Si è trattato finora di incontri molto tiepidi sul tema dell’immigrazione e del terrorismo quelli realizzati finora a Ravenna, intitolati “Scritture di frontiera” e organizzati dallo staff dello Scrittura Festival in collaborazione con l’assessorato all’Immigrazione. Cominciamo dalla “fine”, parlando della seconda conferenza del ciclo di incontri, quella che ha visto come protagonista il 16 febbraio al Palazzo dei Congressi di Ravenna lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, il quale ci ha tratteggiato una rapida storia del terrorismo senza aggiungere nulla di nuovo o decisivo rispetto a quanto si possa trovare dando una veloce occhiata su Internet: sarà che su Wikipedia si può ormai trovare tutto o che gli scrittori famosi hanno così poco di nuovo da dirci, essendosi trasformati in piatti divulgatori dell’ovvio, da poetici ruminanti dell’utopico quali erano una volta.

Dai mujaheddin ai kamikaze si è dipanato il filo della spiegazione di Ben Jelloun, che difettava un po’ di senso della complessità del reale, limitandosi a porre in una relazione di causalità  l’intervento delle forze occidentali in vari frangenti mediorientali e lo sviluppo automatico delle cellule terroristiche, dimenticando, ad esempio, che una pericolosa connessione tra politica espansiva e religione rivelata, legge divina e diritto umano è al cuore dell’Islam di ogni epoca, verità rivendicata da ogni fiero, ovvero non tiepido, musulmano.

Abbastanza debole anche il tentativo da parte del notissimo scrittore di conciliare la contraddizione tra l’invocazione in una sura coranica della necessità di uccidere gli infedeli, e il contenuto di un’altra sura che sottolinea, invece, la sacralità della vita umana, sostenendo che la prima frase riguarda solo un bellicoso periodo storico nello sviluppo dell’Islam, mentre l’altro versetto è di carattere universale. Il punto da comprendere è che le religioni pretendono di parlarci dalle vicinanze della Rivelazione, in prossimità dell’assoluto, ovvero da una zona che si trova al di là del tempo e dello spazio, per cui è alquanto opinabile e persino blasfemo dire che certe verità religiose sono valide solo in certi tempi e in altri no, o scegliere a seconda del proprio gusto alcuni comandi divini ed escluderne altri. Lo si può fare, beninteso, solo a patto di considerare senza timore reverenziale ogni libro sacro, Bibbia compresa, come un qualunque altro documento o opera letteraria, atteggiamento che qualunque persona intelligentemente infedele dovrebbe adottare. Le religioni sono fatte per essere superate, non per assopirsi in esse e inaugurare in esse il sonno della ragione. Buddha non era buddhista, né  Cristo era cristiano, hanno vissuto da liberi pensatori e chi li ha fraintesi ha eretto delle prigioni ideologiche, laddove essi si sono distinti proprio perché non hanno preso verità precostituite come misura del proprio agire e non si sono fatti circoscrivere da convenzioni di comportamento comunemente accetttate e hanno fatto della loro libertà spirituale un indizio di perfezione. Viva gli spiriti liberi che ci salvano, senza volerlo, con il loro esempio: non facciamone degli idoli ingombranti che, come ci avverte da tempo Nietzsche, ci schiacceranno con il loro peso. Non a caso i buddhisti più avveduti e sottili predicano così: “Se incontri il Buddha, uccidilo”.

Ogni fede istituzionalizzata, tuttavia, ha nei dogmi fondativi e concetti definitori una coerenza e non si può pensare di entrarvi e uscirvi a piacimento, con disinvolto sincretismo o deviante eclettismo, senza rischiare di deformarne il messaggio originario o infrangerne il patrimonio di regole. Ogni libro è impugnabile come un oggetto contundente: basta pensare a quante persone sono state sterminate da chi ha cercato di applicare concetti pericolosamente desunti da un solo testo idealizzato e canonizzato. La versione degli estremisti è talvolta caricaturale e parzialmente disonesta, anche se non del tutto scollegata dai testi fondativi, come non è stata del tutto infondata in passato, una lettura bellicosa e marziale del cristianesimo (“Sono venuto a portarvi non la pace, ma la spada”, recita la frase del fautore dell’amore viscerale per il prossimo), per quanto nel lessico di questa religione si riscontri un ben più frequente ricorso a termini come Amore, Compassione, Fratellanza e Tenerezza rispetto al ben più battagliero e apocalittico spirito coranico.

