto di dolcezza, ogni azione in un’epica eresia. Allora si potrà ancora sperare che i pianeti volino al loro posto, gli astri più lontani si tocchino di nuovo, i continenti si riuniscano nell’abbraccio ermafrodito delle origini, nell’estatica terra materna chiamata un tempo Pangea.

Emanuele Palli

Scusa se non ti spoglio e mi perdo nei labirintici arabeschi del tuo vestito: la moda mi attizza l’ingegno

Trovo sempre più affascinante la scrittura dedicata alla moda e ai suoi mutamenti stagionali, che come stormi di colori e frotte di forme variano secondo misteriose rotte migratorie, tra ritorni al classico ed esuberante fuga nel nuovo. Ogni collezione, firmata dalle grandi maison, misteriosi timonieri che dettano il ritmo alle correnti della moda, deve possedere una coerenza interna di richiami fitti, ma non frenetici a uno stile che unifica la varietà dei modelli sotto l’egida d’una comune dizione: flussi misteriosi e virtuosi mélange che anche il giornalista/indovino più addentro alle tendenze modaiole fatica a presentire in anticipo sul turbinio delle passerelle, brulichio di vanità seducenti persino per l’occhio spiritato d’un giovane eremita come me.

D’altronde cos’è lo stile se non personalità allo stato puro? Lo sanno bene gli scrittori che impiegano anni a intesserne e fabbricarsene uno, a parte quei pochi, quelli veri, che nascono già avvolti da un pensiero originale e non fanno che dipanarlo per tutta la vita. L’elemento unificatore di una serie di accessori o di una catena di scelte stilistiche e decisioni formali è in realtà ben degno di essere chiamato, più che stile, anima. Preso da questa bizzarra nostalgia per ciò che non ho mai amato, ovvero le sfilate e il loro clima di composto carnevale, mi tuffo nelle letture di settore e mi imbatto in una foresta di termini inconsueti, che crescono sulle riviste patinate dai titoli glamour che persino il mio intelletto d’umanista nato fatica a decifrare: jais, sheer, caban, twill…

Mi ipnotizza la superficialità del design, mi mesmerizzano le infinite ricombinazioni del già visto, mi abbaglia l’intertestualità delle citazioni esotiche e dei richiami ad altre epoche della creatività; mi preoccupa, invece, il progressivo esaurirsi dei motivi iconografici poiché tutti i continenti e i contenuti sono già stati percorsi in lungo e in largo, le tribù dalle fantasiose tradizioni tutte saccheggiate, le culture del passato e le epoche dai sontuosi costumi  ormai percorse da cima a fondo, l’esotismo perforato da ogni lato. Se non verranno al più presto avvistati e visitati altri pianeti o contattate culture aliene sarà difficile trovare materiale per alimentare l’immaginario dei moderni stilisti.

Osservo invece con l’equanime curiosità  del naturalista la sparizione della donna sotto l’incanto delle vesti: la modella diventa pretesto, perché l’involucro ideato amorosamente dagli stilisti guadagna clamorosamente il centro della scena e fagocita la femmina. Sottratta ai sogni d’accoppiamento ed esposta agli sguardi, allupati dalla frigidità dell’eleganza, dei voyeur, la donna che sfila deve comprimersi e assottigliarsi fino a sparire, farsi mannequin per l’appunto, manichino umano per dare la massima visibilità alla perfezione delle linee dell’abito, congegno ideato da stilisti, spesso fieramente omosessuali. Anodine anonime anoressiche, le modelle si defilano dalla memoria insieme ai loro volti smunti e resta solo il vestito, fatata femminilità ridisegnata da una mente mascolina disinteressata al possesso fisico della donna, che fa del femminino una filosofia di tulle e di pizzo, bambola da abbigliare in infinite modalità, un foglio bianco da coprire con epiche stesure e liriche tessiture. Resta per le donne di tutto il mondo il piacere di indossare le insegne regali del potere effimero della moda e regnare sull’istante fatale  del coup de foudre. Come per tutti i campi che mi hanno fatto innamorare, sento il bisogno di assorbire in un unico sorso di luce tutti i rivoli di quel sapere scintillante di paillettes.

Naturalmente occorre osservare i flussi e i riflussi della moda con sano disincanto e col divertito piacere con cui a primavera si assiste all’avvento di legioni di floreale euforia e cromatismi inediti sorgenti sui prati e sulle piante. Anche il produttivo dio della creatività umana va onorato con microscopica attenzione per il cangiare delle sue scelte stilistiche e gli eccessi della sua audacia immaginativa.

