Ieri sera, ho seguito alla Biblioteca Classense di Ravenna un incontro dedicato al drammatico omicidio di Giulia Ballestri per mano del marito Matteo Cagnoni, condotto sul filo di due opere che trattano il caso in questione, ma anche la storia della famiglia d’origine del dermatologo ravennate, seguita per alcune generazioni. Era un incontro del ciclo “Il Tempo Ritrovato”, titolo dall’invitante sapore proustiano, curato da Matteo Cavezzali.

Sono andato all’incontro aspettandomi di apprendere qualcosa di più di questa antica stirpe ravennate e poter collegare, ammesso che sia possibile, la storia familiare, con le sue ombre  e le le sue luci, all’esito omicida di questo estremo rampollo attratto dallo studio della pelle e ultimamente dall’incanto dei riflettori televisivi, chiedendomi se possa esistere, come in qualche modo accennato dalle autrici invitate, Laura Gambi, Laura Orlandini e Carla Baroncelli, un filo nero, più che rosso, tra le generazioni dei Cagnoni, ceppo definito “importante”, in origine ricchi armatori, politici, si conta tra loro anche un potestà di Ravenna in un recente passato, poi medici, stimati luminari e professionisti vari.

Preciso che per me una famiglia è importante quando è ricca di verità e sentimento al suo interno e di correttezza e onestà all’esterno, questo è l’unico metro con cui valuto sia l’individuo che il suo eventuale nucleo famigliare; dunque per me titoli, influenza e potere, ceto e censo, con cui la maggioranza, anche chi non l’ammette, misura il successo non sono nulla. Le storie e le famiglie fondamentali per me sono altre e forse non verranno mai raccontate.

Durante la conferenza ravennate vengono riferiti pochi elementi, più suggestivi che esplicativi, che a mio parere non valgono a sostenere, nemmeno a grandi linee e incerte approssimazioni, la tesi delle autrici; forse più che una tesi un sospetto. Evidentemente chi leggerà i libri, “Delitto d’onore a Ravenna” (Pendragon) e “Ombre di un processo per femminicidio” (Iacobelli Editore) troverà, almeno immagino, rinvii a documenti e fonti da cui le scrittrici hanno tratto i loro risultati e desunto le loro conclusioni. Dalle loro scarne presentazioni, in particolare quelle di Laura Gambi e Laura Orlandini che nel loro testo hanno curato in modo particolare il lato storico e genealogico, emergerebbe il ritratto di una famiglia patriarcale con una mentalità arcaica in cui le donne svolgono un ruolo del tutto accessorio e subordinato al prestigio e al potere dell’uomo. Un ampio spazio nel dibattito l’ha occupato Carla Baroncelli con una serie di considerazioni che io ho trovato un po’ retoriche sul femminicidio; è ovvio che è tutto condivisibile perlomeno da parte di persone ragionevoli, come tutti fingono di essere quando si trovano in pubblico e non sono trascinati da una pulsione violenta o dalle odiose ossessioni della gelosia o del dominio. Il problema è che probabilmente lo stesso Cagnoni, prima del delitto, avrebbe assentito se si fosse trovato tra il pubblico in una serata come quella di ieri, anche perché, da quanto ricordo, aveva avuto in passato almeno una forma di partecipazione e collaborazione con un’iniziativa dell’Associazione Linea Rosa, quindi non era estraneo, in apparenza, a ideali nobili, come dire che una cosa è la teoria, un’altra la pratica,  la facciata di perbenismo o la comoda maschera delle dichiarazioni solidali non allude necessariamente a una autentica bontà, anzi spesso è vero persino il contrario. Che nel giorno della pronuncia della sentenza, come ha ricordato la Baroncelli, sia spuntata una marea di scarpe rosse in tribunale per me non significa nulla, è una scenografica solidarietà con le vittime che non costa fatica e secondo me rischia persino di banalizzare focalizzandosi su elementi così frivoli come il vestiario o appuntandosi su un colore simbolico. Io punterei il dito sulla violenza in sé, a chiunque sia diretta. Non c’è nessuno che non si indigni rispetto ad un atto criminale e sono cretini quelli che cercano scusanti in questo come in altri omicidi. Ma questa consapevolezza non basta a fermare il male che evidentemente alligna nell’animo umano ad un livello così profondo che è difficile da estirpare. Spesso anche chi denuncia di avere subito violenze o minacce non viene adeguatamente protetto, è anche una questione di meccanismi di tutela mal funzionanti o inadeguati, leggi traballanti o lacune nel sistema che andrebbero corretti a beneficio del genere umano, a prescindere dal sesso di appartenenza. E’ semplicistico per quanto suggestivo collegare, come hanno fatto le ospiti presenti, le cupe tinte di questo dramma con la storia di una famiglia dai valori reazionari, un maschilismo retrogrado che relega le donne nell’ombra e il culto insistito di un decoro che era più formale che sostanziale perlomeno se possiamo biblicamente giudicare l’albero dai frutti. Certo che, anche a prescindere dal caso specifico e dall’ambito in esame, un contesto che collochi la donna in un ruolo subordinato, marginale, sottomesso, dove viene punita colei che a un certo punto si sottrae al regime famigliare e infrange il codice implicito di un’apparente onorabilità, impedirebbe agli uomini di casa di mettere in discussione se stessi in caso di crisi matrimoniale e li porterebbe a scagliarsi contro chi in quest’ottica malsana viene percepito come pecora nera prima e poi come possibile capro espiatorio. Che cosa scatti nella mente di un uomo che uccide in generale o che in modo forse ancora più vile si accanisce contro una donna, dovremmo riuscire a spiegarlo meglio. Il maschilismo uccide? A volte basta purtroppo che il miraggio fallace e fuorviante del possesso carnale ed esistenziale d’una donna venga turbato dall’improvvisa apparizione di un rivale, reale o immaginario che sia, perché l’orgoglio ferito dell’arrogante diventi pericoloso o si faccia violento lo scatto inconsulto del debole che non sa resistere a un abbandono. Forse dovremmo chiederlo a poeti e romanzieri che sono abituati a sondare l’animo umano più sottilmente di psicologi e psichiatri; il problema è che ogni caso è diverso, si miscelano in un velenoso connubio fattori differenti, a volte imprevedibili. Una frase della Baroncelli che ho apprezzato asseriva che, secondo lei, il presumibile “vizio di mente” dell’imputato, condannato all’ergastolo nel processo di primo grado, non è di tipo psicologico, ma culturale. Penso anch’io che in fondo ogni omicidio derivi da un’incompleta evoluzione culturale dell’animale umano.

Purtroppo, e non è la prima volta in questa rassegna, non è stato lasciato spazio per le domande da parte degli spettatori accorsi numerosi: non so se è un caso o una scelta stilistica del curatore della rassegna, non che io sia solito trovare illuminanti gli interventi del pubblico, ma concederli è un dovere democratico. Ma ormai in questo Paese non abbiamo più neanche il diritto di votare, figuriamoci se possiamo permetterci di fare una domanda.

Emanuele Palli

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