Devo dire che quando ci aveva lasciato avevo quasi provato un moto di simpatia per lui, forse per il modo proditorio e subdolo in cui era stato trattato dal compagno Renzi che così aveva inaugurato la sua lunga serie di pugnalate alle spalle del potere. Ora però Enrico Letta torna nell’arena e al suo esordio come segretario del PD spara la sua formula magica della felicità: più donne in ruoli politici, ius soli e voto esteso ai sedicenni. Soprattutto in un periodo del genere, ma per quanto mi riguarda varrebbe per qualunque altro periodo, le priorità che scandiscono l’incipit del suo verbo politico assomigliano più a un borborigmo inconscio o alla scoreggina di uno stitico che all’urlo di battaglia di uno statista ispirato.
L’occhialuto e stralunato professorino se ne è stato rintanato oltralpe tutto questo tempo ad insegnare a livelli universitari per poi tornare finalmente in patria e affermare che ciò che gli sta a cuore è tutto qui: questo, dunque, l’architettonico piano politico su cui il fenomeno nostrano, un conte di Montecristo redivivo, ha pensato e ruminato durante il lungo esilio nelle sue passeggiate nervose per i corridoi di qualche prestigiosa école di Parigi. Ma che politologo sorprendente, che pensatore acuminato! Come ha preparato bene il suo riscatto dal forzato oblio nell’agone politico italiano.
Io sono contrario su tutti i fronti della sua triplice ricetta che cestinerei immantinente.
Perché più donne? Io voglio più persone competenti, laboriose e altamente morali al governo, che siano uomini, donne o ermafroditi; lo ius soli poi lo trovo concettualmente sbagliato e fuorviante, oltre che foriero di rischi di tutti i tipi; il voto ai sedicenni suona come una battuta che non fa ridere nessuno: allora, in tanto che ci siamo, perché non scendere sotto la soglia della pubertà, quando i soggetti sono ancora più condizionabili dagli slogan dei cretini di turno e potranno essere confezionati come “sardine” pronte all’uso già pochi istanti dopo la nascita. No, cari amici, non traiamo la affrettata conclusione che politicamente il vostro Lettino si sia appena suicidato, semplicemente non è mai nato, considerando una statura politica impercettibile, un ingresso inavvertibile sulla scena, una penetrazione sul suolo italiano incolore, senza dolore e soprattutto senza piacere. Un revenant, dunque, un ritornante, come i francesi chiamano i fantasmi, creature notoriamente esangui, anemiche, disanimate che tornano per tormentarci.
A prescindere dal fatto che sono proposte alquanto opinabili, in ogni caso credo che anche chi condivide il tenore di quella triade di concetti lettiani, non li può percepire come urgenza sociale o motto d’avvio di una nuova esperienza politica, a meno di non essere afflitto da serie patologie al sistema nervoso centrale o all’apparato del pensiero.
Ma non finisce qui. Ultimamente il vellutato pensatore dotato di vele leggere al posto della corteccia prefrontale, a giudicare da come fioccano le idee in quel cranio lucido e sereno come se fosse solcato da alisei costanti, ha aggiunto una chicca al rosario delle sue proposte: “Voglio un PD digitale!”. Eureka! Forse per quello gli basterebbe un PC…
Dunque sento riaffiorare tra le mie labbra maldicenti la formula d’augurio divenuta recentemente foriera di sinistri presagi, così torno a dirgli anch’io col sorriso sibillino di Giuda: “Stai sereno, torna nel nulla mentale da cui provieni e levati dal corso vorticoso dei coglioni, dalla traiettoria intontita delle pale intorno all’asse!”
A suo discapito posso dire che almeno nel discorso d’esordio, senza volerlo, Letta ammette di essere lui stesso il problema, non tanto perché non c’è una donna al suo posto come dice lui, visto che oggi, volendo, le transizioni da un sesso all’altro sono pratica comune, persino pubblicizzata dai mezzi di disinformazione, ma, a mio parere, semplicemente perché è se stesso, ovvero una delle tante pedine del partito più irresponsabile, ipocrita, inquietante, amorale, antidemocratico e pericoloso del panorama politico italiano. Gli auguro dunque di divenire quello che è: il pilota più catastrofico, un vento divino, un kamikaze insomma.
Emanuele Palli

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