Trovo sempre più affascinante la scrittura dedicata alla moda e ai suoi mutamenti stagionali, che come stormi di colori e frotte di forme variano secondo misteriose rotte migratorie, tra ritorni al classico ed esuberante fuga nel nuovo. Ogni collezione, firmata dalle grandi maison, misteriosi timonieri che dettano il ritmo alle correnti della moda, deve possedere una coerenza interna di richiami fitti, ma non frenetici a uno stile che unifica la varietà dei modelli sotto l’egida d’una comune dizione: flussi misteriosi e virtuosi mélange che anche il giornalista/indovino più addentro alle tendenze modaiole fatica a presentire in anticipo sul turbinio delle passerelle, brulichio di vanità seducenti persino per l’occhio spiritato d’un giovane eremita come me.

D’altronde cos’è lo stile se non personalità allo stato puro? Lo sanno bene gli scrittori che impiegano anni a intesserne e fabbricarsene uno, a parte quei pochi, quelli veri, che nascono già avvolti da un pensiero originale e non fanno che dipanarlo per tutta la vita. L’elemento unificatore di una serie di accessori o di una catena di scelte stilistiche e decisioni formali è in realtà ben degno di essere chiamato, più che stile, anima. Preso da questa bizzarra nostalgia per ciò che non ho mai amato, ovvero le sfilate e il loro clima di composto carnevale, mi tuffo nelle letture di settore e mi imbatto in una foresta di termini inconsueti, che crescono sulle riviste patinate dai titoli glamour che persino il mio intelletto d’umanista nato fatica a decifrare: jais, sheer, caban, twill…

Mi ipnotizza la superficialità del design, mi mesmerizzano le infinite ricombinazioni del già visto, mi abbaglia l’intertestualità delle citazioni esotiche e dei richiami ad altre epoche della creatività; mi preoccupa, invece, il progressivo esaurirsi dei motivi iconografici poiché tutti i continenti e i contenuti sono già stati percorsi in lungo e in largo, le tribù dalle fantasiose tradizioni tutte saccheggiate, le culture del passato e le epoche dai sontuosi costumi  ormai percorse da cima a fondo, l’esotismo perforato da ogni lato. Se non verranno al più presto avvistati e visitati altri pianeti o contattate culture aliene sarà difficile trovare materiale per alimentare l’immaginario dei moderni stilisti.

Osservo invece con l’equanime curiosità  del naturalista la sparizione della donna sotto l’incanto delle vesti: la modella diventa pretesto, perché l’involucro ideato amorosamente dagli stilisti guadagna clamorosamente il centro della scena e fagocita la femmina. Sottratta ai sogni d’accoppiamento ed esposta agli sguardi, allupati dalla frigidità dell’eleganza, dei voyeur, la donna che sfila deve comprimersi e assottigliarsi fino a sparire, farsi mannequin per l’appunto, manichino umano per dare la massima visibilità alla perfezione delle linee dell’abito, congegno ideato da stilisti, spesso fieramente omosessuali. Anodine anonime anoressiche, le modelle si defilano dalla memoria insieme ai loro volti smunti e resta solo il vestito, fatata femminilità ridisegnata da una mente mascolina disinteressata al possesso fisico della donna, che fa del femminino una filosofia di tulle e di pizzo, bambola da abbigliare in infinite modalità, un foglio bianco da coprire con epiche stesure e liriche tessiture. Resta per le donne di tutto il mondo il piacere di indossare le insegne regali del potere effimero della moda e regnare sull’istante fatale  del coup de foudre. Come per tutti i campi che mi hanno fatto innamorare, sento il bisogno di assorbire in un unico sorso di luce tutti i rivoli di quel sapere scintillante di paillettes.

Naturalmente occorre osservare i flussi e i riflussi della moda con sano disincanto e col divertito piacere con cui a primavera si assiste all’avvento di legioni di floreale euforia e cromatismi inediti sorgenti sui prati e sulle piante. Anche il produttivo dio della creatività umana va onorato con microscopica attenzione per il cangiare delle sue scelte stilistiche e gli eccessi della sua audacia immaginativa.

Non bisogna cedere, d’altra parte, alla fede nella moda e fomentarla con la credulità superstiziosa del fanatico che prende troppo sul serio le variazioni di un’arte volubile: non vanno idealizzate le indicazioni dei maestri e dei profeti di questa arte ciclica come il tempo, evitando così di fare delle firme i più squallidi degli idoli idioti eretti dall’uomo sulla passerella della perdizione, dove sotto il vestito vegeta il niente e lo spacco si apre sulle debolezze e le mancanze morali e il seno maestoso occhieggia dal reggiseno come un dio seducente assiso sul suo trono di pizzo.

Comunichiamo e trasmettiamo energia con ogni particella del nostro carattere e ogni fibra dei nostri vestiti, perché l’assenza di comunicazione è la peggiore forma di vita! Onoriamo con sobrio rispetto i grandi nomi di quest’arte, il re del rosso, Valentino, il cavaliere dalla nera eleganza, Giorgio Armani, ricordiamo lo stile dannato dall’inquietante perfezione di Gianni Versace e la sapienza cromatica di Yves Saint Laurent.

P.S.

Dedico questo articolo a chi vuole indossare sempre le ultime trovate suggerite dallo spirito della Moda e ignora che l’unico accessorio veramente essenziale in questa vita è una biblioteca di qualche migliaio di capolavori.

Emanuele Palli

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