Premetto che solitamente non leggo i giornali, non lascio che un tale rito mi usurpi una fetta della mattinata per confondermi con una rassegna dell’umana bassezza. Ci sono poi talmente tanti campi del sapere da esplorare che decidere di perdere tempo con le elucubrazioni dozzinali dei vari editorialisti o con la lista delle malefatte umane riproposte nella prosa insipida dei cronisti di giudiziaria non è degno dell’umana intelligenza. Sinceramente trovo stucchevole aggirarsi sui crinali infidi di quei titoli altisonanti, quegli articoli di spalla decadenti, per poi capitombolare su tagli bassi che non dicono niente o avere un frontale con aperture piene di boriose enunciazioni, che sono la vetrina dell’ego vanitoso di chi crede che la redazione di un grande giornale sia la sede dell’intellighenzia d’una nazione, come se le rotative rappresentassero un acceleratore di particelle a beneficio dei neuroni e delle relative sinapsi. In realtà a girare in paraboliche direzioni sono, sulla sponda dei lettori pensanti, sfere ben più pesanti arricchite al plutonio… Ammetto che ogni tanto in passato sbirciavo in altri giornali per confrontare le mie erezioni letterarie degne del miglior Tolkien, che uscivano su una testata locale, con i miseri riassunti o reimpasti del fatidico comunicato stampa elargiti da altri organi di informazione.

Ci potremmo consolare pensando che ciò che compare una volta e poi scompare nell’oblio non è così dannoso, perché “Eimal ist keinmal”, in realtà la pagina di giornale, cartaceo o meno, resta un potente strumento di condizionamento e livellamento delle opinioni: per il povero lettore la pagina diventa un ballattoio traballante dove incede sospinto dagli spadini dei bucanieri verso un’occulta persuasione di cui non si rende conto, fino al tuffo finale nel vuoto, che è il completamento d’un interrotto lavaggio del cervello. Facciamo finta allora che inauguri oggi una mia rubrica dedicata alla prima pagina d’un giornale preso a caso, un’eviscerazione del non senso quotidiano dei mezzi di disinformazione. Affacciamoci dunque sulla grigia grafia del mondo dei quotidiani: trasecoliamo sulla stretta passerella di parole sopra le acque dominate da caroselli di orche periodiche e ciclici squali. Direte che drammatizzo inutilmente, probabilmente è tutto normale per chi è abituato a leggere questa roba, ma io ho la mano sensibile perché poco usata, gli occhi abituati ai vapori di vaga poesia dell’atmosfera venusiana, l’animo per nulla assuefatto allo schifo corrente e si offende facilmente la mia pelle agli insulti di questa rozza atmosfera terrestre… Oggi all’arte di pensare si è sostituita quella di fare battutine in tv, innescare polemiche tendenziose e aggiungere il proprio ruttino al baccanale generale. Non siamo in una monarchia e lo scrittore odierno dovrebbe essere svincolato dall’esigenza di sostenere il sovrano di turno insultando i suoi nemici ed esaltando la sua stirpe, ma proprio perché siamo in democrazia, aumenta il numero dei detentori d’un potere distribuito dove capita, si allarga così il lezzo dello scambio di favori, si moltiplica, invece di azzerarsi, il numero dei ruffiani e degli adulatori o dispregiatori prezzolati. Preferisco essere espunto come un errore da questo regno di cartacce. Non mi interessano la politica e le sue sorti orrorifiche e progressive, voglio solo difendere la libertà di essere me stesso senza autorizzare nessuno a governarmi. So che il mondo è nemico alla categoria del Singolo, a parte qualche anima nascosta da qualche parte tra gli alberi e le montagne, tra pagine e ideali, creature pure ma non inermi.

Li chiamano editoriali, elzeviri, articoli di fondo ma spesso al loro confronto le scritte di ignoti pornografi che campeggiano sulle pareti dei peggiori bagni pubblici sono una lettura più dignitosa e raccomandabile: quello che è più preoccupante non è tanto la mancanza di libertà di pensiero, che è palesemente assente, bensì l’assenza stessa del pensiero, tanto più marcata, quanto più proliferano le opinioni.