Non bisogna cedere, d’altra parte, alla fede nella moda e fomentarla con la credulità superstiziosa del fanatico che prende troppo sul serio le variazioni di un’arte volubile: non vanno idealizzate le indicazioni dei maestri e dei profeti di questa arte ciclica come il tempo, evitando così di fare delle firme i più squallidi degli idoli idioti eretti dall’uomo sulla passerella della perdizione, dove sotto il vestito vegeta il niente e lo spacco si apre sulle debolezze e le mancanze morali e il seno maestoso occhieggia dal reggiseno come un dio seducente assiso sul suo trono di pizzo.

Comunichiamo e trasmettiamo energia con ogni particella del nostro carattere e ogni fibra dei nostri vestiti, perché l’assenza di comunicazione è la peggiore forma di vita! Onoriamo con sobrio rispetto i grandi nomi di quest’arte, il re del rosso, Valentino, il cavaliere dalla nera eleganza, Giorgio Armani, ricordiamo lo stile dannato dall’inquietante perfezione di Gianni Versace e la sapienza cromatica di Yves Saint Laurent.

P.S.

Dedico questo articolo a chi vuole indossare sempre le ultime trovate suggerite dallo spirito della Moda e ignora che l’unico accessorio veramente essenziale in questa vita è una biblioteca di qualche migliaio di capolavori.

Emanuele Palli

A cosa serve la poesia? Chiedetelo al giaguaro e all’ornitorinco

Cosa c’è di più inutile della poesia? Difficile trovare un paragone all’inanità della parola inerme e infilzata sullo spillo della scrittura privata d’ogni funzione, palco in cui si impala l’autore a beneficio di altri masochisti della ruminazione interiore e di entomologi appassionati alla rarità esistenziale.

Specie sempre più in estinzione quella dei poeti in questa epoca in cui gli impulsi elettrici e i segnali delle telecomunicazioni hanno preso il posto dello Sturm und Drang dei sentimenti. Una volta i poeti erano gli emissari dell’abisso e i profeti di un mondo sognato, i famelici cercatori di verità idolatrati come semidei, oggi sono scansati come untori di insano pessimismo che si costruiscono verso dopo verso una fama di sfaccendati o di depressi, perché è questo il giudizio che ricade su questi poveri diavoli in debito col mondo per il loro amore sviscerato per la potenza dei segni.
Senza dubbio le velenose ricette formulate dai medici, la piatta prosa giornalistica che ripete giorno dopo giorno l’identico nulla, i noiosi tabulati compilati dai ricercatori, i progetti di grandi opere disegnati dagli ingegneri e le sentenze gravide di conseguenze irreversibili dei magistrati sono più decisivi e fatidici delle parole che il poeta mette insieme, raccogliendole dagli istanti vissuti e volendo farci credere che il cielo, il mare e gli amori non esisterebbero se non ce li raccontasse lui e non facesse dello spettacolo clamoroso della vita una traduzione impossibile dall’anima alla parola, dalla sensazione al senso.
I poeti tagliano brandelli di pelle come se fosse carta e il loro sangue si improvvisa inchiostro perché vogliono essere, più che amati, memorizzati, o arroganza estrema di chi scrive per non dimenticare quello che non vorrebbe ricordare ed evitare di essere annientato dai rigurgiti della memoria involuta, rimossa, sconvolta!

Chiedersi a cosa serva la poesia è un po’ come domandarsi se la vita abbia o meno un senso e uno scopo determinabili. Forse tutto nasce ed evolve a caso nel guazzabuglio cangiante delle forme e la lunga dinastia dei dinosauri ha lasciato spazio alle orme più piccole e ambigue dell’essere umano per uno strano scherzo biochimico, a cui faranno seguito altri esperimenti che rendono il nostro minuscolo pianeta un laboratorio di possibilità fra gli infiniti ecosistemi che popolano di prospettive e presenze ogni angolo dell’universo. Qual è l’intelligenza cosmica che si esercita nell’arte della curiosità, tipica di chi non è onnisciente?

La stolida legge del più adatto non è diretta verso il bene o il bello e lo si vede nelle foreste dove le macchine rumorose e le industrie inquinanti dell’uomo prendono il posto del canto melodioso e del misterioso volo di tucani e uccelli del paradiso, così come nei luoghi di lavoro dove i più ripugnanti opportunisti e i ruffiani meglio insediati per pregresse raccomandazioni restano al loro posto, mentre i puri devono partire, banditi dall’esercizio virtuoso della propria professione.