Infine, per finire in inesattezza, una teoria incredibilmente ingenua è stata esposta dall’autore franco-marocchino che l’ha poco prudentemente presentata come una sua personale ipotesi: secondo lui, il fatto che l’Italia non sia stata ancora colpita dal terrorismo sarebbe da legarsi anche al timore reverenziale che la Mafia in qualche modo ispirerebbe ai terroristi, restii a remare contro Cosa Nostra e spaventati da eventuali ritorsioni. Capisco che a molti francesi piaccia definire il nostro Paese mafioso tout court, come se tutti gli italiani fossero mafiosi, affermazione falsa quanto dire che tutti i musulmani sono fanatici, ma legare alla criminalità organizzata e a terroristi insolitamente terrorizzati persino la nostra relativa immunità ai terribili attacchi che hanno funestato altri paesi, rasenta il ridicolo, tant’è che l’affermazione, rivelante una superficialità d’analisi alquanto inquietante in qualcuno che pretende di “expliquer le racisme et le terrorisme” ai suoi e ai nostri figli, ha strappato qualche risatina e protesta non solo a me nella sala gremita del Palazzo dei Congressi.

Mi aspettavo qualcosa di un po’ più animato da questo incontro, perlomeno rispetto al precedente che si era mosso lungo binari persino più monotoni: il musicista d’origine franco-ruandese Gael Faye ci ha parlato della sua esperienza di profugo, condensata in un racconto romanzato presentato il 9 febbraio al Palazzo Rasponi delle Teste, ricordando il traumatico periodo della sua infanzia al tempo della guerra che oppose Tutsi e Hutu, entità etniche alquanto artificiali, ma in fondo gli uomini trovano facilmente motivi, economici, politici, religiosi o razziali che siano, per odiarsi a morte. Non è riuscito neppure lui, giovane ma poco vitale nell’esposizione, a dare una visione un po’ più approfondita della questione e nemmeno a tratteggiare l’atmosfera drammatica che si respirava in quel periodo nel suo Paese.

Per quanto riguarda l’adattamento alla vita in Francia, Paese dove si è trasferito per sfuggire al dramma della guerra civile, il noto rapper ha alluso come a una forma di strisciante discriminazione il fatto che il professore, presentandolo agli altri scolari parigini, affermò che quel bambino, quel nuovo studente, era in Francia perché fuggiva dalla guerra, mentre, a suo parere, avrebbe dovuto parlare di lui come di qualunque altro allievo, citarne solo preferenze e idiosincrasie personali. Se questo è il razzismo che fa paura, bisogna stare attenti, perché persino le frasi più normali, un riferimento a una situazione geopolitica non semplice, possono essere giudicate un affronto.

Per fortuna che doveva trattarsi, almeno nelle intenzioni, di “un ciclo di incontri per liberarsi da stereotipi e pregiudizi”, come ha dichiarato, introducendo il primo incontro, l’assessore all’Immigrazione del Comune di Ravenna, o meglio “l’assessora” Valentina Morigi, come l’ha definita l’organizzatore della rassegna Matteo Cavezzali, soggiacendo a questa strana tendenza a stravolgere e deformare la grammatica sulla base delle preferenze paralinguistiche e riflessioni femminologiche del Presidente della Camera, Laura Boldrini. Purtroppo nulla di esemplare o significativo è emerso finora all’orizzonte a parte nozioni risapute, luoghi comuni e prospettive appiattite.

Purtroppo nel nostro Paese sono ritenuti dai nostri governanti e da una certa parte politica alla stregua di pregiudizi e preconcetti razzisti le opinioni di tutti coloro che non condividono le idee dominanti, ovvero governative, sul modo di gestire l’immigrazione con una accoglienza ad oltranza e viene ritenuto a torto razzista chi si oppone a questa gestione aberrante e denuncia il lucrativo sfruttamento, da parte di molti, del fenomeno immigratorio, in cui si intromettono persone che sono animate da tutto tranne che da un sincero senso di solidarietà.  L’ipocrisia di chi fa passare per bontà l’accoglienza illimitata, sottovalutando per ingenuità o per complicità i problemi immensi che ciò comporterà nel breve e nel lungo termine, andrebbe sottolineata con vigore, ma ormai è questo il vero tabù, lo spartiacque tra un finto male e un finto bene: o sei uno squallido costruttore di muri o sei un ipocrita che finge di aiutare i poveri immigrati, celando interessi di natura criminaloide. Non è più possibile un dialogo sereno e fecondo sulla questione, non viziato da interessi politici ed economici. Politica nazionale, caporalato locale e tanta finta cooperazione inquinano le acque tra Africa ed Europa.

Dopo la delusione di questi primi due incontri spero che nel terzo appuntamento, quello col giornalista Domenico Quirico previsto per il 21 marzo al Palazzo Rasponi delle Teste, venga dispiegata una maggiore lucidità prospettica e un più vivace scambio di vedute.

Emanuele Palli

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