E’ stato qualche giorno fa (domenica 11 agosto) che ho avuto l’ardire di soffermarmi su una prima pagina, che apparteneva casualmente al Corriere della Sera, mentre al bar mi reidratavo con una spremuta d’arancia. Quindi il fortunato giornalista che mi è capitato sotto gli occhi stretti a tenaglia è stato Ferruccio de Bortoli; tra l’altro l’editoriale si intitola eloquentemente “Sabbia gettata negli occhi”, che può essere letto anche come un avvertimento al lettore nei riguardi delle incognite della propria tecnica giornalistica. E’ chiaro che certi “capolavori” meriterebbero un commento e parafrasi interlineari riga per riga, ma io mi accontenterò di estrarre due frasi da un articolo dedicato all’ipotesi di elezioni anticipate da poco ventilata con chiarezza da Matteo Salvini.

A tradire i poeti dilettanti non è tanto la frivolezza dei contenuti o la grossolanità delle forme che potrebbero essere emendate, ma è proprio l’inesattezza del sentire da cui derivano formulazioni fuorvianti oppure l’uso di espressioni sovrabbondanti e tautologiche, come sarebbe il dire che il fiore profuma, che l’estate è calda, che il fuoco brucia o l’attribuire, come fa de Bortoli nella colonnina dell’articolo di fondo, a un politico, in questo caso Salvini, “una bulimica voglia di potere”; si è mai visto un politico che non volesse il potere, che dica: “Sono a posto così, pur avendo i voti, non voglio governare, per umiltà personale e attestata incompetenza preferisco restare a fare il mio lavoro di sindaco o di comico o di avvocato, non mi sento proprio all’altezza”; no, non sono cose che succedono al di sotto del sessantesimo parallelo.

Dire politico equivale ad alludere a una carriera basata sulla ricerca del potere per motivazioni che possono variare grandemente da un individuo all’altro, anche se oggi hanno più a che fare con l’avidità e con l’esibizionismo che col senso di giustizia sociale o altri ideali: comunque se tu usi quell’espressione che associa l’ambizione a un tipo di fame morbosa desunta dal lessico psichiatrico, riferendola a un uomo politico lo fai solo per denigrarlo, enfatizzando un aspetto che appartiene per definizione a qualunque esponente di quella specie.

L’altra frase che vorrei estrapolare dal testo del sorprendente politologo assomiglia a un monito apocalittico: “Se si dovesse andare al voto autunnale ci sarebbe un vincitore annunciato. Una persona sola. Mai accaduto. Già questo aspetto dovrebbe sollevare qualche inquietante interrogativo”. Se prima la Musa Inquietante aveva per molti i connotati plastici di Berlusconi, ora è il viso burbero ma bonario del leader della Lega a costituire il nuovo spauracchio.

Possiamo essere contro o a favore di Salvini o persino indifferenti, ma come si può arrivare a dire che il rischio è di trovare stavolta un uomo solo al potere, quando il problema è sempre stato forse da sempre l’indecidibilità per l’assenza di una forza con i numeri per governare autonomamente senza continue ingerenze ricatti e defezioni interne? Presentare come un problema e un pericolo quello che sarebbe evidentemente un fattore positivo, anzi una benedizione, specialmente dopo anni di governi di ispirazione tecnica, provvisoria, promiscua, non è segno di un acuminata analisi ma la prova di un gioco di parole, un esercizio di prestigiazione per riplasmare attraverso il linguaggio la realtà.

L’occhio cade poi dall’articolo di fondo del direttore al taglio basso in cui a farmi ridere stavolta è il personaggio bersagliato giustamente da Aldo Grasso, il filosofeggiante Diego Fusaro che avrebbe compiuto una strana gaffe, tentando di criticare l’esibizione di Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima, effettuando una strana e stonata discriminazione rispetto a chi, tra i critici di quell’atteggiamento salviniano, si esibisce baldanzoso ai gay pride con “fondoschiena ignudi” e “parrucconi fucsia”, come se ciò li privasse del diritto di esprimere un’opinione. “Grottesco” è il termine che usa Grasso e in questo caso devo dare ragione al redattore, anche se grottesca è pure una realtà giornalistica che si occupa di quello che dice Fusaro, il quale continuerà certamente ad assillarci dagli schermi televisivi, i suoi titoli occhieggeranno, aggrottandosi come il suo sguardo in una gravità surreale, dalle vetrine delle librerie più aggiornate, ma non credo che nulla della sua produzione si conserverà sugli scaffali del futuro. Perché soffermarsi sui gesti o le parole di certi personaggi che hanno un’importanza pubblica solo attraverso la ripetizione delle loro apparizioni televisive e non per un loro intrinseco valore intellettuale?

Emanuele Palli

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