Sono un caso clinico. Sono l’unico a cui non è piaciuta la conferenza di Massimo Recalcati tenuta ieri sera nel cuore di Bologna, nella Cappella Farnese in Piazza Maggiore. E’ stata una di quelle non infrequenti occasioni in cui la bellezza del contesto supera con un balzo testo e contenuto dell’incontro.

Già la presentazione da parte del collega psicoanalista Mario Giorgetti Fumel mi aveva insospettito per i toni altisonanti, stucchevolmente elogiativi che forse non avrebbero stonato solo se l’ospite oggetto della presentazione fosse stato Freud in persona. Ma il convitato non era un medico, non era un neurologo e nemmeno uno psichiatra, bensì uno psicoanalista il cui nome proprio capeggia in copertina a volumi divulgativi che non hanno però l’originalità dei pionieri di nuove vie spirituali o l’elegante intuizione sintetica dei grandi semplificatori. Dopo avere letto qualche anno fa e gettato in un angolo sperduto della libreria due delle sue opere, ieri non sono di certo entrato come ammiratore, ma nemmeno come detrattore dal pregiudizio facile; eppure devo ammettere che la povertà tematica ed espositiva della “lectio” mi ha sorpreso. Poche idee, peraltro molto vaghe, sono il magrissimo raccolto di chi ha partecipato e ascoltato, una manciata di parole sbrigative crocifisse sul palco dell’oratore: adolescenza come età del desiderio, desiderio come forza vitale a qualunque età, giovinezza come evo dei mutamenti, delle ribellioni e delle sfide, tempo inaugurale dell’esplorazione, amorosa e non solo, apertura oltre la dimensione conchiusa e autarchica della famiglia di origine, alla ricerca di nuovi riferimenti e parametri di misura, l’adolescere come dimensione da riscoprire dentro di sé in qualunque epoca della propria esistenza, infine il contrasto tra legge e desiderio, vitalità e autorità, legge che non si riduce alle regole ma opera attraverso di esse per instillare un duraturo senso morale. Ad esempio un divieto espresso dai genitori, come l’obbligo di rientro a un dato orario per i giovani in uscita serale, è un’indicazione che può essere trasgredita e non deve essere presa alla lettera, ma serve per dare il senso di un binario, un solco in cui far scorrere la sregolatezza dinamica di chi cresce. Le due sfere, dovere e desiderio, impegno e divertimento, possono anche sovrapporsi in attività come l’allenamento sportivo in cui ripetizione e libertà si incatenano e si incastrano, anticipando quella fusione tra passione e dedizione, responsabilità e piacere che caratterizzano le vite che sanno seguire una vocazione e fare della scelta di un’attività, lavoro o arte, un destino di successo. La psicoanalisi, come ci spiega il non illuminante luminare formatosi tra l’Italia e Parigi, perlomeno nei suoi casi più emblematici si è interessata proprio a problemi d’adolescenti e ad adolescenti problematici e nevrotici come, ad esempio, Anna O. e Dora (Ida Bauer).

Un ulteriore tema l’ha introdotto una signora del pubblico che ha avuto la fortuna di poter formulare l’unica domanda che il vate della psicoanalisi ha concesso, dopo il suo breve ma non compatto intervento: chiedeva le ragioni del salto nel vuoto dei giovani, questione vaga nell’interrogante e tale rimasta nella risposta. Per cui non si è compreso se si parlasse di una generica modalità di suicidio, oppure di quel fenomeno preoccupante di siti come Blue Whale che istigano progressivamente all’autolesionismo e infine al suicidio malcapitati ragazzini di tutto il mondo accalappiandoli in Rete e inserendoli nello schema distruttivo di una prova iniziatica, o se il vuoto in cui ci si tuffa fosse qualcosa di più metafisico, morale, intrinseco. Il problema è che non vi è stato nulla di approfondito, niente di penetrante, solo l’eco del già detto, la monotonia del grigio senza sfumature.

All’uscita, mentre la mia misteriosa accompagnatrice, un’ammaliatrice dall’ampio cappello e i tacchi dal rintocco argentino, fa convergere su di sé gli occhi dei passanti, mastico nella mente il nome dell’associazione di sostegno psicologico sostenuta durante l’incontro, che mi fa pensare all’architetto che smarriva minotauri tra muri e meandri e a Stephen Dedalus, l’alter ego del giovane Joyce, instancabile costruttore di labirinti linguistici e letterari.

Forse i messaggi più importanti della riunione sono stati trasmessi a livello subliminale e nell’inconscio del pubblico si è depositato, a mia insaputa, qualche seme di saggezza, qualche ipnotica parola. Quel che so è che comunissimi mortali come il nostro ospite milanese vengono deificati e trasfigurati in capisaldi del pensiero, quando in realtà sarà il tempo a dirci cosa resterà di valido di certe produzioni intellettuali: non bisogna limitarsi a guardare in che direzione si infrange l’ondata ignorante degli applausi.

Sedutomi come un re vichingo su un trono di pietra nella corte interna di Palazzo d’Accursio, mi rivolgo alla saggezza orientale per sostenere la mia perplessità e come un iconoclasta maestro Zen chiedo al mio inconscio: qual era il volto che avevi prima di nascere?

Emanuele Palli

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