Non basta una vita sola, un uomo che riassuma in sé le esperienze fondamentali e supreme? È proprio necessario questo avvicendarsi di generazioni che ripetono ogni volta simili configurazioni dell’errore, percorrendo una infilata di stanze dalle vane scenografie storiche che termina nell’oblio postmortale, vita dopo vita? Non nascerà mai l’uomo perfetto che renda inutili gli altri, come aborti e relitti d’una sfiorata pienezza? Per quale scopo sono nati l’uomo, il giaguaro, l’ornitorinco e la formica? Gli umani hanno esigenze di senso che gli insetti o i felini non possiedono, ma questo non li salva dallo schiacciamento. Chi si allontana di più dall’essenza delle cose, dalla muta verità dell’azione?

La poesia, come tutte le forme interrogative ed esitanti dell’espressione umana, riflette questo spaesamento, si consolida in reato contro il divenire, ruggito melodioso che si cristallizza a beneficio di uditori futuri. La speranza di emanare un alone di verità oltre le sagome della finzione, si reifica in bava e respiro sul vetro, traccia di canto, aeriforme prodezza ed equorea vanità. Una selezione sovrannaturale ci consegna ogni giorno alla perplessità dei sopravvissuti: caso unico clinico lirico, il poeta è un hapax legomenon, vittima solitaria e irripetibile di una mutazione genetica del corredo di morfemi a disposizione degli umani.
La poesia è un medium per oltrepassare con arroganza metafisica le distanze minime tra le anime, lanciare un messaggio tra monadi e trovare l’epicentro di cataclismi interiori.

Sentiamo tra le righe dei poemi il vento che trasporta le immagini della natura e dell’anima umana, disperde l’inessenziale e scatena l’invisibile che dorme al centro di ogni essere come un testo illeggibile e compatto: buio cuore di tutte le nostre parole, circolazione di voci e spifferi che ci fanno vivere. Ci scaldiamo, leggendo, al fuoco che arde nell’interiorità come nella caverna platonica il surrogato del sole, che dà ombrosa proiezione agli oggetti balenanti e alle forme dell’interna coscienza: le configurazioni dell’eterna illusione.

La bellezza e l’orrore, la paura e l’amore precedono la poesia e le sopravvivono: le parole non raggiungono il cuore delle cose che batte nel nucleo incandescente del divenire e il linguaggio, alla fine, viene deposto come una  maschera acustica, rimosso e redento dal transito dell’inevitabile.

Emanuele Palli

Leggere il proprio destino negli occhi di una sconosciuta: carezze astratte, metafisiche voluttà, amori allo stato nascente

Ci sono sguardi che ti lasciano incompleto, dimidiato, dilaniato, straziato. Ti accorgi di essere solo un emisfero dell’essere, e neppure il più affascinante, davanti a certe passanti misteriose dai tratti sfuggenti, delicatamente esotici: incarnano un altrove che da sempre ci attrae come se fosse la nostra vera patria.

Queste provvisorie e improvvise personificazioni dell’ignoto ci attirano con le loro labbra enigmatiche come i bordi di un abisso, i bordelli metafisici d’un piacere proibito. Nella memoria le “non godute” acquistano i tratti titanici di eroiche beltà che ci fanno sospirare per giorni, mesi o anni. Avremmo voluto parlare con loro, trovare le parole appropriate per fermarle e scavare una via che ci consentisse di perforare un cielo remoto, accarezzare un clima torrido dagli effluvi stordenti, sfiorare un’etnia inconsueta e spiarne con piglio antropologico le movenze peculiari nell’intimo gioco della procreazione. Orfani di un incontro mancato, ritroviamo a fatica le coordinate d’un baricentro perduto, un centro di gravità ormai sbilanciato verso quel sole che per un attimo ha illuminato la nostra esistenza e già ci manca come se avessimo vegliato per lunghe nottate abbracciati a quella soave figura femminile sotto la volta contorta delle stelle, sussurrandone il nome composto di sillabe rare e strane, che la nostra lingua occidentale fatica a pronunciare e si ingolfa in quel frammento musicale come in un mare da risognare infinitamente.

Solo l’autoespressione completa e sincera, lo scambio veridico tra singolo e singola può dare sfogo allo sperma dei sogni, liberarci dalla clausura della solitudine e renderci definitivamente ciò che siamo, sostanze in simbiosi, monadi dischiuse, mistiche amebe in telepatica armonia; la ferita esistenziale si fa allora finestra e feritoia, prigione pertugiata dalle botole birichine del dialogo amoroso tra vicini di cella, cellule accese dagli sguardi d’un occhieggiante alteritá.

