Cerco l’Harry’s Bar, un’icona forse un po’ sbiadita della Dolce Vita in salsa veneziana. Sono uno dei pochi frequentatori assidui di Venezia che non c’è ancora stato. Mi sto inoltrando tra le calli, brancolando tra turisti intenti a incarnare al meglio questa strana figura contemporanea di visitatore frettoloso, consumatore di panini al volo e portatore di bagagli a mano, il cui unico contatto con gli autoctoni si limita a una contrattazione fallimentare con i gondolieri, cercando di abbassare un prezzo altezzoso: i poveretti tirano un sospiro di sollievo solo penetrando nell’ombra d’una basilica, rinfrescandosi la pelle sudata vicino a marmi dalla millenaria freschezza.

Ritrovandomi nella strada sbagliata, errore di parallasse o lapsus metafisico, penetro in una sala abitata dalla bellezza, dove due giovani curatrici, storiche dell’arte o ninfe delle selve della creatività, cercano garbatamente di coinvolgermi e interessarmi agli esiti di un progetto artistico, illustrandomi prima le foto alle pareti, invitandomi poi a sedere in una stanza oscura, Wunderkammer in cui si dispiegano i fotogrammi di un video, rivelazione a portata di mano, immersione gratuita, ma non innocua nelle visioni di un’altra mente: la metafora dell’acqua conduce attraverso un’apnea simbolica gli spettatori in visita nell’abisso di un’esistenza umana; sembra di partecipare a quelle respirazioni profonde del protagonista per poi trattenere con lui il fiato in una meditazione esacerbata, una intensa rammemorazione delle figure chiave di una vita, corpi espressivi riletti e commentati dalla voce del pensiero che ripassa, come un uomo in procinto di morire, i profili amati, corporeità sublimate attraverso potenti primi piani quasi al livello di idee platoniche: la madre, i figli, gli amici scavano abissali intese nella materia dello sguardo.
Il regista Leonardo Corallini, che ha studiato a Milano, New York e Parigi, riesce a condensare in questo episodio del suo ciclo “Itinery of Portrait” un flusso di immagini vivide come sogni ad occhi aperti, coinvolgenti corpi in cui la nudità fisica sembra il frutto di un’operazione per ridurre all’essenziale, ovvero al nitido nucleo dell’enigma, la turbata interiorità del maturo protagonista, uomo dall’aspetto sicuro, solido, giunto forse a un periodo critico della sua vita.

Un video che aspira a descrivere le incertezze del vivere. Non è impossibile, se Aristotele stesso riteneva la vista il senso supremo per l’uomo, in grado di fondare quell’intelligenza del mondo e quella meraviglia al contatto col reale da cui scaturirà come una scintilla di riflessione la trascendenza filosofica.
La sfida di questo “Bioportrait” era di raccontare una problematica esistenziale in pochi attimi e fare di pochi istanti di vita un fondale su cui puntare i piedi del pensiero e riemergere: il mare della Sardegna diventa uno spazio della mente dove non è impossibile rinascere oltre le angosce sommerse e lo stillicidio delle paure, dopo
“248” secondi sott’acqua trattenendo il respiro, durata richiamata nel numero che si fa titolo del video: è evidente l’intenzione di rappresentare nell’apnea una condizione limite, l’incarnazione dello spirito di negazione, la tentazione di far tacere gli istinti e annullare per qualche minuto la meccanica del vivere, sospendersi nell’indecisione degli scettici tra la salvezza rimandata e lo scivolo del suicidio.
Uno stato di crisi apnoica, uno stallo tra uno stadio e l’altro dell’esistenza, un salto dello spirito raccontati con la grazia di immagini che si susseguono e voci che si inseguono senza indulgere in toni superomistici, ma con una sensibilità attenta all’interiorità ineffabile dell’uomo.

