Come la nottola di Minerva che intraprende il suo volo sul far della sera, quando l’opera del giorno si è già compiuta, come i filosofi che ragionano sulla vita umana quando questa ha già assunto precisi indirizzi, così io vi parlo delle mostre quando sono già concluse, non sono più visitabili, io sfodero il ricordo, rievoco il tempo trascorso, suggerisco riletture del vissuto o divagazioni sulle occasioni mancate, come un dio babilonese vi giudico proprio quando pensate che tutto sia finito.

In questo caso vi parlerò della mostra “Geografie a ritroso” dell’amico Felice Nittolo che si è conclusa due settimane fa: l’esposizione ha occupato per qualche mese gli spazi del Museo Nazionale di Ravenna, intersecando le collezioni permanenti. Opere musive animate da una viva inquietudine contemporanea si sono così ritrovate inserite tra icone bizantine, mosaici romani e armature rinascimentali: la teologia negativa dell’artista campano adottato da Ravenna ci ha mostrato ancora una volta le sue stigmate, ostentando impronte di tessere svanite, lacerti di tessuto segnato dal ricordo dalle tessere, brandelli di una defunta compostezza imperiale, tele scarnificate abitate da spettri musivi, rosse tentazioni acriliche intarsiate dell’oro e della grazia dell’Oriente. Le tessere si sono scrollate di dosso per l’ennesima volta ogni concezione tradizionale, ogni impianto convenzionale per emanciparsi nella calcolata follia del gesto artistico che improvvisa universi, tramutandosi nel loro libero insieme in arte emancipata e ribelle, autonoma, capace di veicolare le emozioni dell’artista, non più relegata tra le discipline minori o intesa come pura copiatura di cartoni pittorici, ma atto immediato e creativo, attuale in tutti i sensi del termine. Conosciamo da decenni la rivoluzione musiva di Nittolo e questo consuntivo degli ultimi anni di attività, ospitato nella prestigiosa sede espositiva, sintetizza magnificamente lo stile e il senso, la direzione ideale delle sue realizzazioni.

In un acuto sussulto di consapevolezza artistica Nittolo ha teorizzato già negli anni ’80 questa rivoluzione musiva nel manifesto dell’Aritmismo e ha proseguito con fortunato accanimento su quella strada di ardite sperimentazioni. Parafrasando Blake, penso sia proprio vero che chi insiste sulla via della follia raggiungerà prima o poi il palazzo della saggezza: Nittolo è da oltre trent’anni uno dei più arditi sperimentatori e uno dei più precoci innovatori di quest’arte dalle radici venerabilmente vetuste, riuscendo nel tempo a portare alla luce le vere potenzialità di una disciplina atavica.

Da Capriglia Irpina l’allora giovane pittore si è trasferito nella capitale del mosaico, Ravenna. e ha preso rapidamente in mano, con la sicurezza dell’esploratore nato, il timone dell’arte musiva, veleggiando idealmente verso Bisanzio per scoprire in quell’arte millenaria inesplose risorse: come la lettera viene vivificata dallo spirito, la tessera viene investita, attraversata e trasfigurata dall’entusiasmo combinatorio e ne esce moderna, attuale, pronta a interpellare le  coscienze odierne.

Molti se lo ricorderanno l’artista delle tessere col suo aspetto di scatenato Einstein del mosaico quando ha indossato con naturalezza un  pesantissimo cappotto musivo o è salito su una Cinquecento un po’ speciale, quintessenza dell’italianità che lui ha provveduto a bizantineggiare con una copertura di tessere, blindandola di pura poesia, oppure quando ha inaugurato, in un’altra fase della sua creatività, strani collage musivi dedicati alla Coca Cola, “poppeggiando” un po’ alla Andy Warhol con i materiali della sua ricerca musiva.

Nel museo dove le sue opere posavano come una tagliente sfida, avrei voluto dare un calcio alle sfere musive, chiamate alla giapponese “Kabuto” (Elmo da samurai), per mandarle a infrangersi contro le teche, dietro alle quali riposano file di guerrieri sonnolenti, di santi attoniti o vergini aggraziate col bimbo di Dio tra le mani, non certo per oltraggiare l’opera e l’artista, ma per omaggiare entrambi con un affondo futurista, dato che Nittolo apprezzerebbe nella misura in cui è egli stesso un iconoclasta, un pioniere, un ribelle che ama il gesto eclatante, altrimenti non avrebbe compiuto le provocazioni summenzionate, non lancerebbe le tessere colorate con la precisione di un ninja durante i suoi vivaci workshop, non avrebbe trasgredito ai classici principi del mosaico, trasfigurandone la funzione e le modalità d’esecuzione, dando un altro senso alla missione del mosaicista: d’altronde è abituato ad osare fin dalla prima giovinezza, quando si buttava dagli aerei militari col paracadute, arruolato e addestrato nei ranghi della Folgore. Idealmente non ha mai smesso di volare e tuffarsi in nuove avventure del pensiero, del gesto e della forma, Nittolo continua a dormire poco, sognare molto, restando un pertinace sperimentatore che non serra neppure un istante le palpebre di fronte all’avvenire.

 Ammiro tanto più il solido impegno dell’amico Felice, quanto più mi accorgo quanto sia difficile essere un artista al giorno d’oggi, poiché in generale ho l’impressione che l’arte contemporanea sia una religione che ha perso i suoi attributi divini, una preghiera mormorata dopo che Dio è morto, una lettera d’amore scritta quando l’Amata si è già sposata con un altro, un bisogno di espressione quando la comunità che avrebbe dovuto accoglierti si è già dissolta. Ogni artista oggi si masturba sulla sua reliquia, evocando una verità che dura quanto il tempo di un miraggio, cresce nel mito del proprio stile, abbandonando il progetto di rivelare e profetizzare qualcosa sull’Uomo. La verità deve essere una legge pervasiva oppure resta una deperibile opinione.

L’uomo non è solo la matrice atemporale di un pensiero, bensì attore collocato in una Storia che lo trascende. Oggi il “vero” artista non può che sognare una civiltà fondata sui miraggi, una capitale sorgente tra incombenti tempeste di sabbia, polverose macerie di valori estinti e rovine di proporzioni perdute: colui che ancora cerca vorrebbe intravedere in quella superficie di brividi azzurri che tremolano nella distanza, nello spessore dell’aria arroventata, una futura fonte di senso, una frontiera spirituale, un guado plausibile verso regni ulteriori, ancora abitati dall’Idea. In questa era di mezzo tra l’età dei dinosauri e una nuova Apocalisse, in un mondo senz’anima dove tutto è meccanica apparenza, bocche che masticano, ruote dentate che girano, frasi e facce opache, corpi che eseguono una serie prevedibile di gesti prima di scomparire, nel nostro inconscio forse non ci aspettiamo più niente dall’arte e questo silenzio del Verbo assomiglia al volto di Dio che sbuca come la figura inquietante di una Sfinge dalle sabbie del tempo, la mente irta di terribili indovinelli e le membra animate dal felino istinto del predatore.

Emanuele Palli

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