Senza la capacità di guardare con gli occhi dell’amore si resta superficiali cronisti d’una asfissiante banalità, inesausti ripetitori dell’ultima notizia, crocifissi sul Golgota della spicciola attualità . A me non interessano i fatti, non cerco lo scoop, io fornisco solo interpretazioni con cui tratteggiare e cementare le traiettorie della mente, indovinare il destino che ci squadra dalla più intime profondità, evocare la vitalità innata che si sperpera nelle saccheggiate miniere della nostra anima. Un volto scolpito dalla gioia come una luce nella notte vale di più di un firmamento depauperato e privato della sua primordiale poesia, sfondato dalle sonde turbolente e dai satelliti artificiali inventati dallo spirito umano: resto timoroso e diffidente nei confronti di chi uccide le lucciole per scoprire l’insetto insulso dietro il luminoso prodigio. Come Nietzsche amo la scienza solo quando è gaia; schivo certe degenerazioni o appiattimenti dello spirito scientifico che banalizzano l’immenso e non dispiegano la rete delle conoscenze in un unico stupore di fronte all’accadere: la meraviglia di sapere, il brivido di non sapere. Non somiglio allo scienziato che viviseziona e dissacra l’oggetto del proprio studio, bensì a un poeta che si esercita nell’arte di cogliere di sorpresa l’esistente, rubandogli le pose più fulgide o più sordide e trasformando l’attimo presente in un capolavoro ovvero in un vivido frammento d’eterno.  Per questo calo rapido e rapace come un falco sulla indecifrabile psiche di colei che trascorre sotto il mio sguardo, una asiatica erratica, una figura dell’inconscio emersa per esaudire un’inconfessata preghiera.

La prossima volta, bella straniera che segui come un’eco l’andatura dei miei pensieri, ti parlerò e sfiorerò in te la frontiera di un altro universo che balena come la coda imprendibile di una cometa risucchiandomi nelle orbite abissali del tuo sguardo. Ti chiederò di salvarmi dall’oscura e terribile poesia che palpita nelle mie vene, bussa col ritmo insolente del mio cuore e scorre nelle grotte del pensiero, ignota bellezza che mi sfiori non goduta, incanto effimero, oculare miraggio, estatico viaggio nell’oriente sognato, carnagione ambrata, profumo di spezie, raggio di pace proteso a purificare l’io dall’oppressione del tempo e liberare la pelle dalla contiguità degli spazi per inaugurare con un cosmico contatto la fusione con la figura sognata, astro che distende le sue luci come arti sollevando la nostra disperazione a celesti meraviglie. 

La vita, d’altronde, è fatta di fulmini e raggi solari, stelle nascenti e tempeste di neuroni, incontri fatidici e amori mancati. La luce viaggia tra galassie lontane, fugge dall’origine e funge da favoloso intermediario tra leggende personali e multiple mitologie: intesse costellazioni da cui estrarre un vaticinio sul senso del cammino, delinea incontri e racconti, circoscrive assenze, addita mondi esterni e varca vuoti interiori; le persone fluiscono accanto a noi come scie evanescenti di comete tese sulle parallele vie del respiro. Trascendendo le frasi ordinarie dettate dalle contingenze, boicottando la normalità presunta delle battute di circostanza, vorrei comporre un arpeggio pensato nel melodioso linguaggio della luce per lambirti il cuore, facendo vibrare il diapason dell’essere col tocco felicemente ispirato d’un musicista davanti alla sua musa. Sarà forse l’ennesimo messaggio spedito nel vuoto siderale, eppure qualcosa cresce nel profondo, il mio lamento è una spina nel corpo della società che non può essere espulsa, una freccia che indica nel verso della ferita una nuova direzione. Sperimentare l’infinito che dorme in noi: è il compito geometrico dell’uomo trovare il punto di svolta psicologico, la leva che rovescia sul mondo le potenzialità di gioia racchiuse nel calice del cuore.

Occorre rifondare la realtà su una verità interiore e andare oltre le tentazioni della retorica, disintegrare i titoli, le etichette, i protocolli per toccare l’esperienza nella sua scandalosa nudità. Il segreto dell’immortalità consiste nell’aver vissuto un attimo senza fine: la felicità è eternamente giovane come acqua sorgiva, un faro florido, un elisir limpido. Dimmi di sì, vita, concedimi i tuoi doni divini, fammi godere delle tue linfe d’adrenalina purissima e d’appagante dopamina. Scusa, ignota stella, se è ancora goffa la grafia del mio approccio, mi trema la voce e si incrina la pronuncia dei fonemi della mia dichiarazione d’amore, ma è la prima volta che vivo, sono nuovo su questa terra, assaporo l’incredibile novità d’esistere, l’ebbrezza inaudita d’essere io.