Chi si inoltrerà nella Calle del Ridotto fino al 16 settembre potrà sperimentare un’immersione oltre le superfici armoniose di corpi possenti e silhouette delicate, miraggi marini e spiragli aperti su vite impregnate di lusso, scoprendovi l’indicazione di un’inquietudine profonda che accompagna ogni respiro, per il futuro incerto ma anche per l’incomprensione del presente, distorto dall’attrazione per quel fondo in cui, come viene detto nel video, scompaiono persino le ombre.
“Un regalo che il milanese Massimo Montini voleva fare a se stesso in primis e di riflesso anche alla sua famiglia”, mi rivela l’artista dal cognome marino, ospite del Zuecca Project Space.
Incredibile come questo omaggio privato commissionato all’artista originario di Cattolica si sia tramutato in una confessione pubblica, un sussurro che racconta l’itinerario dalla disperazione al recupero della preziosità inestimabile della propria vita: dopo avere sfiorato le profondità del dubbio si riemerge davanti a scogliere di imperscrutabile granito, convinti di non volersi più staccare dall’unico punto di vista che mai conosceremo, il nostro.
Alcune frasi dalla potente purezza cadono a tratti come gocce d’oceano sullo spettatore: “Papà a volte mi chiede di suonare perché vuole essere certo che l’armonia esiste”, dice la figlia di Massimo, bambina dai capelli chiari, gli occhi grandi, assoluti, che irraggiano risposte a ogni domanda, angelica creatura annodata con un moto rotatorio al fratellino e ai genitori, pianeti uniti da una stessa orbita, un carillon di sguardi sorretti dalla medesima musica, quel presente che ci tiene a galla come corpi nello stesso mare.
Le voci autentiche dei protagonisti e i loro corpi impersonano se stessi nel video: per questo diventano inevitabilmente altro, marionette nelle seriche mani di un destino che li sovrasta, una muta immensità che ci appartiene da sempre oltre il limite della coscienza, un frastuono di astratti silenzi che il nostro respiro copre con la sua assidua esalazione.
L’incertezza del futuro del protagonista sembra tingersi di ulteriori inquietudini legate al futuro dei figli, che nel video sembrano volere rassicurare il padre. Ogni legame allude a una potenziale divisione, ogni amore è fondato sull’azzardo e la parola sorvola abissi di incomunicabilità. In fondo essere se stessi è sempre una larvata forma di autismo, se la solitudine è una condizione ontologica e gli amori le amicizie i contatti sono accidenti meravigliosi ma effimeri e non necessari nella crudele economia del mondo.
Foto e video in loop perenne sulle pareti dello Spazio Ridotto, non lontano da Piazza San Marco, riecheggiano questa ricerca sull’identità dell’uomo: un manager con la valigia davanti a una saracinesca abbassata, un solitario individuo in un bar di New York che sembra conversare con il proprio doppio, immagine evanescente che allude allo straniamento rispetto a se stessi legato al crescere. “Da bambini il mondo ci appariva diverso e rivedendo dopo anni gli stessi luoghi le metriche e le topiche ci appaiono differenti”, mi ricorda Corallini, giovane già corroso dalla saggezza dei filosofi, mentre l’uomo afroamericano del video, ritratto in un bar di New York, prosegue il surreale dialogo socratico con se stesso, tentando di recuperare o ricostruire una verità dimenticata. Secondo Corallini sono le donne a giganteggiare solitamente entro la rappresentazione artistica come figure gravide di significato e aspettative, mentre il maschio, nei rapporti con se stesso e i suoi “simili”, è stato trascurato e affidato alla cantilena dei luoghi comuni.

Nelle altre immagini gioiose intersezioni di corpi in movimento, posizioni estremizzate in stile yoga, sollevamenti muscolari a erigere ponti umani tradiscono un affiatamento tra uomini, un’allegra comunanza di interessi che delineano una comunità di geometriche intese e artistici divertimenti che sono ben lontani dallo stereotipo dell’uomo ossessionato dalla bellezza femminile, chiuso nei riti del lavoro e del corteggiamento o perso nei deliri del tifo calcistico e della fregola sportiva.

Emanuele Palli

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