Emanuele Palli

Le prodigiose perfezioni della follia: elogio dell’unicità

Sono atterrito dalla normalità. Io sto decisamente dalla parte dei folli.
Sono in perfetta sintonia con lo scrittore svedese August Strindberg, che nel Quartiere Latino di Parigi si ustionava i polpastrelli adoperando fornelli di fusione e maneggiando elementi primordiali, per realizzare con minimi mezzi e nozioni elementari il sogno alchemico di trasmutare il piombo in oro o di scomporre lo zolfo, ritenendosi perseguitato e allo stesso tempo indirizzato da misteriose potenze spirituali.
Sono dalla parte di Alda Merini che osò affondare nell’abisso, in cui attese impaziente la presenza d’Orfeo e ascoltò rapita gli accordi della sragione nuotando tra le voci amplificate dall’utero del delirio, sospesa tra le pareti immonde del manicomio come in un acquario dedicato alle specie rare. Nel dedalo di passi allucinati compiuti dai predestinati alla follia la sibilla dei Navigli ha intravisto le leggi di uno stato superiore della coscienza, indossando sulla fronte pura l’aureola spinosa d’una sapienza espiata come il peggior peccato.
Sono della razza inquieta di Dino Campana: preda indomita di chimeriche apparizioni e in fiera fuga sui suoi amati monti, il genio marradese raggiungeva sempre con istinto sicuro le vette della poesia, osteggiato costantemente dai presunti poeti del suo tempo e intervistato saltuariamente dagli psichiatri.
Sono amico dell’americana Sylvia Plath che, prima di sigillarsi nel suicidio, ha infuso nei ritmi perfetti della poesia le fasi lunari della sua mente acuta come una lama e divisa tra estremi di esaltazione e abbattimento, desiderio di morte e volontà di rinascita. Lo shock della terapia elettroconvulsivante ha spesso aureolato i destini eletti e dannati d’autori e artisti, come la bipolare Sylvia, il paranoico Dino o il catatonico Hölderlin, dalle menti operanti ad elevatissimo voltaggio.
Amo chi non ammette limiti, colui i cui lineamenti proseguono senza soluzione di continuità nella fisionomia dell’immenso, chi costruisce mondi d’impulso e per intima necessità li distrugge, l’uomo la cui penna o pennello traccia confini provvisori che l’attimo seguente abolisce per giungere oltre ogni possibile definizione. Adoro chi crede che la morte sia un treno che ha per destinazione le stelle, come ipotizzava Van Gogh, profeta dei colori che ci ha lasciato nei suoi quadri attimi sconfinati che somigliano all’eternità.
Apprezzo gli scienziati pazzi a cui le idee giungono dall’alto come allucinazioni uditive e le scoperte più eclatanti balenano davanti agli occhi della mente come lampi di illuminazione e trasalimenti vertiginosi: penso a John Nash, Premio Nobel schizofrenico.
La vita per costoro è difficile come adattare l’energia di un’esplosione nucleare alle ragioni più modeste e domestiche di un impianto elettrico casalingo. Simpatizzo con l’iperuranico Hölderlin e con chi abita nelle torri della solitudine attraversate da fantasmi poetici e informi presagi.
Premono nei folli le forme incipienti di nuovi linguaggi e una lingua in nuce spinge legioni di simboli ad invadere le regioni di senso del quotidiano ribaltandone violentemente i termini: i loro visi intensi scandagliano l’ignoto, misurano l’espansione consentita ai pensieri, si disintegrano per reintegrare al regno dell’uomo le selvagge terre dell’inconscio, animate da una logica sorprendente.
Concordo con chi temporeggia illimitatamente perché non si riconosce nel tempo, dilata il suo essere con i vettori di un’infuocata immaginazione, perché non si rintana nello spazio, ma si lascia indovinare come un indeterminabile elettrone in fuga nei labirinti della scrittura o nella tessitura di un’opera.
Io tifo per loro, sto dalla parte dei folli e degli esclusi, dei nati postumi come Nietzsche o dei solitari assertori della categoria del Singolo e dell’Unico, come Kierkegaard e Stirner, contro ogni massa omogenea o folla insensata.
Amo gli outsider con la dinamite nel cervello, gli inadatti alla vita di superficie, capaci di attingere ai pozzi inesplosi di petroli d’anima.
Prendete come più vi aggrada questa spaesante introduzione, come enunciazione di poetica o dichiarazione di guerra, cari lettori, miei dissimili, nemici miei.
Emanuele Palli